Il Venerdì

Parigi, pochi ma cattivi: la protesta è radicale

Parigi, 15 settembre 2016. Un poliziotto tra le fiamme  durante la 14ª giornata di mobilitazione in sei mesi (Thomas Samson / Afp / Getty Images) 
Mesi di proteste nelle piazze contro la "Loi Travail". Una lotta dapprima pacifica condotta in stato d’emergenza anti-Is. Che non ha pagato. E alla fine ha deluso molti e radicalizzato gli altri
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PARIGI. Il nome in codice è Mili, ovvero Mouvement inter luttes indépendant. Li riconosci da lontano, ragazzi con passamontagna, casco, abbigliamento scuro, urlano slogan contro le forze dell’ordine: «Tout le monde déteste la police». Non tutta la Francia odia la polizia, ma il blocco nero ormai può dirlo senza doversi più nascondere, sfila dentro ai cortei, era nelle prime file dell’ennesima manifestazione finita con molotov lanciate contro agenti. Un poliziotto ha preso fuoco ed è stato evacuato in elicottero fino all’ospedale. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, scene di guerra nel centro di Parigi, in quella place de la République dove la Francia aveva organizzato una «marcia repubblicana», la più grande manifestazione dal dopoguerra, tre milioni di persone, che sfidavano il terrore e applaudivano gli uomini in divisa.

Era l’11 gennaio 2015, dopo gli attentati a Charlie e all’Hyper Cacher. Un secolo fa. Nel frattempo ci sono stati nuovi attentati, lo stato di emergenza è diventato routine provocando, secondo alcune associazioni per i diritti civili, abusi e un clima di impunità delle forze dell’ordine, in nome della lotta al terrorismo. Dalla primavera a oggi ci sono state decine di manifestanti feriti, centinaia di arresti di presunti casseurs, video di pestaggi che girano in Rete. E intanto il movimento sociale che aveva paralizzato il Paese con scioperi e raduni è evaporato come un sogno di mezza estate. Con il voto definitivo del parlamento il 21 luglio scorso, la controversa Loi Travail, paragonata sbrigativamente a un Jobs Act alla francese, entrerà in vigore nelle prossime settimane, nonostante i sindacati minaccino ricorsi alla Consulta e promettano nuove giornate di lotta.

Sono rimasti gli irriducibili della protesta, quelli del Mili che lanciano azioni seguendo l’hashtag PerturbeTaVille, disturba la tua città, pubblicano filmati di guerriglia urbana: molotov, lanci di proiettili, cassonetti dati alle fiamme. Una delle clip più popolari del gruppo è stata vista 50 mila volte. «Nessun movimento» è il sottotitolo «è mai durato così a lungo ed è stato così forte». Un altro gruppo, Jaar (Jeunesse anticapitaliste révolutionnaire), diffonde parodie di celebri pubblicità con slogan che incitano all’insurrezione. Persino il moderato Unef, il sindacato degli studenti, ha mandato via il pacato William Martinet, per lasciare spazio alla più estremista Lilâ Le Bas, 23 anni. «Le concessioni fatte dal governo qualche mese fa non ci bastano» chiarisce subito la ragazza. «Vogliamo riprendere la protesta e, se necessario, bloccare le università».
Lo storico François Cusset ha pubblicato molti studi sulle nuove forme di rivolta. «Sbaglia chi pensa che sia facile tracciare una divisione netta tra manifestanti buoni e cattivi, o che esista un unico profilo dei casseurs». Nel blocco nero, spiega, ci sono i soliti anarchici, militanti dell’autonomia, come in passato. «Ma anche, e questa è la novità, lavoratori precari, giovani disoccupati, liceali picchiati durante altri cortei. Tutti uniti dalla rabbia contro il sistema che li esclude» osserva Cusset. Sono pochi, tanti? «Abbiamo visto» risponde «che sta aumentando la massa critica di quelli che non hanno più nulla da perdere».

La spaccatura tra protesta violenta o pacifica si era già vista dentro a Nuit Debout che per tre mesi ha occupato Place de la République. Ogni notte, o quasi, c’erano scontri a margini delle assemblee che promettevano di reinventare la democrazia. Il culmine si è raggiunto a giugno, quando un gruppo di casseurs ha attaccato l’ospedale pediatrico Necker. L’inizio della fine. Alcuni manifestanti sono diventati sempre più radicali, altri si sono allontanati, delusi. «Ci siamo accorti che l’iper-democrazia finisce in una sorta di burocrazia». Il regista François Ruffin, direttore della rivista Fakir, una sorta di organo del movimento, prende atto del fallimento di Nuit Debout. «È stato un eccellente spazio di riflessione, ma non di decisione». «La scintilla non ha provocato un incendio» commenta anche l’economista Frédéric Lordon, uno dei leader di Nuit Debout. Lordon sostiene che la reazione dei «custodi dell’ordine» del sistema – dal governo ai media – ha radicalizzato la protesta, facendo esplodere le varie anime del movimento.

La famosa convergenza delle lotte non c’è stata, ma con la campagna per le presidenziali alle porte, la tensione rischia di salire ancora tra gli estremisti che denunciano i sociaux-traîtres, i social-traditori al governo. Il timore è che sia in corso una sorta di resa dei conti dentro alla gauche, dopo quasi cinque anni di potere. E come si sa, potrebbe non essere un pranzo di gala. «Abbiamo fatto una tappa nel cammino della ricomposizione politica per superare il grande vuoto della sinistra» sostiene Ruffin. E le molotov, i cori contro la polizia? «La violenza ha solo effetti controproducenti, non fa parte delle nostre opzioni di lotta» risponde. La contestazione, spiega, dev’essere mirata, a fianco dei lavoratori, come ha fatto lui con Merci Patron!, il documentario sui licenziamenti dentro al gruppo Lvmh, che ha girato il Paese ed è stato visto da oltre 500 mila spettatori. «Anche se i sindacati sono considerati vecchi arnesi» continua il regista, «vanno difesi e usati». Difficile immaginare una rivoluzione d’ottobre, anche se non bisogna mai sottovalutare i segnali. Molti ricordano ancora che nel 1968, qualche giorno prima della rivolta, Le Monde titolava in prima pagina: «La France s’ennuie», la Francia si annoia. Non era proprio così.

(30 settembre 2016)