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A Bruxelles c'è un mondo di plastica (in duemila pezzi)

Era l’utopia degli anni Sessanta: al Museo Adam sono esposti oggetti di quell’epoca, raccolti anche dalla spazzatura («tu sì, tu no») da Philippe Decelle, collezionista scientifico
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BRUXELLES. Le regole del sudoku sono semplici: riempire la griglia  con i numeri dall’1 al 9 in modo che in ogni riga, colonna e riquadro non sia ripetuto due volte lo stesso numero. Sono un po’ le stesse norme che si è dato Philippe Decelle nel 1987, quando ha iniziato la sua collezione di oggetti in plastica degli anni Sessanta e Settanta. Non è importante il pezzo in sé, bellissimo o raro, ma completare il quadro finale. Il risultato? Stupefacente. Eppure è cominciato tutto per caso. Ce lo racconta Decelle, ingegnere civile, classe 1948, mentre ci accompagna all’interno dell’Adam, il nuovo museo di arte e design a cento metri dall’Atomium, nato dalla donazione della collezione alla città di Bruxelles che ne ha fatto il nucleo centrale dell’esposizione permanente, il Plasticarium.

Il percorso inizia con la sedia Universale che Joe Colombo disegnò nel 1967 per Kartell e che per Decelle…
BRUXELLES. Le regole del sudoku sono semplici: riempire la griglia  con i numeri dall’1 al 9 in modo che in ogni riga, colonna e riquadro non sia ripetuto due volte lo stesso numero. Sono un po’ le stesse norme che si è dato Philippe Decelle nel 1987, quando ha iniziato la sua collezione di oggetti in plastica degli anni Sessanta e Settanta. Non è importante il pezzo in sé, bellissimo o raro, ma completare il quadro finale. Il risultato? Stupefacente. Eppure è cominciato tutto per caso. Ce lo racconta Decelle, ingegnere civile, classe 1948, mentre ci accompagna all’interno dell’Adam, il nuovo museo di arte e design a cento metri dall’Atomium, nato dalla donazione della collezione alla città di Bruxelles che ne ha fatto il nucleo centrale dell’esposizione permanente, il Plasticarium.

Il percorso inizia con la sedia Universale che Joe Colombo disegnò nel 1967 per Kartell e che per Decelle ha un valore speciale, come la Numero Uno di Zio Paperone. «L’ho trovata in un deposito della spazzatura di Bruxelles, dove arrivavano i camion dai quartieri più chic della città» dice Decelle stringendo in mano un quadernino. «Alla fine degli anni Ottanta la classe media aveva la frenesia di disfarsi di tutto quello che aveva intorno per comprare cose nuove, magari di pessima qualità. Mentre tornavo a casa con quella sedia ho capito che dovevo salvare quegli oggetti di design che appartengono al periodo della mia giovinezza. Un’epoca favolosa, non volevo che venisse trattata come un rifiuto da smaltire».

Formazione matematica e una passione fortissima per l’arte e la creatività, l’ingegner Decelle inizia a cercare i vecchi cataloghi e ad acquistare mobili e lampade di Kartell. Poi passa a quelli di Artemide e degli altri marchi italiani. Successivamente apre le porte ai francesi, ai tedeschi, ai belgi, agli inglesi, agli americani...Il Plasticarium è un’esplosione di forme ardite e di colori brillanti, con il rosso, il verde, il giallo e l’arancione che spingono l’umore a diventare buono per forza. «All’inizio degli anni Sessanta l’Europa si stava riprendendo dallo schiaffo della guerra e anno dopo anno si conquistavano nuovi spazi di libertà sociale. Il design italiano riuscì a dare forma a questa gioia di vivere. Giovani architetti di valore e industriali coraggiosi intuirono che la plastica, il materiale nuovo che avrebbe cambiato il XX secolo, aveva delle potenzialità creative eccezionali. In questi oggetti si concentra un grande sogno sociale e politico che venne messo bruscamente in discussione dalla crisi petrolifera del 1973».

L’allestimento del museo è minimale, per non disturbare gli oggetti: colata di resina sul pavimento, pilastri di cemento a vista e le opere esposte senza un ordine preciso, seguendo piuttosto il filo di un’emozione. Magistretti, Colombo, Zanuso, Aulenti, Castiglioni, Panton, Bonetto, Castelli, Sottsass, Pesce... I grandi nomi del design ci sono tutti, ma anche oggetti anonimi, che hanno cambiato la storia dei consumi. Come la radio a transistor Panasonic Toot-a-Loop (1966) che si chiude a braccialetto per portare la musica sempre con sé. «Guardi queste calcolatrici Olivetti di Mario Bellini. L’aspetto è giocoso e il caucciù che ricopre i tasti li rende morbidi al tatto, una sensazione simile a quello che si prova oggi con i touch screen».

Su un televisore appeso a una parete appare Dustin Hoffman in una delle scene topiche del Laureato: a bordo piscina, inebetito dalla festa organizzata dai genitori in suo onore, ascolta i consigli di un amico del padre per il suo futuro: «Voglio dirti solo una parola, ragazzo. Solo una parola», «Sì, signore», «Plastica, Ben. Il futuro è nella plastica».

Rigira il quadernino tra le mani Decelle. «È la grande utopia del design di quegli anni: creare un’intero mondo di plastica.La cucina, la camera da letto, la sala da pranzo, l’ufficio, la scuola, gli abiti, i gioielli, l’arte... Il legno arriva direttamente dalla natura, la plastica invece è il risultato della chimica, è pura creazione umana che può essere sempre migliorata e plasmata a seconda delle necessità». Tra gli oggetti più affascinanti esposti all’Adam c’è la poltrona Dondolo di Cesare Leonardi e Franca Stagi del 1967. «Lo considero il pezzo più interessante della mia collezione: è bellissimo come una scultura eppure mantiene tutta la sua utilità pratica, anche se io non ho mai avuto coraggio di sedermici sopra. Ne restano una quindicina di esemplari e non ho voluto correre il rischio di romperla».

Per recuperare gli oltre duemila pezzi (molti sono stipati in un deposito a vista ed esposti a rotazione), Decelle ha battuto i mercati delle pulci di mezza Europa, stretto rapporti con gallerie e svuotacantine, scelto con cura ogni oggetto: «tu sì, tu no». Produzioni in larga scala e autentiche rarità, come la scrivania gialla che Maurice Calka donò al presidente Georges Pompidou per arredare il suo studio privato all’Eliseo. «Quando arrivò Valéry Giscard d’Estaing se ne disfece subito. Sono molto fiero di averla salvata». Grazie a mostre organizzate a Bruxelles, a Parigi e in altre città d’Europa la collezione è diventata subito famosa, tanto che le istituzioni culturali chiamavano Decelle per evitare il destino del cassonetto agli arredi dismessi.

«Questo tavolo con panchette e lampada» dice indicando un organismo arancione che sembra piombato direttamente dallo spazio, «arredava il foyer del Théâtre de la Ville di Parigi. Quando decisero di ristrutturare, anche a loro è sembrato assurdo buttare via gli arredi di  Valentin Fabre e Jean Perrottet. Mi hanno chiamato e io, con un camioncino, sono partito da Bruxelles per andarlo a prendere». Accumula accumula, a un certo punto anche il magazzino affittato in centro, non gli è bastato più. «Gli oggetti in plastica sono sì eterni, ma vanno curati: le superfici e i colori possono perdere lucentezza e ingiallire. Avevo messo pellicole  contro i raggi ultravioletti alle finestre, installato i deumidificatori e la temperatura era fissa sotto i quattordici gradi. Non è facile gestire una collezione di queste dimensioni».

Non le stringe il cuore di essersi allontanato dalla sua creatura?«È stata una liberazione. Per più di trent’anni, oltre a lavorare, non ho avuto il tempo di fare altro. Ora sono tornato alla mia prima collezione, che avevo interrotto per dedicarmi alla plastica, ovvero i cristalli Lalique di inizio Novecento. Occupano ormai tutte le pareti di casa mia». La visita è finita, Decelle finalmente distende il quadernetto che rigira tra le mani da quando lo abbiamo incontrato. È un albo di sudoku.

(30 settembre 2016)