Il caffè? Lo serve Spatuzza
di Piero MelatiGli incontri «kafkiani» in carcere di una sociologa con Gasparino il pentito. Che legge Gramsci e Svevo. E sussurra qualche nuova rivelazione sui boss Graviano e Messina Denaro
ROMA. Venga a prendere il caffè da Spatuzza. Lo serve lui stesso, caldo e fumante, con acqua e bicchieri. Certo, si deve berlo dietro le sbarre. Ma almeno non è al cianuro, come quello che uccise in cella Gaspare Pisciotta e Michele Sindona. Il luogo è gelido, impersonale. Gaspare Spatuzza ha vissuto per undici anni nel buco nero del 41 bis. Poi, diventato collaboratore di giustizia, gli hanno costruito intorno un altro carcere dentro il carcere, per motivi di sicurezza. Isolato nell’isolamento. Nella saletta di un basso edificio in cemento armato, lontano dalla città presso cui sorge, nel novembre del 2012 fa molto freddo. Le finestre sono aperte ma non disperdono il lezzo che si spande dai bagni. Si percepisce rabbia, dolore. Il silenzio è fatto di rumori. L’ambiente è spoglio: un tavolino, due sedie, come negli interrogatori della fiction True detective. La porta è aperta. Dal corridoio porte sbattute e rumor di chiaviste…
ROMA. Venga a prendere il caffè da Spatuzza. Lo serve lui stesso, caldo e fumante, con acqua e bicchieri. Certo, si deve berlo dietro le sbarre. Ma almeno non è al cianuro, come quello che uccise in cella Gaspare Pisciotta e Michele Sindona. Il luogo è gelido, impersonale. Gaspare Spatuzza ha vissuto per undici anni nel buco nero del 41 bis. Poi, diventato collaboratore di giustizia, gli hanno costruito intorno un altro carcere dentro il carcere, per motivi di sicurezza. Isolato nell’isolamento. Nella saletta di un basso edificio in cemento armato, lontano dalla città presso cui sorge, nel novembre del 2012 fa molto freddo. Le finestre sono aperte ma non disperdono il lezzo che si spande dai bagni. Si percepisce rabbia, dolore. Il silenzio è fatto di rumori. L’ambiente è spoglio: un tavolino, due sedie, come negli interrogatori della fiction True detective. La porta è aperta. Dal corridoio porte sbattute e rumor di chiavistelli avvelenano il rito del caffè.
Un inferno fatto apposta per chi viene dall’inferno. Ad accoglierti al portone è stata la dottoressa M: niente nomi per tutela, ma la sigla accresce il sapore kafkiano dell’insieme. A varcare la soglia è Alessandra Dino, sociologa giuridica, già autrice in passato di due importanti libri sulla mafia.
La studiosa aveva un’ossessione: incontrare Spatuzza. Perché? «È una figura unica. Ha partecipato a tutte le più importanti tragedie di mafia: la macinatura, come dice lui, dell’esplosivo per la strage di Capaci, il furto della Fiat 126 usata come autobomba in via D’Amelio, gli attentati in Italia del ‘93, l’omicidio di padre Puglisi e l’uccisione del quattordicenne Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido dopo 25 mesi di prigionia, gli attentati al pentito Contorno, la testimonianza contro Marcello Dell’Utri, la rivelazione del depistaggio nell’inchiesta Borsellino, l’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia. Contemporaneamente, Spatuzza si è convertito ma ha anche voluto mantenere l’amicizia con i suoi capi. Io non cercavo verità storiche o giudiziarie. Volevo capire come Spatuzza potesse conciliare questi molteplici livelli. Cercavo una storia di vita».
Ottenere i permessi non è stato facile. Spatuzza è considerato materia sensibilissima. Quando, il 4 giugno del 2008, firmò il primo verbale ben tre procure (Caltanissetta, Firenze e Palermo) hanno dovuto riscrivere la storia della strage di via D’Amelio: si scoprirono finti pentiti, indagini farlocche, condanne degne dell’Inquisizione. Tutta fuffa in cui lo Stato era caduto sino ai massimi livelli. Per dolo o ingenuità? Nell’ottobre 2011 arrivò la richiesta formale di revisione dei processi. Non c’era modo di ignorarlo: Spatuzza aveva fornito riscontri oggettivi alle confessioni. Così i processi Borsellino Uno e Bis erano da rifare, e del Ter restava in piedi solo la parte sui mandanti. Tredici anni di indagini, passati fino all’alto vaglio della Suprema Corte, diventavano «uno dei più clamorosi errori giudiziari, o depistaggi, a seconda delle interpretazioni, della storia d’Italia» chiosò il procuratore Sergio Lari.
La storiaccia era appena entrata, a pieno titolo, nel capiente caveau dei misteri d’Italia quando, nel giugno 2012, finalmente arrivarono i permessi: la docente può incontrare il pentito, il 12 ottobre, ma solo per un’ora. «Lui aveva preso informazioni su di me. Mi dava del voi, solo quando si infervorava passava al lei. Se parlava di mafiosi diceva loro. Aveva una cura ossessiva delle parole, per non cadere in trappole e delegittimazioni. Se raccontava un fatto diceva: questa è l’idea che voi potreste avere. Oppure: vi faccio questo ragionamento come se foste voi a guardare cosa è accaduto. Non voleva mai prendersi la paternità di una dichiarazione».
La docente visita la cella e nota i libri: Delitto e castigo, Guerra e pace, La coscienza di Zeno, Pirandello, il manuale di filosofia di Reale, Bibbia e Vangeli, un corso di chitarra e uno di informatica, le Lettere dal carcere di Gramsci. «Se lo avessi incontrato al di fuori del contesto carcerario non lo avrei mai riconosciuto» dice. Lei gli chiede: ma come si fa ad uccidere? E lui: «Dentro Cosa Nostra non c’è la dimensione della colpa». Più tardi gli chiederà cosa ha provato la prima volta che ha sparato a un uomo. «La prima volta? Guardi che non ho sparato, l’ho strangolato».
La docente pensa di utilizzare quell’incontro per un lavoro sul linguaggio. Le arriva invece la telefonata dell’avvocato di Spatuzza, Valeria Maffei: «Ho visto iddu e avrebbe piacere di rivederti al più presto». Si incontrano un mese dopo, per il caffè. Accetterebbe di pubblicare quello che ci diremo? «Sì, ma voglio parlare senza registratore». Lei, in cambio, rilancia: le faccio rileggere le sue dichiarazioni ma non l’intero testo.
Oggi, se passi al setaccio le trecento pagine di A colloquio con Gaspare Spatuzza, frutto di nove incontri, trovi parecchie pepite per gli esegeti degli enigmi mafiosi. Eccone una: Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss siciliano più ricercato del mondo, potrebbe «ravvedersi». Equivale a pentirsi? Forse no. Ma a «convertirsi» magari sì, tornando alla vecchia fede religiosa nel tempo abiurata. Riflette Spatuzza, citando pizzini e lettere del latitante: «Nella sua solitudine forse sta sviluppando dei concetti che sono già molto lontani dalla filosofia di Cosa Nostra». E un’altra: «Pensate che si potrà tenere per sempre Giuseppe Graviano in carcere? Il jolly di Graviano sono le sue conoscenze. Graviano non collaborerà perché non gli converrebbe. Ma è sempre una minaccia. Se collaborasse dovrebbe rinunciare ai suoi interessi economici».
I potenti Graviano di Brancaccio. I boss delle stragi. I custodi dello scacchiere dove giocano mafia e politica. I proprietari di un impero (nonostante gli ergastoli) che va dagli investimenti immobiliari a Nizza e in Costa Azzurra, agli stabilimenti balneari, ai commerci di caffé torrefatto e carni con Canada e Germania alla rete di distribuzione di carne, ortofrutta e caffé in Russia, in contatto con la diplomazia di Putin a Marsiglia quanto con i potenti Cuntrera di Montreal.
Spatuzza è stato il reggente dei Graviano. «La famiglia Graviano veniva prima della mia famiglia» dice. Mandanti dell’omicidio di padre Puglisi, con il loro arresto (gennaio ‘94) terminò la stagione delle stragi. Il controllo sul territorio era tale che, quando sui balconi di Palermo vennero esposti per protesta i lenzuoli bianchi in risposta alle stragi del ‘92, i Graviano pretesero dallo stesso Spatuzza che andasse casa per casa a Brancaccio per prendere i nomi di coloro che avevano osato tanto. Spatuzza era tornato dal suo giro costernato: non posso prendere i nomi, disse, i lenzuoli penzolano dalle ringhiere di mezzo quartiere. I Graviano, per Spatuzza, «avevano in mano il Paese» grazie a un tavolo aperto con Berlusconi e Dell’Utri: chiedevano la cancellazione del carcere duro e provvedimenti legislativi che legittimassero la semplice dissociazione dei boss, alla maniera degli ex brigatisti (niente pentitismi e salvaguardia dei beni).
Mafia e politica. Queste parti, al pari di quelle riguardanti la sua famiglia, sono quelle che Spatuzza ha epurato di più. «A volte, su questioni molto delicate, mi chiedeva di non prendere appunti. Aspettava che non scrivessi per continuare a parlare. Il momento più difficile? L’ultimo incontro».
Il protocollo prescriveva (kafkianamente) che ogni testo, seduta dopo seduta, venisse inviato alla Commissione centrale di protezione testimoni, per l’autorizzazione alla pubblicazione. Di solito le cartelle le inviava Alessandra Dino. Ma quella volta Spatuzza l’aveva preceduta, spedendo un testo dimezzato. La docente ottiene il permesso di rivederlo. «Alla fine, durante l’ultimo colloquio, sono riuscita a recuperarne ampi stralci. Ma sono rimasti fuori passaggi importanti su mafia e politica. Avevano appena rigettato la sua richiesta di detenzione domiciliare, così come gli avevano negato il programma di protezione dopo che parlò di Dell’Utri e Berlusconi. Mi disse: devo essere cauto per non essere stritolato dal meccanismo».
«Alla fine ho colmato le lacune riportando i verbali giudiziari. A volte, quando gli facevo notare vuoti e incongruenze, replicava: mi hanno detto che posso parlare solo di cose sociologiche, oppure precisava: in Cosa Nostra si ragiona in questo modo. È attento a rilevare gli umori del clima politico. Decodifica i segnali del mondo mafioso da una parte, della politica e dell’opinione pubblica dall’altra. Controlla le emozioni e fa sempre prevalere il senso di realtà. Spesso i momenti più significativi sono stati i silenzi, i non detti, gli sguardi. Alcune cose non possono essere dette, altre devono essere dette per come noi le vogliamo raccontate».
«Ci sono cose che non possono essere esplicitate» dice chiaro e tondo Spatuzza dal suo castello kafkiano. E sembra così di tornare all’anno zero, quando in tema di mafia c’erano «cose e c’erano persone che non si potevano nemmeno nominare». Tuttavia l’uomo di Brancaccio ha voluto ricostruire la storia di un ragazzo che a 12 anni era già dentro Cosa Nostra. Perché restasse a futura memoria. La sua storia privata («Non volevo legarmi, per non rovinare nessuno, ma mi sono innamorato, lei non sapeva, questa donna ha sposato un imbianchino»), la storia della conversione religiosa e, infine, un pezzo violento e crudele della storia del Paese.
Certo, a Spatuzza si dovrebbe perdonare l’imperdonabile. Lui, scrive Alessandra Dino, «è cresciuto dentro la strumentalità dei rapporti e l’ambigua anaffettività dei legami». E noi? Non siamo diventati un po’ «strumentali e anaffettivi» anche noi? Non rischiamo di diventare Spatuzza, i suoi silenzi, le sue convenienze, un nostro specchio deformato? E se fosse anche questa una forma della palma che sale al Nord? Quella «mafiosità più di atteggiamenti che di fatti» di cui parlò Sciascia.
(9 settembre 2016)
Un inferno fatto apposta per chi viene dall’inferno. Ad accoglierti al portone è stata la dottoressa M: niente nomi per tutela, ma la sigla accresce il sapore kafkiano dell’insieme. A varcare la soglia è Alessandra Dino, sociologa giuridica, già autrice in passato di due importanti libri sulla mafia.
La studiosa aveva un’ossessione: incontrare Spatuzza. Perché? «È una figura unica. Ha partecipato a tutte le più importanti tragedie di mafia: la macinatura, come dice lui, dell’esplosivo per la strage di Capaci, il furto della Fiat 126 usata come autobomba in via D’Amelio, gli attentati in Italia del ‘93, l’omicidio di padre Puglisi e l’uccisione del quattordicenne Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido dopo 25 mesi di prigionia, gli attentati al pentito Contorno, la testimonianza contro Marcello Dell’Utri, la rivelazione del depistaggio nell’inchiesta Borsellino, l’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia. Contemporaneamente, Spatuzza si è convertito ma ha anche voluto mantenere l’amicizia con i suoi capi. Io non cercavo verità storiche o giudiziarie. Volevo capire come Spatuzza potesse conciliare questi molteplici livelli. Cercavo una storia di vita».
Ottenere i permessi non è stato facile. Spatuzza è considerato materia sensibilissima. Quando, il 4 giugno del 2008, firmò il primo verbale ben tre procure (Caltanissetta, Firenze e Palermo) hanno dovuto riscrivere la storia della strage di via D’Amelio: si scoprirono finti pentiti, indagini farlocche, condanne degne dell’Inquisizione. Tutta fuffa in cui lo Stato era caduto sino ai massimi livelli. Per dolo o ingenuità? Nell’ottobre 2011 arrivò la richiesta formale di revisione dei processi. Non c’era modo di ignorarlo: Spatuzza aveva fornito riscontri oggettivi alle confessioni. Così i processi Borsellino Uno e Bis erano da rifare, e del Ter restava in piedi solo la parte sui mandanti. Tredici anni di indagini, passati fino all’alto vaglio della Suprema Corte, diventavano «uno dei più clamorosi errori giudiziari, o depistaggi, a seconda delle interpretazioni, della storia d’Italia» chiosò il procuratore Sergio Lari.
La storiaccia era appena entrata, a pieno titolo, nel capiente caveau dei misteri d’Italia quando, nel giugno 2012, finalmente arrivarono i permessi: la docente può incontrare il pentito, il 12 ottobre, ma solo per un’ora. «Lui aveva preso informazioni su di me. Mi dava del voi, solo quando si infervorava passava al lei. Se parlava di mafiosi diceva loro. Aveva una cura ossessiva delle parole, per non cadere in trappole e delegittimazioni. Se raccontava un fatto diceva: questa è l’idea che voi potreste avere. Oppure: vi faccio questo ragionamento come se foste voi a guardare cosa è accaduto. Non voleva mai prendersi la paternità di una dichiarazione».
La docente visita la cella e nota i libri: Delitto e castigo, Guerra e pace, La coscienza di Zeno, Pirandello, il manuale di filosofia di Reale, Bibbia e Vangeli, un corso di chitarra e uno di informatica, le Lettere dal carcere di Gramsci. «Se lo avessi incontrato al di fuori del contesto carcerario non lo avrei mai riconosciuto» dice. Lei gli chiede: ma come si fa ad uccidere? E lui: «Dentro Cosa Nostra non c’è la dimensione della colpa». Più tardi gli chiederà cosa ha provato la prima volta che ha sparato a un uomo. «La prima volta? Guardi che non ho sparato, l’ho strangolato».
La docente pensa di utilizzare quell’incontro per un lavoro sul linguaggio. Le arriva invece la telefonata dell’avvocato di Spatuzza, Valeria Maffei: «Ho visto iddu e avrebbe piacere di rivederti al più presto». Si incontrano un mese dopo, per il caffè. Accetterebbe di pubblicare quello che ci diremo? «Sì, ma voglio parlare senza registratore». Lei, in cambio, rilancia: le faccio rileggere le sue dichiarazioni ma non l’intero testo.
Oggi, se passi al setaccio le trecento pagine di A colloquio con Gaspare Spatuzza, frutto di nove incontri, trovi parecchie pepite per gli esegeti degli enigmi mafiosi. Eccone una: Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss siciliano più ricercato del mondo, potrebbe «ravvedersi». Equivale a pentirsi? Forse no. Ma a «convertirsi» magari sì, tornando alla vecchia fede religiosa nel tempo abiurata. Riflette Spatuzza, citando pizzini e lettere del latitante: «Nella sua solitudine forse sta sviluppando dei concetti che sono già molto lontani dalla filosofia di Cosa Nostra». E un’altra: «Pensate che si potrà tenere per sempre Giuseppe Graviano in carcere? Il jolly di Graviano sono le sue conoscenze. Graviano non collaborerà perché non gli converrebbe. Ma è sempre una minaccia. Se collaborasse dovrebbe rinunciare ai suoi interessi economici».
I potenti Graviano di Brancaccio. I boss delle stragi. I custodi dello scacchiere dove giocano mafia e politica. I proprietari di un impero (nonostante gli ergastoli) che va dagli investimenti immobiliari a Nizza e in Costa Azzurra, agli stabilimenti balneari, ai commerci di caffé torrefatto e carni con Canada e Germania alla rete di distribuzione di carne, ortofrutta e caffé in Russia, in contatto con la diplomazia di Putin a Marsiglia quanto con i potenti Cuntrera di Montreal.
Spatuzza è stato il reggente dei Graviano. «La famiglia Graviano veniva prima della mia famiglia» dice. Mandanti dell’omicidio di padre Puglisi, con il loro arresto (gennaio ‘94) terminò la stagione delle stragi. Il controllo sul territorio era tale che, quando sui balconi di Palermo vennero esposti per protesta i lenzuoli bianchi in risposta alle stragi del ‘92, i Graviano pretesero dallo stesso Spatuzza che andasse casa per casa a Brancaccio per prendere i nomi di coloro che avevano osato tanto. Spatuzza era tornato dal suo giro costernato: non posso prendere i nomi, disse, i lenzuoli penzolano dalle ringhiere di mezzo quartiere. I Graviano, per Spatuzza, «avevano in mano il Paese» grazie a un tavolo aperto con Berlusconi e Dell’Utri: chiedevano la cancellazione del carcere duro e provvedimenti legislativi che legittimassero la semplice dissociazione dei boss, alla maniera degli ex brigatisti (niente pentitismi e salvaguardia dei beni).
Mafia e politica. Queste parti, al pari di quelle riguardanti la sua famiglia, sono quelle che Spatuzza ha epurato di più. «A volte, su questioni molto delicate, mi chiedeva di non prendere appunti. Aspettava che non scrivessi per continuare a parlare. Il momento più difficile? L’ultimo incontro».
Il protocollo prescriveva (kafkianamente) che ogni testo, seduta dopo seduta, venisse inviato alla Commissione centrale di protezione testimoni, per l’autorizzazione alla pubblicazione. Di solito le cartelle le inviava Alessandra Dino. Ma quella volta Spatuzza l’aveva preceduta, spedendo un testo dimezzato. La docente ottiene il permesso di rivederlo. «Alla fine, durante l’ultimo colloquio, sono riuscita a recuperarne ampi stralci. Ma sono rimasti fuori passaggi importanti su mafia e politica. Avevano appena rigettato la sua richiesta di detenzione domiciliare, così come gli avevano negato il programma di protezione dopo che parlò di Dell’Utri e Berlusconi. Mi disse: devo essere cauto per non essere stritolato dal meccanismo».
«Alla fine ho colmato le lacune riportando i verbali giudiziari. A volte, quando gli facevo notare vuoti e incongruenze, replicava: mi hanno detto che posso parlare solo di cose sociologiche, oppure precisava: in Cosa Nostra si ragiona in questo modo. È attento a rilevare gli umori del clima politico. Decodifica i segnali del mondo mafioso da una parte, della politica e dell’opinione pubblica dall’altra. Controlla le emozioni e fa sempre prevalere il senso di realtà. Spesso i momenti più significativi sono stati i silenzi, i non detti, gli sguardi. Alcune cose non possono essere dette, altre devono essere dette per come noi le vogliamo raccontate».
«Ci sono cose che non possono essere esplicitate» dice chiaro e tondo Spatuzza dal suo castello kafkiano. E sembra così di tornare all’anno zero, quando in tema di mafia c’erano «cose e c’erano persone che non si potevano nemmeno nominare». Tuttavia l’uomo di Brancaccio ha voluto ricostruire la storia di un ragazzo che a 12 anni era già dentro Cosa Nostra. Perché restasse a futura memoria. La sua storia privata («Non volevo legarmi, per non rovinare nessuno, ma mi sono innamorato, lei non sapeva, questa donna ha sposato un imbianchino»), la storia della conversione religiosa e, infine, un pezzo violento e crudele della storia del Paese.
Certo, a Spatuzza si dovrebbe perdonare l’imperdonabile. Lui, scrive Alessandra Dino, «è cresciuto dentro la strumentalità dei rapporti e l’ambigua anaffettività dei legami». E noi? Non siamo diventati un po’ «strumentali e anaffettivi» anche noi? Non rischiamo di diventare Spatuzza, i suoi silenzi, le sue convenienze, un nostro specchio deformato? E se fosse anche questa una forma della palma che sale al Nord? Quella «mafiosità più di atteggiamenti che di fatti» di cui parlò Sciascia.
(9 settembre 2016)