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Si riaccendono le videocamere sulla 'ndrangheta

In Calabria le cosche spengono a colpi di pistola (e non solo) la telesorveglianza. Ma grazie alle nuove tecniche investigative i latitanti finiscono nella rete
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REGGIO CALABRIA. Il tirassegno comincia nel 2007. Subito dopo la visita della polizia olandese a Gioia Tauro. Era venuta a studiare il nuovo sistema di videosorveglianza del Consorzio Piana Sicura per Houthaven, il quartiere futurista che Amsterdam costruiva nell’area del vecchio porto. Dove ancora oggi sbarca dall’Asia merce per 400 milioni di clienti in Europa. Ma il primo scalo della Calabria ha traffici diversi: vi passano ogni anno oltre 12 tonnellate di cocaina, quasi 2 sequestrate. Quelle 21 telecamere sulla bretella che da banchine e gru va sull’A3 Reggio-Salerno erano occhi indiscreti. In quei giorni, altre a Rosarno ripresero in diretta l’agguato ad un imprenditore cinquantenne che si era infilato in piccoli affari di droga. Dimensioni che nessuna cosca tollera: grandi business, o sei fuori. Finito.
«Nessuna mafia sa mimetizzarsi come questa: nelle boscaglie i latitanti, nelle imprese le ‘ndrine, in politica gli amici dei capibastone»…
REGGIO CALABRIA. Il tirassegno comincia nel 2007. Subito dopo la visita della polizia olandese a Gioia Tauro. Era venuta a studiare il nuovo sistema di videosorveglianza del Consorzio Piana Sicura per Houthaven, il quartiere futurista che Amsterdam costruiva nell’area del vecchio porto. Dove ancora oggi sbarca dall’Asia merce per 400 milioni di clienti in Europa. Ma il primo scalo della Calabria ha traffici diversi: vi passano ogni anno oltre 12 tonnellate di cocaina, quasi 2 sequestrate. Quelle 21 telecamere sulla bretella che da banchine e gru va sull’A3 Reggio-Salerno erano occhi indiscreti. In quei giorni, altre a Rosarno ripresero in diretta l’agguato ad un imprenditore cinquantenne che si era infilato in piccoli affari di droga. Dimensioni che nessuna cosca tollera: grandi business, o sei fuori. Finito.
«Nessuna mafia sa mimetizzarsi come questa: nelle boscaglie i latitanti, nelle imprese le ‘ndrine, in politica gli amici dei capibastone», è la sintesi di magistrati e poliziotti, che ora cercano «il livello degli invisibili», come il procuratore Federico Cafiero de Raho tenta di spiegare ai giornalisti stranieri. Invisibili i politici che sono più in alto anche della ‘ndrangheta e la orientano nel sistema degli appalti in Liguria, Piemonte, Lombardia. Che siano per industrie o ferrovie, non conta.

Ma invisibili sono anche quelli che distruggono le telecamere. I ragazzi sospettati negli anni scorsi solo di atti vandalici. Nessuno si è chiesto se non avessero avuto una missione. «Questo è un gioco di ragazzi», la versione riduttiva dei sindaci. Gioco di ragazzi, anche le bombe nell’albergo e nei terreni confiscati ai padrini? Non pietre né fionde, spesso colpi di revolver per accecare gli occhi dello Stato e spegnere i video in commissariati e caserme. Giochi di ragazzi, certo. Ma qualcuno smette di credere ai raid giovanili, ai dispettosi monelli di Gioia Tauro, San Ferdinando, Cittanova, Rizziconi. E nel 2012 manda lettere nostalgiche il presidente di Piana Sicura, Angiolo Pellegrini, ex generale dei carabinieri, biografo e amico di Giovanni Falcone. Resiste finché può, implora in un negozio di Taurianova qualche ricambio, poi deve arrendersi. «Preso atto che gli enti locali...», Pellegrini lascia arrugginite o spente 172 telecamere, ma ne indica il vero guasto. Dopo una ventina di milioni per montarle, il governo le affida ai sindaci. Un errore. Scaduta la garanzia, quale sindaco finanzia un contratto di manutenzione per telecamere che la mafia fa distruggere? I sindaci, raccontano le carte giudiziarie, sono eletti dalle cosche. A Rizziconi la polizia con il vicequestore Giuseppe Rattà, oggi capo della Mobile di Reggio, ottiene le coraggiose rivelazioni di Antonino Bartuccio, eletto contro il volere di Teodosio Crea, detto U Muncu, il monco per un infortunio alla mano, ma anche «Dio Onnipotente», forse un po’ troppo per un anziano boss mandato all’ergastolo. Sino al 19 gennaio comandava suo figlio da una caverna in un costone di roccia, attrezzata come una suite.

Alla famiglia Crea si attribuisce uno strano golpe. Per mandare a casa l’indocile sindaco Antonino Bartuccio, furono costretti a dimettersi tutti i consiglieri, tra questi anche due accusati di legami con la cosca e arrestati. Meglio il commissario in Comune che Bartuccio. Le telecamere vanno riaccese, come dimostrano le catture di latitanti che sembrano imprendibili. Il Viminale, dopo un vertice dei capi della polizia, libera i sindaci. Estende la videosorveglianza a cinque regioni (anche Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia) assegnando alla sola Calabria 525 impianti. Roba da Grande Fratello, per una spesa di 43 milioni. Speciale il progetto per Gioia Tauro, nome in codice Area Ampia. I monelli del 2007 sono adulti. Hanno ancora voglia di giocare al tirassegno?

Non solo il Viminale: ha la videosorverglianza anche la ‘ndrangheta. Sono «termocamere» quelle di Giuseppe Crea, proprio come la polizia, nel blitz del 19 gennaio scorso. Apparecchi che vedono tutto fino a 300 metri, di notte e di giorno. Ma dormono Giuseppe Crea e Giuseppe Ferraro, ricercati da 11 e 18 anni, capi delle cosche di Rizziconi e Oppido Mamertina. Andrea Grassi, capo della I divisione Sco (Servizio centrale operativo) e Francesco Rattà scelgono le 4 di notte, buio pesto, per un assalto definito «eroico» da Cafiero de Raho e Raffaele Grassi, questore di Reggio. Lungo il costone, tenuti da funi, sorretti come marionette scendono toccando un tubo del generatore di corrente: scura e insidiosa la boscaglia di Maropati, piccolo comune nella Piana di Gioia Tauro. Gelo e grecale, quello che tormenta le Eolie. Proprio il fruscio dei rami agitati dal vento copre rumori e sospetti. Svegliati nel sonno, non toccano armi. Ne hanno nel covo. Otto pistole, 3 canne lunghe e un kalashnikov. Mani alla schiena e manette, li tirano su le stesse funi.

Tremano i 12 uomini. Chi ha parlato di loro? Nessuno, ma si sono fatti scoprire nei viaggi, come si legge dopo una retata di qualche giorno fa. «Ecco la filiera dei superlatitanti», urlano i giornali di Reggio. Si scoprono i dettagli. Una radio Vhf per i contatti, «sono Ciccio», «sono Alberto», i latitanti (tutti e due Giuseppe) si danno falsi nomi. Rifornimento quotidiano di pane, «perché chi sta lontano lo vuole caldo per sentire il profumo della casa». Nella caverna salmone e aragoste. Pizzini come coriandoli, stile cosa Nostra. Pane caldo ma gusti più semplici, la ricotta di capra con erbe, per Ernesto Fazzolari preso sull’Aspromonte il 25 giugno da Lorenzo Falferi, il comandante dei carabinieri con il Gis, reparto speciale. Fazzolari era ed è terrore di Taurianova, latitante da 18 anni, secondo solo a Matteo Messina Denaro di Trapani. Ma come arrivano polizia e carabinieri oggi a latitanti inseguiti per quasi vent’anni?

Le ultime tre catture confermano una nuova e ancora segreta strategia, dopo il fallimento del primo blitz dei Nocs per Crea nel 2014. Decisiva l’intercettazione, il superlatitante ordina ai suoi: buttate i telefoni e cambiate le macchine. Il suo «Jamber», un disturbatore di interferenze, ha scoperto le microspie. Da due anni sia Grassi che Rattà, come i carabinieri, a Reggio seguono un metodo che non rivelano. Forse per il nome fuorviante: «Pollicino». Non briciole di pane lungo il percorso, ma minute telecamere: basta indovinare la prima auto di un corriere di pizzini e pane caldo, per piazzare poi le altre, guadagnare tre, quattrocento metri per volta, e andare ancora vanti. Il blitz di Maropati costa un anno e 11 km di «spie»  piccole come una pallina di vetro, incastonate in statue, lapidi, piastrelle.

La videosorveglianza evita agli investigatori di esporsi troppo. Il pericolo aumenta, ma non sradica i ricercati. Sono rimasti in sei. Il primo è adesso Marcello Pesce, il Ballerino, capo della cosca di Rosarno, in rapporti alterni con quella dei Bellocco, entrati nelle aziende lombarde rilevando da Cernusco la direzione dei call center calabresi, indagine milanese del pm antimafia Ilda Boccassini con la Mobile di Milano e Reggio. Antonio Pelle, detto Vancheddu, di San Luca, ‘ndrina amica dei potenti Vottari, coinvolti nella «Strage di Natale» in Germania. Da 12 anni mancano le tracce di Rocco Morabito, forse emigrato da Africo Nuovo a Milano dove impera la «Locale» (sede della cosca formata fuori Calabria) dall’omonimo Giuseppe, il Tiradritto. Ma può essere in Sud America, basta estorsioni e vai con i traffici internazionali, un salto di qualità. Di droga si occupa anche Giuseppe Giorgio, U Staccu, emerso nel processo «Lady 0».

Migliorano anche le tecniche dei gregari. Sono esperti in «spedinamenti». Per ogni viaggio almeno 4 cambi di vettura, per ogni rotonda tre giorni per scoprire e disperdere gli sbirri. L’ultima retata coordinata in procura da Roberto Pace sorprende: incensurati dai 20 ai 50 anni, agricoltori, finti cacciatori scelti come vedette, operai con tute. Per un pizzino c’è una staffetta di quattro fedelissimi. Ogni superboss ne ha 40. Se la ricompensa è di tremila euro, una buona latitanza costa 120 mila euro al mese. Cifra molto più alta calcolando le spese di avvocati e viaggi per visitare i detenuti: le cosche costano. Ne deriva la ferocia delle estorsioni. Parte delle tangenti è destinata poi a comprare quote di droga attraverso altri personaggi invisibili. La polizia di Reggio e lo Sco con l’Fbi sono arrivati alla famiglia Genovese di New York attraverso Gregorio Gigliotti, partito come fornaio, poi titolare a Queens di un ristorante ben frequentato. «Cucino a modo mio». Come? Lo spiegano pm, polizia e Sco. Traffici di coca dalla Colombia via Costarica. Gregorio è detenuto, lunedì è cominciato il processo con i superpoliziotti italiani testimoni, il figlio è fuori, ha pagato una cauzione di 5 milioni di dollari, cifra impossibile per il più abile dei giovani pizzaioli americani.

Non solo narcos ed estorsioni, la Calabria degli invisibili riaffiora nelle ultime indagini. Politici, grandi nomi delle professioni, alte cariche. Federico Cafiero de Raho con il procuratore aggiunto Roberto Pace ha creato una cortina intorno a Giuseppe Lombardo, il pm di analisi acute, più volte minacciato, per attenuarne le tensioni. Lombardo è stato il primo, ma non è rimasto solo, a teorizzare quanto riferiva il pentito Sebastiano Altomonte nell’inchiesta «Bellu Lavuru». Invitava a ridimensionare i capibastone. «Oltre le gerarchie tradizionali è stato creato un organismo direttivo al quale aderisce solo un ristretto gruppo di persone riservate e invisibili». Si fa presto a dire: Massoneria.

(22 luglio 2016)