Il Venerdì

Svizzera, il segreto dei bambini usati come schiavi

Un gruppo di ex Verdingkinder a Berna (Keystone) 
Ragazzini strappati a famiglie povere o disastrate e messi al lavoro nelle fattorie. Accadeva ancora negli anni Ottanta. Ora questa storia scabrosa scuote la Confederazione 
4 minuti di lettura
BERNA. Quando lo assaliva la tristezza, Werner si infilava sotto una mucca. Si rannicchiava lì, zitto e immobile, e aspettava che la mucca lo leccasse. Solo così si sentiva al caldo e protetto. Una volta al giorno, quei pochi minuti gli regalavano l’illusione che qualcuno gli volesse bene. Del mondo degli adulti, Werner Bieri conosceva soltanto gli ordini o le legnate. E i suoi compagni di scuola lo ignoravano. A otto anni, Werner si alzava alle cinque, puliva la stalla, portava il latte al caseificio, spazzava il cortile davanti alla fattoria, e dopo una colazione frugale andava a scuola. Tornato da lì, passava il pomeriggio a lavorare nei campi o nel fienile o andava nei boschi a cercare legna. Spesso finiva di lavorare quando era buio. Un bambino inghiottito da una solitudine nera, costretto a un’esistenza da schiavo.

Dimenticate le montagne incantate dei grandi romanzieri, gli arcieri che sfidano tiranni e salvano bambini tirando a una mela: per secoli la Svizzera è stato un inferno per centinaia di migliaia di bambini. Strappati alle loro famiglie di origine semplicemente perché povere o perché i genitori erano divorziati o le madri single o, peggio, perché non corrispondevano alla morale comune. E venivano affidati, a pagamento, a contadini che li massacravano di lavoro, di botte, che li umiliavano, e che spesso ne abusavano sessualmente. I Verdingkinder, bambini in affido, neanche erano considerati umani. Nei mercati rionali venivano venduti come bestie, come schiavi. E nelle fattorie, i loro nomi non contavano più. Spesso i contadini si limitavano a chiamarli Bub, bambino, o Meitschi, bambina. 

Dal 1800 fino ai recenti anni Ottanta, la Confederazione elvetica ha custodito un segreto orribile, impedendo a lungo anche ai diretti interessati, non solo agli storici, di indagare il fenomeno. Soltanto in questi ultimissimi anni sono arrivate le scuse. E una a dir poco tardiva discussione pubblica sui risarcimenti. Anche Elisabeth Wenger è un’ex Verdingkind, una bambina che lo Stato svizzero ha legalmente schiavizzato. La sua storia, insieme a quella di Werner e di tanti altri bambini ridotti a una «cosa» – come la res del diritto romano, che considerava legale la schiavitù – è stata raccolta in un libro, Versorgt und vergessen (Sistemati e dimenticati, ed. Rotpunktverlag). Per Wenger, maltrattata e abusata sessualmente dalla famiglia che avrebbe dovuto accudirla, i colpevoli non erano solo le autorità pubbliche che l’avevano costretta a lasciare la sua famiglia di origine. «Gli insegnanti tacevano, anche se vedevano le ingiustizie, esattamente come il resto del villaggio. Anche la Chiesa taceva, sostenendo questa discutibile usanza». 

Un destino si compie sempre allo stesso modo, scriveva Friedrich Dürrenmatt. E le esistenze tragiche di molti «bambini-oggetto» si somigliavano. Anche Roland Begert racconta al telefono che ha imparato ad amare «prima gli animali, poi gli esseri umani». Per lui era normale essere bandito dal Natale, dalla Pasqua, e da tutte le feste celebrate dalla sua famiglia d’adozione. Roland era abituato ad essere considerato alla stregua di un oggetto o una capra, indegno di sedersi affianco a un essere umano. «Solo da adulto quei ricordi hanno cominciato a farmi un male enorme. Ma l’amore per gli animali e per la natura mi ha davvero aiutato, in quegli anni cupi». Forse anche la sua forza, la sua disponibilità a parlare, a scrivere addirittura un libro sulla sua esperienza. Tanti non sono riusciti mai a superare quell’esperienza e si sono tolti la vita, da adulti.

Roland è nato settantanove anni fa in una famiglia modesta, il padre era un artista da circo, la bisnonna una gitana francese. La madre a un certo punto decise di divorziare da quell’uomo che si presentava troppo spesso sbronzo, e che era spesso ricercato dalla polizia. Una decisione che nella Svizzera impoverita dalle guerre e della crisi economica del ‘29 e regolata da leggi bigotte e moraliste, significava spessissimo una condanna, per i figli. Un giorno «le autorità», come le chiama Roland, bussarono anche alla sua porta e lo portarono via per sempre. Solo in questi ultimissimi mesi, Roland ha potuto consultare le 120 pagine che ricostruiscono la sua infanzia rubata.

«Ho dovuto battermi molto, per leggere i documenti che mi riguardavano». Le autorità lo hanno ostacolato a lungo. «Una cosa che non ho mai capito è perché lo Stato desse i soldi alle famiglie affidatarie, che spesso ci sfruttavano e ci maltrattavano, invece di aiutare le famiglie cui scippavano i figli. Perché non hanno aiutato mia madre, invece di sostenere la famiglia di contadini che mi sfruttava?». Una domanda legittima. Tanto più che il risarcimento di cui si parla ora sembra più un’elemosina che il riconoscimento vero del danno enorme che lo Stato elvetico ha inflitto a centinaia di migliaia di bambini: 25 mila franchi, circa 28 mila euro. 


«Io ho avuto la fortuna di non essere mai stato picchiato dalla mia famiglia di adozione» ci dice Roland. «E non tutti i Verdingkinder sono stati maltrattati» aggiunge. Ma anche la sua giornata, come quella di Werner, cominciava alle cinque, «d’estate anche alle tre di mattina, e si andava avanti a lavorare nei campi o nella fattoria fino a tarda sera». Dormiva poco, come tutti i bambini nella sua condizione. Che spesso erano vestiti soltanto con degli stracci e a volte dovevano superare i rigidi inverni tra le montagne senza scarpe.

Armin Stutz, cresciuto in una fattoria nel cantone Lucerna, doveva badare agli animali a piedi nudi, anche nei mesi freddi. «Appena una mucca faceva pipì, infilavo i piedi sotto».
Un altro filo rosso dei racconti messi faticosamente insieme dagli storici è quello della fame. Armin racconta di aver avuto «sempre» fame, negli anni dei lavori forzati nella fattoria. E la sua è l’ennesima testimonianza del trattamento disumano ricevuto anche a scuola, dove insegnanti, preti, genitori giravano la testa dall’altra parte dinanzi alle tremende condizioni in cui vivevano i Verdingkinder. Un giorno Armin commise l’errore di raccontare la sua vita quotidiana, segnata da lavoro durissimo e maltrattamenti continui, in un tema a scuola. L’insegnante si sentì in dovere di chiederne conto alla famiglia cui era stato affidato. Il figlio maggiore picchiò Armin quasi a morte. Poco dopo, una bambina schiava che viveva con loro fu stuprata e rimase incinta di uno dei figli. Fu trasferita in un altro cantone. Armin tacque. 

Anche Alice Alder, nata nel 1913, affidata ad una famiglia di Basilea, sostiene che era difficile denunciare ufficialmente gli abusi. Spesso il padre della famiglia che la ospitava tornava a casa dalla fabbrica e entrava nella sua cameretta, la costringeva a togliersi i pantaloni e la picchiava sul sedere con la cinghia. Un giorno un ispettore venne a chiedere di lei. Quando lo incontrò, in soggiorno, c’era tutta la famiglia. 

Se oggi la Svizzera si è scusata, se esiste una discussione su un risarcimento, è anche merito di persone come Guido Fluri, un ex Verdingkind che ha lanciato un’associazione che si batte per loro. «Quando la maggioranza del Parlamento sembrava orientata, due anni fa, a non parlare di soldi riferendosi ai bambini schiavi, ero indignato» ha raccontato a Der Bund. Quella notte, ha aggiunto, «mi svegliai in un bagno di sudore e mi dissi: è tempo di agire». 

(15 luglio 2016)