Il Venerdì

Fenomenologia di Mou, l’Achab del pallone

(Getty Images) 
Ossessionato e ossessivo. José Mourinho è pragmatico, feroce e con la fissa della puntalità. La sua immodestia è leggendaria: «Non sono il migliore, ma nessuno è meglio di me»
 
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Lui è capitan Achab, convinto che il mondo sia pieno di Moby Dick. Lui vuole il mare, il comando della nave, la dedizione dei marinai. Lui vuole attaccare, preferisce le onde alte, balene, pirati, tempeste. E non vuole ci sia un orizzonte per «l’altro», lo spagnolo, così buono, così giusto, José Mourinho, 53 anni, portoghese, duellante a vita. Lui contro tutti. Lui è ossessionato, lui ossessiona.  Si nutre della preda. La vuole prigioniera. Se le balene non ci sono, se le inventa. Le sue nuvole diventano il cielo che incombe sugli altri. Non vuole essere umano, comprensivo, ragionevole. Non si vince con il compromesso, ma con l’eccesso. Lui strema, sfinisce, svuota. I suoi e gli altri. Si consuma, ma soprattutto consuma. Ti convince che non sei mai stanco, che l’ultima goccia del tuo sudore non è abbastanza. L’ammutinamento non è previsto. Non vuole sentirsi dire quello che scrisse Melville: «Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!». Anzi ribatte: «La parola paura non esiste nel mio dizionario». Lui è lo Special One. E si sta preparando per lo Special Fight contro Pep Guardiola, il nemico della porta accanto.

Per la prima volta saranno dirimpettai nelle stessa città, Manchester. Per la prima volta i loro respiri si sfioreranno. Non ci sarà giorno in cui Mou penserà: come posso invadere la testa del mio nemico? Mou non vuole la convivenza, ma la sudditanza. Parte con uno svantaggio: 7-3 per l’altro. Più 6 pareggi in 16 incontri. L’ultima sfida (persa) tre anni fa. Ma non importa, certe certezze non si oscurano: ««Non sono il migliore del mondo, ma penso che nessuno sia meglio di me». Nemmeno Napoleone l’avrebbe detto così. È questo che stronca i suoi avversari, che li fa diventare matti: la sua impenetrabilità ai dubbi. Il suo è quasi un carattere psichiatrico, ma se cerchi di capirlo, se usi la razionalità, fa diventare matto anche te. Tanti allenatori sono stati bizzarri, strani, dittatoriali: da Herrera a Van Gaal, passando per Menotti e Bielsa. Ma lui sulla sua nevrosi si è costruito un monumento.

Mou vuole essere l’unico capitano, il grande navigatore in cerca di nuove rotte. La sua grande ossessione è la perfezione, la capacità di riconoscere il dettaglio importante. Il taglio dell’erba è determinante, perché più è basso, più avvantaggia le squadre veloci, visto che il pallone rotola con maggior facilità. La puntualità è un’altra regola. Il pullman nel caso parte in anticipo non in ritardo, magari alle 10.29, non alle 10.31 e se lo perdi lui ti risponde: «Noi c’eravamo». La vita è un attimo, non ammette rimpianti, né perdoni, devi starci.

La ricerca ossessiva di Mou si basa sul pragmatismo, non sull’ideologia. A Madrid il francese Benzema arrivò tardi all’allenamento. Dormiva. Mou diede subito a un impiegato del centro sportivo la sua mansione mattutina: telefonare a tutti calciatori per dare la sveglia, informarli sulle condizioni del traffico per raggiungere il campo. Basta anche con le zone riservate ai familiari nella Ciudad deportiva. Subito chiuse. «Questo è un posto di lavoro». Nessuno deve intralciare. La lite saldata in tribunale con Eva Carneiro, medico ufficiale del Chelsea, è finita sulle prime pagine. Lei entrò in campo (su invito dell’arbitro) per accertarsi delle condizioni di Eden Hazard, mancavano pochi minuti alla fine della partita: il Chelsea, già in 10 uomini, stava pareggiando 2-2 in casa contro lo Swansea. Lui fece scene da Bruce Lee. Sbraitò contro di lei: «Anche i medici devono capire il gioco»: Hazard non era grave e la Carneiro aveva costretto il Chelsea a giocare in 9 contro 11, compromettendone la rimonta, aumentando i rischi e spezzando l’agonismo. Non si fa. Stesse vincendo la guerra Mou impedirebbe anche l’arrivo della Croce Rossa.

Anche i suoi ritmi sono ossessivi: entra ufficio alle 7.30, fa riunioni con il suo staff, prepara le conferenze-stampa, cerca di individuare domande e risposte. «Se non hai uova non puoi fare omelette». Vuole che i giocatori siano lì almeno un’ora prima, per fare colazione insieme. E così il pranzo, lui con loro. Per rafforzare il gruppo, parlare. Li confessa (o affronta) ad uno ad uno, ne ha già studiato la psicologia. E i dettagli: oltre a maglie con maniche corte e lunghe, anche le canottiere: ci si muove meglio. Un’ora e mezzo di allenamento, stesse condizioni della partita. La sua squadra è tutto per lui. È un capitano che protegge sempre la sua ciurma. Falsi e bugiardi sono gli altri. Su Messi: «Barcellona ha splendidi teatri dove Messi ha imparato a recitare».  

Quella sua ferocia è rispettata. Perché nasce dalla sete di vincere, che non si placa mai. Se c’è da tagliare, allontanare, cacciare, non si vergogna. Sulla nave vuole solo uomini fisicamente validi. Pirati che cercano altri tesori, non una casa. Il portiere e capitano Iker Casillas era un mito a Madrid. Via, troppo imborghesito. All’Inter dopo lo scudetto conveniva vendere Ibrahimovic. Via pure lui. Ora, a Manchester, subito epurazione per nove: tra i quali il tedesco Schweinsteiger, campione del mondo. Il bello è che Ibrahimovic poteva scegliere il mondo, ma è tornato da Mou: ne rispetta lo spirito selvaggio, ne riconosce lo stesso gusto anticonformista. E forse lo stesso ego del bambino che quando seppe che non lo avevano chiamato allo United al posto di Alex Ferguson pianse di rabbia disperato. Gli Achab sono così: si mettono sul ponte, vento in faccia, e ti giurano guerra eterna.

(12 agosto 2016)