NEW YORK. La grande crisi del 2008 nella memoria collettiva ha come fattore scatenante la speculazione finanziaria sui mutui sub-prime, la bolla immobiliare americana. Pochi si ricordano che di bolla speculativa all’epoca ce n’era anche un’altra: fece esplodere i prezzi mondiali delle derrate alimentari. L’iperinflazione dei prodotti di base come soia, riso e grano ebbe effetti destabilizzanti su vari regimi politici nei Paesi emergenti: le code di quell’evento arrivano fino alle primavere arabe.
L’evento più importante del nostro secolo, cioè la rinascita di Cindia, lo spostamento del barometro della storia verso le due nazioni più popolose, che erano anche le più ricche e avanzate mezzo millennio fa (prima dell’era coloniale), ha un riflesso cruciale sulla storia dell’alimentazione umana. Improvvisamente la dieta «occidentale» – con tanta carne e tanti zuccheri – viene adottata da un nuovo ceto medio di 800 milioni in molti Paesi emergenti. L’ascesa economica del Brasile non si spiega senza la rivoluzione nella dieta dei cinesi, che comprano dal Sudamerica zucchero e soia.
Il titanico progetto del presidente cinese Xi Jinping di unire l’intera Eurasia attraverso una rete di modernissime infrastrutture di trasporto, non è ispirato solo dalla necessità di accorciare le distanze tra la Cina e il petrolio del Medio oriente, o tra la Cina e i suoi mercati di sbocco europei. C’è anche il bisogno di garantirsi comunicazioni efficienti e veloci con i granai delle pianure russo-ucraine, o con i porti del Corno d’Africa dove arrivano altre derrate agroalimentari dal continente nero.
Tra i focolai possibili per lo scoppio di una guerra mondiale, da tempo la Cia annovera un «conflitto per l’acqua» tra Cina e India, i cui fiumi nascono tutti dalle stesse montagne: l’Himalaya e le altre catene montuose e altipiani del Tibet. Senza acqua avanza la desertificazione già in atto, e l’agricoltura indiana come quella cinese sarebbero al collasso. Alla fine, l’alimentazione resta il problema numero uno dell’umanità.
All’alimentazione dedica un eccellente libro-inchiesta il reporter investigativo Stefano Liberti, proseguendo un lavoro che aveva iniziato con Land Grabbing, saggio dedicato alle acquisizioni su vasta scala di terre coltivabili. In I signori del cibo ricostruisce le grandi trasformazioni nell’agro-industria su scala internazionale, le nuove filiere produttive, e le ricadute sulla qualità di quello che mangiamo, sulla nostra salute. In mezzo, ci stanno pure gli equilibri sociali di intere nazioni, con le classi dei piccoli agricoltori spesso stritolate, impoverite, o addirittura in via di estinzione. In fondo, la preoccupazione tradizionale dei neo-malthusiani, convinti che questo pianeta sia sovrappopolato e non possa sfamare tutti i suoi abitanti, qui riceve una risposta precisa: di certo non li può sfamare decentemente, senza avvelenarli, finché domina questo modello produttivo.
I grandi conflitti geostrategici e geoeconomici, nell’inchiesta di Liberti hanno un riflesso speculare in quello che accade sugli scaffali dei nostri supermercati, sulle nostre tavole, e alla fine sulle nostre arterie, colesterolo, esposizione a tumori e altre malattie degenerative. Il suo non è un procedere astratto, per generalizzazioni. Liberti va nei luoghi di cui parla, ce li descrive, racconta i protagonisti e le vittime di una «inedita alleanza tra grandi gruppi alimentari e fondi finanziari», da cui si sviluppano quelle che lui definisce aziende-locusta: «Gruppi interessati a produrre su larga scala al minor costo possibile, che stabiliscono con l’ambiente e con i mezzi di produzione – la terra, l’acqua, gli animali d’allevamento – un rapporto puramente estrattivo. Sfruttano le risorse fino al loro totale dissipamento: esaurite le capacità di un luogo, passano oltre, proprio come uno sciame di locuste».
Liberti sceglie di concentrare la sua indagine su quattro prodotti alimentari a larghissima diffusione: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola, il pomodoro concentrato. Elementi che ricorrono nelle diete alimentari di molte popolazioni. Per ciascuno di questi ricostruisce le filiere produttive, risalendo alle terre coltivate o ai grandi allevamenti, e poi riscende a valle fino al consumatore finale. Raccontandoci tutti gli orrori che incontra nel percorso. Non che questi debbano sempre stupirci: spesso si tratta di déjà vu, con la trasposizione brutale nei Paesi emergenti di modelli produttivi e di consumo che sono già stati collaudati in Occidente.
Molto spesso in America, la patria dell’agro-business più mastodontico, del Frankenfood, nonché dell’obesità di massa. Oggi fa sorridere (amaro) ricordare un celebre battuta del leader cinese Deng Xiaoping, quando alla sua prima visita ufficiale in America tradì la sua ammirazione per un Paese dove «i poveri sono grassi». Con gli occhi di chi aveva fresco il ricordo di una Cina poverissima, affamata dalle aberrazioni economiche del maoismo, il povero-obeso poteva sembrare uno spettacolo rassicurante. I dirigenti cinesi di oggi, alle prese con l’obesità dilagante in casa loro, e tutte le patologie connesse, hanno smesso di idealizzare quell’aspetto dell’American Dream. Chi vive in America sa che per i poveri di qui mangiar bene è quasi impossibile: nei loro quartieri non esistono mercatini ortofrutticoli, i supermercati hanno solo roba surgelata, conserve, junk-food sotto vuoto o sotto plastica. Michelle Obama ce l’ha messa tutta in questi otto anni per fare arrivare cibo sano nelle scuole, con dei risultati dignitosi, ma farlo arrivare nelle case è ancora più difficile.
Liberti racconta come il modello americano sia diventato universale: «Industrializzazione forzata e concentrazione della produzione senza precedenti». Fenomeni che stravolgono le tradizioni anche in un settore come l’allevamento dei maiali, antichissima attività per i contadini cinesi. Le aziende-locusta sono anche quelle che «muovono le navi porta-container piene di soia dal Brasile ai porti cinesi e i carichi di pomodoro concentrati dagli stessi porti cinesi verso il resto del mondo. Sono quelli che rinchiudono in capannoni centinaia di migliaia di maiali nutrendoli con la soia brasiliana. Sono quelli che inscatolano ed esportano il tonno che sta scomparendo dai nostri mari. Sono quelli che comprano il pomodoro raccolto dai bambini nello Xinjiang pagati un tot al metro o dagli africani senza documenti nel Sud Italia pagati un tot al cassone».
Riassumendo questa girandola infernale, i brasiliani coltivano la soia che viene mangiata dai maiali «industrializzati» che la Cina importa dagli Usa. I cinesi coltivano pomodori per quel concentrato che diventerà ketchup negli hamburger dei fast-food. Un sistema che elimina le differenze regionali, crea cibi uguali in tutto il pianeta, dove i principali sconfitti sono i piccoli contadini, ma i grandi sconfitti siamo anche noi consumatori.
Liberti è consapevole che queste denunce possono sfociare in una impasse. Quella dello snobismo salutista, della ricerca dei cibi purissimi, ultra-bio, possibilmente a chilometro zero: col risultato che l’alimentazione sana diventa un lusso per pochi. Lui si pone il problema: «In un mondo globalizzato è possibile tornare ai bei tempi antichi in cui le arance si mangiavano esclusivamente in inverno e solo a certe latitudini? Il movimento dei fautori della filiera corta si può imporre a livello globale?». Riconosce anche una realtà storica: il cibo ha sempre viaggiato, anche ai tempi degli antichi romani che commerciavano fino agli estremi confini del mondo così come era noto a loro. La soluzione non può essere un «anacronismo romantico», alla portata di consumatori attenti e benestanti.
Ci dev’essere un’altra strada per conciliare la nostra salute, la battaglia contro le diseguaglianze, il rispetto degli equilibri ambientali, e le giuste aspirazioni di benessere dei contadini dell’emisfero Sud. Una conclusione certa, da questo lungo viaggio di Liberti «nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta», è il nemico contro cui unire i nostri sforzi: le aziende-locusta. Ciascuno di noi può fare qualche battaglia personale, per esempio cercando di approvvigionarsi presso i centri del commercio equo e solidale, o dai piccoli produttori locali. Facendo attenzione alle etichette, perché si scopre che marche «centenarie» del buon cibo italiano sono finite dentro qualche multinazionale. Ma è chiaro da questo libro che consumatori e cittadini devono farsi sentire perché agisca nel loro interesse l’unico attore in grado (se vuole) di controbilanciare l’agro-business, cioè il soggetto pubblico.
(30 settembre 2016)
L’evento più importante del nostro secolo, cioè la rinascita di Cindia, lo spostamento del barometro della storia verso le due nazioni più popolose, che erano anche le più ricche e avanzate mezzo millennio fa (prima dell’era coloniale), ha un riflesso cruciale sulla storia dell’alimentazione umana. Improvvisamente la dieta «occidentale» – con tanta carne e tanti zuccheri – viene adottata da un nuovo ceto medio di 800 milioni in molti Paesi emergenti. L’ascesa economica del Brasile non si spiega senza la rivoluzione nella dieta dei cinesi, che comprano dal Sudamerica zucchero e soia.
Il titanico progetto del presidente cinese Xi Jinping di unire l’intera Eurasia attraverso una rete di modernissime infrastrutture di trasporto, non è ispirato solo dalla necessità di accorciare le distanze tra la Cina e il petrolio del Medio oriente, o tra la Cina e i suoi mercati di sbocco europei. C’è anche il bisogno di garantirsi comunicazioni efficienti e veloci con i granai delle pianure russo-ucraine, o con i porti del Corno d’Africa dove arrivano altre derrate agroalimentari dal continente nero.
Tra i focolai possibili per lo scoppio di una guerra mondiale, da tempo la Cia annovera un «conflitto per l’acqua» tra Cina e India, i cui fiumi nascono tutti dalle stesse montagne: l’Himalaya e le altre catene montuose e altipiani del Tibet. Senza acqua avanza la desertificazione già in atto, e l’agricoltura indiana come quella cinese sarebbero al collasso. Alla fine, l’alimentazione resta il problema numero uno dell’umanità.
All’alimentazione dedica un eccellente libro-inchiesta il reporter investigativo Stefano Liberti, proseguendo un lavoro che aveva iniziato con Land Grabbing, saggio dedicato alle acquisizioni su vasta scala di terre coltivabili. In I signori del cibo ricostruisce le grandi trasformazioni nell’agro-industria su scala internazionale, le nuove filiere produttive, e le ricadute sulla qualità di quello che mangiamo, sulla nostra salute. In mezzo, ci stanno pure gli equilibri sociali di intere nazioni, con le classi dei piccoli agricoltori spesso stritolate, impoverite, o addirittura in via di estinzione. In fondo, la preoccupazione tradizionale dei neo-malthusiani, convinti che questo pianeta sia sovrappopolato e non possa sfamare tutti i suoi abitanti, qui riceve una risposta precisa: di certo non li può sfamare decentemente, senza avvelenarli, finché domina questo modello produttivo.
I grandi conflitti geostrategici e geoeconomici, nell’inchiesta di Liberti hanno un riflesso speculare in quello che accade sugli scaffali dei nostri supermercati, sulle nostre tavole, e alla fine sulle nostre arterie, colesterolo, esposizione a tumori e altre malattie degenerative. Il suo non è un procedere astratto, per generalizzazioni. Liberti va nei luoghi di cui parla, ce li descrive, racconta i protagonisti e le vittime di una «inedita alleanza tra grandi gruppi alimentari e fondi finanziari», da cui si sviluppano quelle che lui definisce aziende-locusta: «Gruppi interessati a produrre su larga scala al minor costo possibile, che stabiliscono con l’ambiente e con i mezzi di produzione – la terra, l’acqua, gli animali d’allevamento – un rapporto puramente estrattivo. Sfruttano le risorse fino al loro totale dissipamento: esaurite le capacità di un luogo, passano oltre, proprio come uno sciame di locuste».
Liberti sceglie di concentrare la sua indagine su quattro prodotti alimentari a larghissima diffusione: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola, il pomodoro concentrato. Elementi che ricorrono nelle diete alimentari di molte popolazioni. Per ciascuno di questi ricostruisce le filiere produttive, risalendo alle terre coltivate o ai grandi allevamenti, e poi riscende a valle fino al consumatore finale. Raccontandoci tutti gli orrori che incontra nel percorso. Non che questi debbano sempre stupirci: spesso si tratta di déjà vu, con la trasposizione brutale nei Paesi emergenti di modelli produttivi e di consumo che sono già stati collaudati in Occidente.
Molto spesso in America, la patria dell’agro-business più mastodontico, del Frankenfood, nonché dell’obesità di massa. Oggi fa sorridere (amaro) ricordare un celebre battuta del leader cinese Deng Xiaoping, quando alla sua prima visita ufficiale in America tradì la sua ammirazione per un Paese dove «i poveri sono grassi». Con gli occhi di chi aveva fresco il ricordo di una Cina poverissima, affamata dalle aberrazioni economiche del maoismo, il povero-obeso poteva sembrare uno spettacolo rassicurante. I dirigenti cinesi di oggi, alle prese con l’obesità dilagante in casa loro, e tutte le patologie connesse, hanno smesso di idealizzare quell’aspetto dell’American Dream. Chi vive in America sa che per i poveri di qui mangiar bene è quasi impossibile: nei loro quartieri non esistono mercatini ortofrutticoli, i supermercati hanno solo roba surgelata, conserve, junk-food sotto vuoto o sotto plastica. Michelle Obama ce l’ha messa tutta in questi otto anni per fare arrivare cibo sano nelle scuole, con dei risultati dignitosi, ma farlo arrivare nelle case è ancora più difficile.
Liberti racconta come il modello americano sia diventato universale: «Industrializzazione forzata e concentrazione della produzione senza precedenti». Fenomeni che stravolgono le tradizioni anche in un settore come l’allevamento dei maiali, antichissima attività per i contadini cinesi. Le aziende-locusta sono anche quelle che «muovono le navi porta-container piene di soia dal Brasile ai porti cinesi e i carichi di pomodoro concentrati dagli stessi porti cinesi verso il resto del mondo. Sono quelli che rinchiudono in capannoni centinaia di migliaia di maiali nutrendoli con la soia brasiliana. Sono quelli che inscatolano ed esportano il tonno che sta scomparendo dai nostri mari. Sono quelli che comprano il pomodoro raccolto dai bambini nello Xinjiang pagati un tot al metro o dagli africani senza documenti nel Sud Italia pagati un tot al cassone».
Riassumendo questa girandola infernale, i brasiliani coltivano la soia che viene mangiata dai maiali «industrializzati» che la Cina importa dagli Usa. I cinesi coltivano pomodori per quel concentrato che diventerà ketchup negli hamburger dei fast-food. Un sistema che elimina le differenze regionali, crea cibi uguali in tutto il pianeta, dove i principali sconfitti sono i piccoli contadini, ma i grandi sconfitti siamo anche noi consumatori.
Liberti è consapevole che queste denunce possono sfociare in una impasse. Quella dello snobismo salutista, della ricerca dei cibi purissimi, ultra-bio, possibilmente a chilometro zero: col risultato che l’alimentazione sana diventa un lusso per pochi. Lui si pone il problema: «In un mondo globalizzato è possibile tornare ai bei tempi antichi in cui le arance si mangiavano esclusivamente in inverno e solo a certe latitudini? Il movimento dei fautori della filiera corta si può imporre a livello globale?». Riconosce anche una realtà storica: il cibo ha sempre viaggiato, anche ai tempi degli antichi romani che commerciavano fino agli estremi confini del mondo così come era noto a loro. La soluzione non può essere un «anacronismo romantico», alla portata di consumatori attenti e benestanti.
Ci dev’essere un’altra strada per conciliare la nostra salute, la battaglia contro le diseguaglianze, il rispetto degli equilibri ambientali, e le giuste aspirazioni di benessere dei contadini dell’emisfero Sud. Una conclusione certa, da questo lungo viaggio di Liberti «nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta», è il nemico contro cui unire i nostri sforzi: le aziende-locusta. Ciascuno di noi può fare qualche battaglia personale, per esempio cercando di approvvigionarsi presso i centri del commercio equo e solidale, o dai piccoli produttori locali. Facendo attenzione alle etichette, perché si scopre che marche «centenarie» del buon cibo italiano sono finite dentro qualche multinazionale. Ma è chiaro da questo libro che consumatori e cittadini devono farsi sentire perché agisca nel loro interesse l’unico attore in grado (se vuole) di controbilanciare l’agro-business, cioè il soggetto pubblico.
(30 settembre 2016)