SAN FRANCISCO. Aiuto! Davvero. Quello che sta facendo Hillary Clinton nei miei confronti è un vero e proprio stalking. Mi scrive almeno sei volte al giorno, mi manda messaggi. Vuole che le dica che la amo, che la penso, che starò sempre con lei, che ha bisogno di me. Adesso mi fa scrivere anche dalla figlia. «Stai con mom?», «Non lasciarla sola, ti prego…». Per ogni cosa, fa una tragedia, ogni giorno è un ultimatum. E naturalmente chiede soldi. E le do i soldi: come faccio a non darglieli? Appena dati, me ne chiede di nuovo. Ah, sarei io il tossico? No, è lei più tossica di me. Mia moglie mi guarda costernata. Mi dice che devo uscirne, che è ancora possibile. Io le dico che posso smettere quando voglio. Figuriamoci. Sono un vecchio giornalista, mica un adolescente drogato.
Tutto è cominciato nel giugno scorso quando, dopo anni di carta verde, sono diventato un cittadino americano, con tanto di giuramento e passaporto. Appena finita la cerimonia, in un grande teatro a Oakland, mi hanno dato un certificato di cittadinanza e subito sono stato ghermito da attivisti del partito democratico, che erano appostati per registrare tutti i nuovi cittadini nelle liste elettorali. E la cosa aveva un senso: in pratica, appena poco prima eravamo tutti immigrati e si sa che l'immigrato che diventa cittadino, ci tiene a ringraziare il Paese che lo ha fatto diventare tale. Facessimo così anche in Italia, sarebbe meglio per tutti.
In quei giorni, in Italia, c'era la storia di quella giovane coppia di nigeriani, nella tranquilla e civile cittadina di Fermo nelle Marche. Erano riusciti a scappare, unici del loro clan, alle uccisioni di Boko Haram e noi li avevamo accolti. Ma non li avevamo fatti subito cittadini, come sarebbe stato doveroso. Anzi un tizio del luogo aveva gridato alla donna «torna in Africa, scimmia» o qualcosa del genere, il marito aveva reagito ed era rimasto sul terreno ammazzato. Invece qui avevamo prestato giuramento in più di mille, tutti ci avevano fatto le congratulazioni e ci stavano dicendo che dovevamo votare per il partito democratico.
Una parte grossa dei nuovi cittadini era messicana, ed erano i primi ad andare ad iscriversi. (Messicani e italiani non sono poi tanto differenti. Come dice il mio barbiere, i messicani, quando guadagnano qualche posizione sociale, dicono che sono italiani). Come tutti sanno, se vincerà Donald Trump, saranno tempi duri per i messicani. Ha detto che ne vuole deportare undici milioni e che vuole costruire un muro alto quattro metri. Il partito democratico sta facendo i massimi sforzi per registrare e portare al voto il maggior numero di ispanici possibili. Ne va della Casa Bianca, gli ispanici sono ormai la seconda etnia degli americani.
Credo che sia stato lì, al banchetto del partito democratico, che ho fatto l'errore di lasciare la mia mail. Sta di fatto che presto ho cominciato a ricevere le mail della campagna di Hillary Clinton. E lì ho fatto un secondo errore. Ho schiacciato un pulsante dove c'era la faccia di Hillary e la scritta «Io sto con lei», ed è partita la «dipendenza». La "Campagna" – uesta super entità politica che adesso sto cominciando a conoscere, e di cui forse non potrò più fare a meno – ha cominciato a lavorarmi ai fianchi, fino a quando mi ha strappato un numero di carta di credito. Ho dato venti dollari. Da quel momento sanno tutto di me. E a me sembra di sapere qualcosa di loro. E di lei.
È lì il trucco. Prima di arrivare nel gorgo attuale, occorre raccontare il rapporto quanto mai difficile che c'è tra denaro e politica negli Stati Uniti. Non solo i partiti e i singoli candidati possono essere finanziati da industriali, banche, lobby di ogni genere, ma una controversa sentenza della Corte Suprema ha permesso di finanziare, in modo abbastanza opaco e con cifre illimitate, la politica. Si chiama Citizen United e permette alle «corporation» di destinare quanto vogliono a dei comitati di azione politica, detti Superpac, che formalmente sponsorizzano un tema generale, ma in realtà appoggiano, in particolare con campagne di annunci televisivi, un singolo candidato.
I Superpac sono in genere attivi nella «pubblicità negativa» contro il candidato avverso, che può arrivare a livelli di volgarità inaudita ed ha quasi sempre un effetto dirompente. I repubblicani sono in genere maestri nell'ottenere questo tipo di finanziamenti. Grandi industriali, banche e monopoli (delle armi, del tabacco, del petrolio) di fatto condizionano la politica. Ma anche Hillary Clinton, attraverso la Fondazione Clinton (a nome suo e di suo marito Bill) è accusata di usare lo stesso sistema. In pratica, attraverso conferenze e donazioni sponsorizzate da Wall Street o dal Qatar o dalla Cina, «i Clinton» si sono fatti la fama di politici molto ricchi e spregiudicati, anche se non sono mai stati accusati di nulla di specifico. Ma indubbiamente la cattiva fama di Hillary («donna assetata di potere» per più della metà dei votanti) deriva da tutto questo gioco di relazioni.
Il successo di Bernie Sanders (un simpaticissimo vecchio socialista novecentesco) alle primarie democratiche si basava proprio su questo: sulla contestazione del finanziamento della politica da parte dei grandi gruppi di potere e attaccava Hillary come ancella del grande capitale. Sanders ha lanciato una campagna di finanziamento a colpi di versamenti di 27 dollari che ha avuto un successo colossale e ha visto protagonisti soprattutto i giovani. Alla fine, però, Sanders ha perso le primarie e, da vero gentiluomo, ha accettato di appoggiare Hillary e di darle il database dei suoi sottoscrittori.
Hillary, dal canto suo, ha messo nel suo programma l'abbattimento delle tasse universitarie, l'innalzamento del salario minimo nazionale e la riforma della Citizen United . E la «campagna Clinton» è partita. Una campagna elettorale americana, come grandi giornalisti hanno raccontato con maestria, è un'epopea. La «democrazia in azione» è fatta di entusiasmi e patti segreti, accordi sporchi, corruzione, trucchi elettorali, patenti violazioni delle leggi. Con un tratto comune: per diventare presidente ci vogliono soldi. Tanti soldi. E bisogna saperli usare.
Nella storia delle campagne elettorali, sono ormai diventate mitiche le due condotte da Obama, che è riuscito – il primo ad usare l'elettronica in modo massiccio – ad avere il controllo pieno di molte parti cruciali del territorio. Se si trattava di Ohio, per esempio, la campagna Obama è stata in grado, due volte, di scatenare sul campo migliaia di volontari, armati di iPhone e google maps, in grado di individuare l'elettore, il potenziale elettore, il collettore di voti, il prete, il sindacalista, l'insegnante. Raggiungerli, convincerli, motivarli, organizzare il trasporto al seggio, un piccolo ristoro e incassare il voto.
Cosa resta di quell'esperienza? Il database, che è passato alla campagna Clinton. Valore? Inestimabile. Ma poi c'è il «fattore umano»: occorre trovare volontari e, se non ci sono abbastanza volontari, occorre assumere persone, Quante? Siamo nell'ordine di decine di migliaia di persone. Occorrono telefonisti, autisti, accompagnatori, scout, ristoratori, impiegati, contabili, avvocati, ragionieri; uffici stampa, grafici, più tutti i tech. Dallo schermo del mio computer io vedo solo una minuscola parte di tutto ciò, ma anche solo questo mi dà l'idea di un'organizzazione potente.
Ho cominciato a ricevere mail a luglio. Mi informavano dei progressi della campagna, mi chiedevano soldi per l'organizzazione della convention. Mi chiamo Enrico e loro sapevano che esistevano altri 312 Enrico in California. Perché non comprare, per soli 50 dollari, uno sticker con la scritta «Enricos for Hillary»? Perché non comprare una T shirt firmata da famosi stilisti amici di Hillary? Un magnete per il frigo? Una tazza da caffè? Poi mi comunicarono che avevano avuto una grande idea: costruire una parete negli uffici della Campagna con i nomi di tutti i donatori. Cento dollari e mettevo anche il mio.
Poi mi ha scritto Barbra Streisand, che voleva assolutamente che partecipassi in prima fila a un suo concerto a Brooklyn. E, se versavo cento dollari, potevo entrare in una lista di sorteggiandi. La Campagna mi informava che eravamo ormai più di due milioni di donatori e che dovevamo impegnarci per raggiungere l'obiettivo fissato. Che non era uno scherzo: 150 milioni di dollari in un mese. Poi hanno cominciato a suonare l'allarme. C'era bisogno di più soldi, non solo per mandare persone «sul campo», ma per comprare «tempo sulle tv», per contrastare Trump che aveva cominciato a fare pubblicità.
All'inizio di settembre la Campagna mi ha informato che i sondaggi non erano poi così buoni come si pensava. Ed è partito l'SOS. Mi ha scritto Joe Biden, con il suo tono schietto: «Enrico, ti devo parlare da uomo a uomo». Mi ha scritto Barack: «Enrico, non puoi tirarti indietro». Poi Michelle: «Enrico, Hillary ha bisogno di te». Poi è successo che Hillary è svenuta a New York, ma la Campagna non mi ha detto niente. Se non, dopo qualche giorno, che stava meglio e aveva ancora più bisogno di me. Però dai giornali sapevo che stava meglio e che era andata a fare raccolta di soldi (grossi soldi) in California.
Poi è venuto giù tutto. Appelli accorati. Barack mi ha scritto: «Enrico, se non dai soldi subito, lo considero un insulto personale». E io ho ripreso a sfiorare lo schermo e lui ogni volta, slurp, si beveva i venti dollari. E poi compariva una scritta: fai un altro sforzo: ancora cinque. (E poi dicono che la burocrazia politica è una macchina ferraginosa). Ogni tanto mi dicevano grazie.
A metà settembre si respirava un'aria di tragedia. Trump sta rimontando! Trump sta raccogliendo più soldi di noi! Barack mi ha scritto che se vince Trump è la fine della democrazia, che è esattamente quello che penso anch'io. Mi hanno detto che tutto si giocava sul dibattito in televisione. Bisognava stare vicino a Hillary, darle forza, creare un comitato d'onore che la accompagnasse – virtualmente – sul palco. Che le desse coraggio, che la facesse sentire amata. Quanti? Almeno centomila dobbiamo essere! E come si fa a dire di no? Ce l'abbiamo fatta, centomila. Hillary stessa mi ha mandato una mail. Enrico, grazie per avermi accompagnato sul palco, mi hai dato forza. Credo di essere andata bene. Sei stato orgoglioso di me?
Adesso non bisogna fermarsi, mi stanno scrivendo tutti. Fermarsi adesso sarebbe terribile. Barack mi ha detto che era contento di Hillary, e anche un po' di me. Anche Chelsea, che pare sempre sul punto di piangere.Ma non crediate che sia fesso, eh!. So benissimo che non sono loro a scrivere le lettere. Però, se improvvisamente non mi scrivessero più… Beh, ci rimarrei male.
(7 ottobre 2016)
Tutto è cominciato nel giugno scorso quando, dopo anni di carta verde, sono diventato un cittadino americano, con tanto di giuramento e passaporto. Appena finita la cerimonia, in un grande teatro a Oakland, mi hanno dato un certificato di cittadinanza e subito sono stato ghermito da attivisti del partito democratico, che erano appostati per registrare tutti i nuovi cittadini nelle liste elettorali. E la cosa aveva un senso: in pratica, appena poco prima eravamo tutti immigrati e si sa che l'immigrato che diventa cittadino, ci tiene a ringraziare il Paese che lo ha fatto diventare tale. Facessimo così anche in Italia, sarebbe meglio per tutti.
In quei giorni, in Italia, c'era la storia di quella giovane coppia di nigeriani, nella tranquilla e civile cittadina di Fermo nelle Marche. Erano riusciti a scappare, unici del loro clan, alle uccisioni di Boko Haram e noi li avevamo accolti. Ma non li avevamo fatti subito cittadini, come sarebbe stato doveroso. Anzi un tizio del luogo aveva gridato alla donna «torna in Africa, scimmia» o qualcosa del genere, il marito aveva reagito ed era rimasto sul terreno ammazzato. Invece qui avevamo prestato giuramento in più di mille, tutti ci avevano fatto le congratulazioni e ci stavano dicendo che dovevamo votare per il partito democratico.
Una parte grossa dei nuovi cittadini era messicana, ed erano i primi ad andare ad iscriversi. (Messicani e italiani non sono poi tanto differenti. Come dice il mio barbiere, i messicani, quando guadagnano qualche posizione sociale, dicono che sono italiani). Come tutti sanno, se vincerà Donald Trump, saranno tempi duri per i messicani. Ha detto che ne vuole deportare undici milioni e che vuole costruire un muro alto quattro metri. Il partito democratico sta facendo i massimi sforzi per registrare e portare al voto il maggior numero di ispanici possibili. Ne va della Casa Bianca, gli ispanici sono ormai la seconda etnia degli americani.
Credo che sia stato lì, al banchetto del partito democratico, che ho fatto l'errore di lasciare la mia mail. Sta di fatto che presto ho cominciato a ricevere le mail della campagna di Hillary Clinton. E lì ho fatto un secondo errore. Ho schiacciato un pulsante dove c'era la faccia di Hillary e la scritta «Io sto con lei», ed è partita la «dipendenza». La "Campagna" – uesta super entità politica che adesso sto cominciando a conoscere, e di cui forse non potrò più fare a meno – ha cominciato a lavorarmi ai fianchi, fino a quando mi ha strappato un numero di carta di credito. Ho dato venti dollari. Da quel momento sanno tutto di me. E a me sembra di sapere qualcosa di loro. E di lei.
È lì il trucco. Prima di arrivare nel gorgo attuale, occorre raccontare il rapporto quanto mai difficile che c'è tra denaro e politica negli Stati Uniti. Non solo i partiti e i singoli candidati possono essere finanziati da industriali, banche, lobby di ogni genere, ma una controversa sentenza della Corte Suprema ha permesso di finanziare, in modo abbastanza opaco e con cifre illimitate, la politica. Si chiama Citizen United e permette alle «corporation» di destinare quanto vogliono a dei comitati di azione politica, detti Superpac, che formalmente sponsorizzano un tema generale, ma in realtà appoggiano, in particolare con campagne di annunci televisivi, un singolo candidato.
I Superpac sono in genere attivi nella «pubblicità negativa» contro il candidato avverso, che può arrivare a livelli di volgarità inaudita ed ha quasi sempre un effetto dirompente. I repubblicani sono in genere maestri nell'ottenere questo tipo di finanziamenti. Grandi industriali, banche e monopoli (delle armi, del tabacco, del petrolio) di fatto condizionano la politica. Ma anche Hillary Clinton, attraverso la Fondazione Clinton (a nome suo e di suo marito Bill) è accusata di usare lo stesso sistema. In pratica, attraverso conferenze e donazioni sponsorizzate da Wall Street o dal Qatar o dalla Cina, «i Clinton» si sono fatti la fama di politici molto ricchi e spregiudicati, anche se non sono mai stati accusati di nulla di specifico. Ma indubbiamente la cattiva fama di Hillary («donna assetata di potere» per più della metà dei votanti) deriva da tutto questo gioco di relazioni.
Il successo di Bernie Sanders (un simpaticissimo vecchio socialista novecentesco) alle primarie democratiche si basava proprio su questo: sulla contestazione del finanziamento della politica da parte dei grandi gruppi di potere e attaccava Hillary come ancella del grande capitale. Sanders ha lanciato una campagna di finanziamento a colpi di versamenti di 27 dollari che ha avuto un successo colossale e ha visto protagonisti soprattutto i giovani. Alla fine, però, Sanders ha perso le primarie e, da vero gentiluomo, ha accettato di appoggiare Hillary e di darle il database dei suoi sottoscrittori.
Hillary, dal canto suo, ha messo nel suo programma l'abbattimento delle tasse universitarie, l'innalzamento del salario minimo nazionale e la riforma della Citizen United . E la «campagna Clinton» è partita. Una campagna elettorale americana, come grandi giornalisti hanno raccontato con maestria, è un'epopea. La «democrazia in azione» è fatta di entusiasmi e patti segreti, accordi sporchi, corruzione, trucchi elettorali, patenti violazioni delle leggi. Con un tratto comune: per diventare presidente ci vogliono soldi. Tanti soldi. E bisogna saperli usare.
Nella storia delle campagne elettorali, sono ormai diventate mitiche le due condotte da Obama, che è riuscito – il primo ad usare l'elettronica in modo massiccio – ad avere il controllo pieno di molte parti cruciali del territorio. Se si trattava di Ohio, per esempio, la campagna Obama è stata in grado, due volte, di scatenare sul campo migliaia di volontari, armati di iPhone e google maps, in grado di individuare l'elettore, il potenziale elettore, il collettore di voti, il prete, il sindacalista, l'insegnante. Raggiungerli, convincerli, motivarli, organizzare il trasporto al seggio, un piccolo ristoro e incassare il voto.
Cosa resta di quell'esperienza? Il database, che è passato alla campagna Clinton. Valore? Inestimabile. Ma poi c'è il «fattore umano»: occorre trovare volontari e, se non ci sono abbastanza volontari, occorre assumere persone, Quante? Siamo nell'ordine di decine di migliaia di persone. Occorrono telefonisti, autisti, accompagnatori, scout, ristoratori, impiegati, contabili, avvocati, ragionieri; uffici stampa, grafici, più tutti i tech. Dallo schermo del mio computer io vedo solo una minuscola parte di tutto ciò, ma anche solo questo mi dà l'idea di un'organizzazione potente.
Ho cominciato a ricevere mail a luglio. Mi informavano dei progressi della campagna, mi chiedevano soldi per l'organizzazione della convention. Mi chiamo Enrico e loro sapevano che esistevano altri 312 Enrico in California. Perché non comprare, per soli 50 dollari, uno sticker con la scritta «Enricos for Hillary»? Perché non comprare una T shirt firmata da famosi stilisti amici di Hillary? Un magnete per il frigo? Una tazza da caffè? Poi mi comunicarono che avevano avuto una grande idea: costruire una parete negli uffici della Campagna con i nomi di tutti i donatori. Cento dollari e mettevo anche il mio.
Poi mi ha scritto Barbra Streisand, che voleva assolutamente che partecipassi in prima fila a un suo concerto a Brooklyn. E, se versavo cento dollari, potevo entrare in una lista di sorteggiandi. La Campagna mi informava che eravamo ormai più di due milioni di donatori e che dovevamo impegnarci per raggiungere l'obiettivo fissato. Che non era uno scherzo: 150 milioni di dollari in un mese. Poi hanno cominciato a suonare l'allarme. C'era bisogno di più soldi, non solo per mandare persone «sul campo», ma per comprare «tempo sulle tv», per contrastare Trump che aveva cominciato a fare pubblicità.
All'inizio di settembre la Campagna mi ha informato che i sondaggi non erano poi così buoni come si pensava. Ed è partito l'SOS. Mi ha scritto Joe Biden, con il suo tono schietto: «Enrico, ti devo parlare da uomo a uomo». Mi ha scritto Barack: «Enrico, non puoi tirarti indietro». Poi Michelle: «Enrico, Hillary ha bisogno di te». Poi è successo che Hillary è svenuta a New York, ma la Campagna non mi ha detto niente. Se non, dopo qualche giorno, che stava meglio e aveva ancora più bisogno di me. Però dai giornali sapevo che stava meglio e che era andata a fare raccolta di soldi (grossi soldi) in California.
Poi è venuto giù tutto. Appelli accorati. Barack mi ha scritto: «Enrico, se non dai soldi subito, lo considero un insulto personale». E io ho ripreso a sfiorare lo schermo e lui ogni volta, slurp, si beveva i venti dollari. E poi compariva una scritta: fai un altro sforzo: ancora cinque. (E poi dicono che la burocrazia politica è una macchina ferraginosa). Ogni tanto mi dicevano grazie.
A metà settembre si respirava un'aria di tragedia. Trump sta rimontando! Trump sta raccogliendo più soldi di noi! Barack mi ha scritto che se vince Trump è la fine della democrazia, che è esattamente quello che penso anch'io. Mi hanno detto che tutto si giocava sul dibattito in televisione. Bisognava stare vicino a Hillary, darle forza, creare un comitato d'onore che la accompagnasse – virtualmente – sul palco. Che le desse coraggio, che la facesse sentire amata. Quanti? Almeno centomila dobbiamo essere! E come si fa a dire di no? Ce l'abbiamo fatta, centomila. Hillary stessa mi ha mandato una mail. Enrico, grazie per avermi accompagnato sul palco, mi hai dato forza. Credo di essere andata bene. Sei stato orgoglioso di me?
Adesso non bisogna fermarsi, mi stanno scrivendo tutti. Fermarsi adesso sarebbe terribile. Barack mi ha detto che era contento di Hillary, e anche un po' di me. Anche Chelsea, che pare sempre sul punto di piangere.Ma non crediate che sia fesso, eh!. So benissimo che non sono loro a scrivere le lettere. Però, se improvvisamente non mi scrivessero più… Beh, ci rimarrei male.
(7 ottobre 2016)