Un'Eroica impresa dal gusto antico
di Stefano FerrioParte domenica in Chianti la ventesima gara con le bici storiche. Parla l'apripista Luciano Berruti, 73 anni, a cui è stata appena dedicata una biglia. «Ora» dice «in spiaggia posso battere i campioni»
«Ma lo sai che hanno appena fatto una biglia con la mia foto dentro?» dice a un certo punto Luciano Berruti, 73 anni, «ciclista eroico» con trascorsi da carpentiere e odontotecnico. Dopodiché, in un montanaro idioma ligure, spiega: «Così adesso, in spiaggia, io corro alla pari con Nencini, Defilippis, Zandegù, i fratelli Pettersson, Pambianco, Massignan, Poggiali e tutti gli idoli della mia giovinezza che hanno avuto la loro biglia. Magari a volte li batto, se quello che mi sceglie ha il dito sensibile e un po' di culo, ti rendi conto? Io che ho dovuto smettere da allievo per andare in cantiere, dopo che mi sono spaccato cinque volte la clavicola, anche se in salita andavo fortissimo».
Nessuno meritava il premio della pallina di plastica con foto più del baffuto e sanguigno Berruti, savonese di Cosseria che, in sella alla sua venerabile Peugeot del 1907, domenica prossima, 2 ottobre, farà da apripista alla ven…
Nessuno meritava il premio della pallina di plastica con foto più del baffuto e sanguigno Berruti, savonese di Cosseria che, in sella alla sua venerabile Peugeot del 1907, domenica prossima, 2 ottobre, farà da apripista alla ven…
«Ma lo sai che hanno appena fatto una biglia con la mia foto dentro?» dice a un certo punto Luciano Berruti, 73 anni, «ciclista eroico» con trascorsi da carpentiere e odontotecnico. Dopodiché, in un montanaro idioma ligure, spiega: «Così adesso, in spiaggia, io corro alla pari con Nencini, Defilippis, Zandegù, i fratelli Pettersson, Pambianco, Massignan, Poggiali e tutti gli idoli della mia giovinezza che hanno avuto la loro biglia. Magari a volte li batto, se quello che mi sceglie ha il dito sensibile e un po' di culo, ti rendi conto? Io che ho dovuto smettere da allievo per andare in cantiere, dopo che mi sono spaccato cinque volte la clavicola, anche se in salita andavo fortissimo».
Nessuno meritava il premio della pallina di plastica con foto più del baffuto e sanguigno Berruti, savonese di Cosseria che, in sella alla sua venerabile Peugeot del 1907, domenica prossima, 2 ottobre, farà da apripista alla ventesima Eroica, corsa inventata dal medico-giornalista Giancarlo Brocci per ridare senso al ciclismo dei pionieri. Con percorsi tagliati su misura, da 46 a 209 chilometri, e partenza e arrivo nella magnificenza di Gaiole in Chianti, dal 1997 l'Eroica è la «cicloturistica» più ambita del mondo, resa unica da 112 chilometri di strade bianche che si arrampicano sulle colline senesi, fra verdeggianti dintorni di paesini come Monteridolfi, Buonconvento, Castellina.
Più di settemila sono i corridori attesi, circa un terzo dall'estero: dall'ex velocista tedesco Erik Zabel, vincitore di oltre 200 volate, al professor Aki Nazakawa, docente di giapponese all'università di Perugia, sono tutti invitati dal regolamento a presentarsi al via con biciclette di un'epoca anteriore al 1990, cioè con telaio in acciaio, freni esterni, leva del cambio sul tubo obliquo, pedali muniti di gabbietta.
Al colpo di pistola dello starter, questa multicolore carovana si metterà sulla scia del veterano Luciano Berruti, che si è reinventato corridore che aveva 40 anni suonati: a spingerlo una passione così contagiosa da avere convinto i suoi compaesani a trovargli un posto, in località Bosi, per creare un museo dove esporre biciclette, maglie, borracce e pezzi rinvenuti dentro garage e soffitte.
«Tutto perché quel giorno del 1983» racconta Luciano «fermo la macchina davanti a un'officina di Cairo, il meccanico mi mostra una vecchia bici Olmo e io, senza pensarci su, ci monto sopra e vado in giro per ore, come guidato da una specie di forza. Alla fine rincaso che ormai è buio, dimenticandomi di avere lasciato l'auto in un altro paese...». E inizia un'avventura che, tra crono-scalate perse per una pedivella d'intralcio (vedi la Savona-Madonna del Monte del ‘95) e rare bici Michaux del 1865 scovate dalle parti di Bordeaux, porta Berruti a diventare uomo-immagine dell'Eroica, con tanto di contratto.
«Ho mancato solo la prima edizione» racconta, «semplicemente perché non lo sapevo. Così, dopo che me l'hanno raccontata, mi presento alla seconda, nel ‘98, in sella a una bellissima Frejus del 1932. Partiamo sotto un diluvio universale, e con quel tempo mi tocca scalare il muro terrificante di Montelupo, roba che mi si spezzano le gambe... Però arrivo in cima, anche perché a metà salita becco un corteo nuziale tutto pigiato sotto gli ombrelli, e non so perché ma uno degli invitati mi presta un po' d'olio d'oliva per la mia catena che era un po' arrugginita».
Più ci si inoltra fra i meandri di questa picaresca memoria e più si ha la certezza di avere di fronte il testimonial che l'Eroica aspettava dal momento in cui il dottor Brocci l'ha creata. Quando cioè, sul finire degli anni Novanta, si è voluto proporre un modello d'antan a un ciclismo sempre più dominato da campioni ligi a diete e regimi di vita finalizzati a valicare come libellule qualsiasi muro alpino. Immemori che fra i loro predecessori degli anni 50 e 60 giganteggiavano pezzi d'uomo come Jacques Anquetil, noto amante della buona tavola, o Gastone Nencini, ricordato nel libro del telecronista Adriano De Zan Signori e signori buonasera per avergli detto: «Io digerisco quello che voglio, anche i chiodi».
Del fascino dell'Eroica fanno parte anche le soste sotto alberi secolari, a cominciare dal «leccione» poco dopo la partenza, le vedute di magioni come quella dove il barone Ricasoli studiava da successore del conte di Cavour e i lussuriosi spuntini senesi a base di ribollita, finocchioni e schiacciate d'uva. Partecipare per credere, e provare a copiare: in pochi anni, il format de L'Eroica è stato esportato da Brocci anche nell'Uruguay di Punta dell'Este, nella britannica foresta di Nottingham e nel Giappone del professore-ciclista Nazakawa. Unica condizione, quella di reperire in loco migliaia di nostalgici pronti ad accodarsi alla ruota dell'apripista Berruti, nonché a donargli ulteriori emozioni. Il museo più pregiato di questo pioniere ad honorem del ciclismo è la sua fenomenale memoria, sulle cui scie si scollina da un'epoca all'altra attraverso paesaggi, ritagli di giornale, scorci di minute storie che corrono sotto la Storia scritta nei libri.
«A volte mi sembra di andare per una strada che hanno fatto apposta per me» dice a un tratto, «come quando, durante la pausa di un'Eroica, mi siedo vicino a un altro ciclista e mi metto a raccontargli la prima tappa del Giro d'Italia che ho visto di persona, nel ‘58, con mio papà, sulle colline di Cadibona. E quello allora mi dice che poi a Chiavari l'ha vinta proprio lui, Silvano Ciampi da Maresca, che sta in provincia di Pistoia, ed è come se lo premiassero di nuovo, tanto il mio racconto lo emoziona». Conosciuti di persona, o attraverso le cronache del passato, non fa differenza, sono tutti campioni e gregari che semplicemente vivono nelle parole di Berruti. Per cui si comprende con quale amore sappia presentare i pezzi del suo museo. Come la cyclette ottocentesca su cui manteneva il peso forma Sissi, amatissima principessa d'Austria. O come la bicicletta usata da Francesco Camusso, torinese di Cumiana, classe 1908, dominatore del Giro d'Italia 1931. Uno così sgradito al regime fascista che al Giro del '33 pare gli abbiano impedito di fare il bis dando uno strappo in auto, nella tappa decisiva, al rivale in camicia nera Leandro Guerra. Era un discesista così spericolato, Camusso, che poteva buttarsi dal Sestriere infilando i tornanti in derapage , senza mai bloccare le ruote con i freni. Corridore d'assalto, come il francese Lucien Petit-Breton, morto nel ‘17 per le ferite riportate sul fronte delle Ardenne della Grande guerra, dopo avere inanellato due Tour de France divorando strade bianche e polverose come queste dell'Eroica.
«Correva su una Peugeot uguale alla mia, Petit» racconta con orgoglio l'apripista che adesso, fra i vigneti del Chianti, guiderà la carovana in sella a questa bici, uscita dall'officina Peugeot 109 anni fa. Ma stavolta Berruti la sfoggerà lungo l'Eroica versione 70 chilometri, e non più sulla distanza massima dei 200, suscitando il comprensibile sollievo di una famiglia dove gli altri nomi sono tutti polacchi: Zofia la moglie, Leszek e Jacek i figli.Tanto – ora che la biglia con il suo nome e la sua faccia rotola sulla sabbia di corse senza tempo – il buon Luciano non ha più bisogno di dimostrare nulla.
(30 settembre 2016)
Nessuno meritava il premio della pallina di plastica con foto più del baffuto e sanguigno Berruti, savonese di Cosseria che, in sella alla sua venerabile Peugeot del 1907, domenica prossima, 2 ottobre, farà da apripista alla ventesima Eroica, corsa inventata dal medico-giornalista Giancarlo Brocci per ridare senso al ciclismo dei pionieri. Con percorsi tagliati su misura, da 46 a 209 chilometri, e partenza e arrivo nella magnificenza di Gaiole in Chianti, dal 1997 l'Eroica è la «cicloturistica» più ambita del mondo, resa unica da 112 chilometri di strade bianche che si arrampicano sulle colline senesi, fra verdeggianti dintorni di paesini come Monteridolfi, Buonconvento, Castellina.
Più di settemila sono i corridori attesi, circa un terzo dall'estero: dall'ex velocista tedesco Erik Zabel, vincitore di oltre 200 volate, al professor Aki Nazakawa, docente di giapponese all'università di Perugia, sono tutti invitati dal regolamento a presentarsi al via con biciclette di un'epoca anteriore al 1990, cioè con telaio in acciaio, freni esterni, leva del cambio sul tubo obliquo, pedali muniti di gabbietta.
Al colpo di pistola dello starter, questa multicolore carovana si metterà sulla scia del veterano Luciano Berruti, che si è reinventato corridore che aveva 40 anni suonati: a spingerlo una passione così contagiosa da avere convinto i suoi compaesani a trovargli un posto, in località Bosi, per creare un museo dove esporre biciclette, maglie, borracce e pezzi rinvenuti dentro garage e soffitte.
«Tutto perché quel giorno del 1983» racconta Luciano «fermo la macchina davanti a un'officina di Cairo, il meccanico mi mostra una vecchia bici Olmo e io, senza pensarci su, ci monto sopra e vado in giro per ore, come guidato da una specie di forza. Alla fine rincaso che ormai è buio, dimenticandomi di avere lasciato l'auto in un altro paese...». E inizia un'avventura che, tra crono-scalate perse per una pedivella d'intralcio (vedi la Savona-Madonna del Monte del ‘95) e rare bici Michaux del 1865 scovate dalle parti di Bordeaux, porta Berruti a diventare uomo-immagine dell'Eroica, con tanto di contratto.
«Ho mancato solo la prima edizione» racconta, «semplicemente perché non lo sapevo. Così, dopo che me l'hanno raccontata, mi presento alla seconda, nel ‘98, in sella a una bellissima Frejus del 1932. Partiamo sotto un diluvio universale, e con quel tempo mi tocca scalare il muro terrificante di Montelupo, roba che mi si spezzano le gambe... Però arrivo in cima, anche perché a metà salita becco un corteo nuziale tutto pigiato sotto gli ombrelli, e non so perché ma uno degli invitati mi presta un po' d'olio d'oliva per la mia catena che era un po' arrugginita».
Più ci si inoltra fra i meandri di questa picaresca memoria e più si ha la certezza di avere di fronte il testimonial che l'Eroica aspettava dal momento in cui il dottor Brocci l'ha creata. Quando cioè, sul finire degli anni Novanta, si è voluto proporre un modello d'antan a un ciclismo sempre più dominato da campioni ligi a diete e regimi di vita finalizzati a valicare come libellule qualsiasi muro alpino. Immemori che fra i loro predecessori degli anni 50 e 60 giganteggiavano pezzi d'uomo come Jacques Anquetil, noto amante della buona tavola, o Gastone Nencini, ricordato nel libro del telecronista Adriano De Zan Signori e signori buonasera per avergli detto: «Io digerisco quello che voglio, anche i chiodi».
Del fascino dell'Eroica fanno parte anche le soste sotto alberi secolari, a cominciare dal «leccione» poco dopo la partenza, le vedute di magioni come quella dove il barone Ricasoli studiava da successore del conte di Cavour e i lussuriosi spuntini senesi a base di ribollita, finocchioni e schiacciate d'uva. Partecipare per credere, e provare a copiare: in pochi anni, il format de L'Eroica è stato esportato da Brocci anche nell'Uruguay di Punta dell'Este, nella britannica foresta di Nottingham e nel Giappone del professore-ciclista Nazakawa. Unica condizione, quella di reperire in loco migliaia di nostalgici pronti ad accodarsi alla ruota dell'apripista Berruti, nonché a donargli ulteriori emozioni. Il museo più pregiato di questo pioniere ad honorem del ciclismo è la sua fenomenale memoria, sulle cui scie si scollina da un'epoca all'altra attraverso paesaggi, ritagli di giornale, scorci di minute storie che corrono sotto la Storia scritta nei libri.
«A volte mi sembra di andare per una strada che hanno fatto apposta per me» dice a un tratto, «come quando, durante la pausa di un'Eroica, mi siedo vicino a un altro ciclista e mi metto a raccontargli la prima tappa del Giro d'Italia che ho visto di persona, nel ‘58, con mio papà, sulle colline di Cadibona. E quello allora mi dice che poi a Chiavari l'ha vinta proprio lui, Silvano Ciampi da Maresca, che sta in provincia di Pistoia, ed è come se lo premiassero di nuovo, tanto il mio racconto lo emoziona». Conosciuti di persona, o attraverso le cronache del passato, non fa differenza, sono tutti campioni e gregari che semplicemente vivono nelle parole di Berruti. Per cui si comprende con quale amore sappia presentare i pezzi del suo museo. Come la cyclette ottocentesca su cui manteneva il peso forma Sissi, amatissima principessa d'Austria. O come la bicicletta usata da Francesco Camusso, torinese di Cumiana, classe 1908, dominatore del Giro d'Italia 1931. Uno così sgradito al regime fascista che al Giro del '33 pare gli abbiano impedito di fare il bis dando uno strappo in auto, nella tappa decisiva, al rivale in camicia nera Leandro Guerra. Era un discesista così spericolato, Camusso, che poteva buttarsi dal Sestriere infilando i tornanti in derapage , senza mai bloccare le ruote con i freni. Corridore d'assalto, come il francese Lucien Petit-Breton, morto nel ‘17 per le ferite riportate sul fronte delle Ardenne della Grande guerra, dopo avere inanellato due Tour de France divorando strade bianche e polverose come queste dell'Eroica.
«Correva su una Peugeot uguale alla mia, Petit» racconta con orgoglio l'apripista che adesso, fra i vigneti del Chianti, guiderà la carovana in sella a questa bici, uscita dall'officina Peugeot 109 anni fa. Ma stavolta Berruti la sfoggerà lungo l'Eroica versione 70 chilometri, e non più sulla distanza massima dei 200, suscitando il comprensibile sollievo di una famiglia dove gli altri nomi sono tutti polacchi: Zofia la moglie, Leszek e Jacek i figli.Tanto – ora che la biglia con il suo nome e la sua faccia rotola sulla sabbia di corse senza tempo – il buon Luciano non ha più bisogno di dimostrare nulla.
(30 settembre 2016)