Moderatore: «Signor Trump, lei accetterà il risultato elettorale?»
Trump: «Non lo so, vedrò al momento. Vi lascio in suspense».
Hillary Clinton: «Quello che Trump sta dicendo è orribile».
Così, mercoledì 19 ottobre, con l’implicita minaccia di disordini, di un golpe, di una guerra civile – o forse solo con un disperato appello al suo zoccolo duro – si è chiuso il terzo ed ultimo dibattito presidenziale, e anche questo è stato vinto da Hillary. Questo articolo è scritto a 19 giorni dal voto; da circa un mese tutti i sondaggi registrano la costante crescita di Clinton, che ora è data vincente sicura. O quasi. Per perdere, dice il New York Times, dovrebbe «sbagliare un rigore a porta vuota». Giorno dopo giorno, Trump è calato in percentuali, finanziamenti, appoggi politici e Stati considerati sicuri. Ha perso anche l’ultimo dibattito. In realtà quello che gli resta riguarda noi, il “nostro” modo di interpretare le cose. Temiamo che la rabbia del popolo verso di noi (establishment, giornalisti, 1 per cento, caste varie) sia ben più vasta di quello che appare; che il popolo stesso sia più razzista ed egoista di quanto sembri, e che Trump lo abbia ben colto. Non è successo così anche con la Brexit?
Però, poi, scacciamo l’incubo e ragioniamo: davvero, sbagliare un rigore a porta vuota è impossibile; così come il delitto in una stanza chiusa a chiave dall’interno: vincerà Hillary. E, alla fine, a raccontarla, non sarà per niente una brutta storia. Il romanzo di come un aspirante dittatore sia stato smascherato, di come i famosi anticorpi della società questa volta abbiano funzionato. Di come, insomma, i nuovi Mussolini e Hitler possano essere fermati. Almeno in America.
All’inizio “The Donald” non faceva paura; il solito spaccone che prometteva di dare una smossa a quegli scaldasedie di Washington. Però... I primi ad allarmarsi furono gli immigrati messicani nelle grandi città. Ed era ancora la primavera scorsa. Per questo cominciarono ad esporre, nelle loro botteghe, le piñatas di Donald Trump: pupazzi di cartapesta da prendere a pallate. Poi vennero le voci di lunghe code ai consolati canadesi. La stilista Babette comprò una pagina sul Times per mostrare la sua nuova giacca di lusso: “Ottima anche in Canada».
Erano in corso le primarie del partito repubblicano, una specie di circo mobile di personaggi improbabili e di funzionari del partito. In mezzo a loro, Donald Trump torreggiava. Insultava tutti, soprattutto i repubblicani, li irrideva, forte di una stazza ariana, una chioma biondo rossa e un’acconciatura che non aveva precedenti in politica. Il suo motto era Make America Great Again. Se la prendeva, come è di moda in tutto il mondo, con la casta dei politici inetti e corrotti; prometteva – lui, il famoso Re Mida palazzinaro star della Tv – di riportare in America il lavoro che era andato in Cina, di sconfiggere l’Isis, di buttare bombe atomiche qui e là. Ma il suo cavallo di battaglia erano i messicani. E gli islamici. Trump prometteva di troncare l’immigrazione del Messico («fatta di delinquenti e stupratori», bad hombres) imponendo al Messico stesso di costruire un muro di otto metri, e di pagarlo. Non solo: prometteva di deportare 11 milioni di messicani illegali negli Stati del Sud e di farlo «in modo gentile, se possibile». Per quanto riguardava gli islamici – in blocco responsabili del terrorismo – la soluzione era semplice. Il presidente Trump avrebbe vietato loro (un miliardo nel mondo) l’ingresso negli Stati Uniti.
Ci si aspettava che il partito repubblicano reagisse a tali fosche fanfaronate, ma non lo fece. Con loro gli anticorpi non funzionarono. E Trump si fece polpette dei vari Jeb Bush, Marco Rubio, Ted Cruz. Quello che sembrava impossibile a febbraio, a maggio era una spaventosa realtà: Donald Trump vinse la nomination, con un programma di isolazionismo internazionale e autoritarismo interno. Una specie di “fascismo americano”; e la definizione non era per nulla campata in aria. Quel Make America Great Again, infatti, assomigliava molto ad America First, il movimento simpatizzante per Hitler che dilagò in America alla fine degli anni Trenta. C’era, allora, come ora nelle parole di Trump, il disprezzo verso gli immigrati, la nostalgia per l’America bianca in cui una élite comanda e i peones lavorano. C’era razzismo, evidente. Trump disprezzava i neri, gli ispanici, i disabili, le donne, il politicamente corretto. Aveva piuttosto il culto della forza, e del denaro. E i sociologi dicevano che la sua forza stava nella classe operaia americana, o quello che ne rimaneva. I valori del socialismo uniti a quelli della nazione, appunto.
Eravamo nella tarda primavera e Trump sembrava il tassello mancante dello Zeitgeist del Pianeta. L’Europa era matura, colpita dalle bombe e dai barconi. L’Inghilterra – la democratica Inghilterra! – aveva prodotto Brexit; in Francia tutto era pronto per la marea Marine Le Pen; l’Austria si era salvata per un pelo; l’Ungheria era tornata il bastione antizingari e antisemita; la Polonia e l’Ucraina, ambedue spaventose. L’Italia scivolava verso un comico che dell’ambiguità aveva fatto la bandiera. Tutti aspettavano il prossimo attentato del Califfato; si respirava la paura, la debolezza delle classi dirigenti, la voglia di sicurezza, di identità. E dall’America spirava il vento di Donald Trump…. Un’America in cui la polizia uccideva ragazzi neri e veniva attaccata da cecchini, mentre dilettanti jihadisti facevano stragi a casaccio.
Questo era il giugno 2016. In questo clima Trump si presentò alla convention di Cleveland con un lugubre discorso di guerra: muri, arresti, perquisizioni. E, per Hillary Clinton, la galera. Anzi, Trump si augurava che qualcuno uccidesse quella donnetta avida e debole, degna comare di quell’Obama l’usurpatore, il musulmano nato in Kenya. Nei sondaggi cresceva.
Oggi, Trump è finito. Non ci sarà nessun muro e nessuna deportazione. L’America continuerà ad essere un Paese democratico; non adatta a dittatori. Come hanno fatto? Hanno per caso qualche consiglio da darci? Nel proposito di compilare una lista dei “salvatori della democrazia americana”, ecco qui un primo incompleto elenco.
Il “Washington Post”
Lo storico quotidiano (oggi di proprietà di Jeff Bezos, il capo di Amazon) è stato il più tenace e il più coraggioso nel difendere le prerogative del “quarto potere”. Già ad aprile un comunicato in prima pagina della redazione annunciava: «Quest’uomo è pericoloso e quello che sta dicendo è contro i valori della costituzione americana». Anche sfidandoli, il giornale faceva sapere ai suoi lettori che lo avrebbe trattato come un nemico da combattere. E così ha fatto, producendo dossier, inchieste, investigazioni che hanno lasciato il segno. E ha fatto scuola. Negli ultimi quindici giorni della campagna elettorale, ben 147 testate, un numero mai visto in nessun’altra elezione, annunciavano il loro endorsement a Hillary Clinton. Diverse di queste testate, per esempio il Dallas Morning News in Texas, sanno che perderanno lettori e pubblicità. Altre hanno già subito intimidazioni e manifestazioni ostili. Ma sarà importante ricordare che – al tempo delle prime cyber elezioni, con miliardi di tweet al minuto – la vecchia carta ha avuto la sua ora più nobile.
Bernie Sanders
La sua vicenda è stata la più inaspettata. Il vecchio socialista del Vermont era stato l’unico a sfidare Hillary Clinton nelle primarie e aveva ottenuto un successo strepitoso. Il programma rieccheggiava quello del movimento Occupy Wall Street di cinque anni fa: aumenti dei salari, tassazione dei ricchi, istruzione universitaria gratuita. A dimostrazione di una reale iniquità nella società americana, Bernie Sanders era riuscito a raggiungere quasi il quaranta per cento del partito democratico, soprattutto fra i giovani e i lavoratori, raccogliendo da loro un notevole finanziamento. Spesso i suoi elettori si sovrapponevano a quelli di Trump, e nella sua campagna era forte l’attacco a Clinton: troppo legata al grande capitale, più amica dei banchieri che del popolo. Quando Sanders perse le decisive primarie in California, un bel po’ di sirene gli sussurravano di restare in gioco, magari come candidato indipendente; una posizione di astensione era considerata non solo possibile, ma probabile. Ed era nelle corde di una parte del movimento. Invece – contrariamente a tanti casi europei di vendetta ideologica all’interno della sinistra – Sanders ha fatto una scelta coraggiosa. Ha ammesso di aver perso («La democrazia è anche questo: ammettere di aver perso») e ha trattato con Clinton su alcuni punti del programma (in particolare l’istruzione universitaria gratuita), mettendosi al servizio della sua campagna. Certo non tutti i suoi sostenitori voteranno entusiasticamente Clinton, ma certo ha evitato che la sua “area della rabbia e della voglia di rivoluzione” si trovasse vicina a quella di Donald Trump.
I coniugi Khan
Lui si chiama Khizr Khan, sua moglie si chiama Ghazala. Sono due anziani signori che arrivarono negli Usa dal Pakistan trent’anni fa e ottennero la cittadinanza. Sono di religione islamica. Il loro figlio Humayun è morto nel 2004 in Iraq, difendendo i commilitoni dall’esplosione di un’autobomba. Si presentarono alla convenzione democratica di Filadelfia; parlò lui, mentre lei, che indossava un leggero velo copricapo, ascoltava in silenzio. Il signore e la signora Khan sono stati i primi a stroncare l’ascesa di Donald Trump. A lui che voleva vietare agli islamici l’ingresso negli Stati Uniti, hanno sventolato la costituzione americana (il libretto su cui i Khan avevano studiato per diventare cittadini), hanno ricordato il loro figlio morto e il loro sacrificio. «E tu, che sacrifici hai fatto nella vita?» Trump rispose molto male: senza rispetto per il soldato morto e sostenendo che Ghazala non aveva parlato, perché alle donne islamiche è vietato. In pochi giorni perse dieci punti nei sondaggi.
Le tasse
Si sapeva che Trump (come succede un po’ a tutti i palazzinari e a quelli che maneggiano denaro liquido nei casinò) non era propriamente un contribuente specchiato e che aveva infilzato una bella serie di fallimenti e bancarotte. Lui stesso si rifiutava di mostrare la sua dichiarazione dei redditi, ma la cosa, apparentemente, non lo danneggiava. Anche in America, i furbi sono simpatici. Ma – si diceva – se qualcuno tirasse fuori la sua cartella delle tasse, beh, forse farebbe impressione. E, con un colpo di bacchetta magica, ecco arrivare in un’anonima busta gialla nella cassetta delle lettere di una giornalista del New York Times, la prima pagina della dichiarazione del 1995, con la scritta: 916 milioni di dollari di perdite. Cifra di per sé inaudita (è molto losco che si riesca a perdere un miliardo in un anno nel casino business), ma che ha permesso a Trump di andare in credito di imposta per i successivi vent’anni. «Sono stato furbo» ha detto lui; ma intanto ha perso un altro dieci per cento. Bel colpo. Onore al giornalismo investigativo americano. È andato sul bersaglio grosso, non sugli scontrini.
Le donne
Qui c’è poco da aggiungere a quanto già non si sappia. Prima, la comparsa di una ex reginetta di bellezza, Alicia Machado, da lui pubblicamente svilita perché ingrassata, poi il micidiale audio-video del «grab her by the pussy», (con la parola proibita trasmessa in televisione e i bambini che chiedono: anche papà fa così?) e le dieci donne che hanno ricordato di essere state effettivamente molestate da lui, negli stessi termini in cui si vantava nelle sue chiacchiere da spogliatoio. E infine, il discorso di Michelle Obama sulla dignità delle donne, che resterà nella storia americana come quello di Martin Luther King sui diritti civili.
Non solo queste elezioni saranno storiche per aver visto, per la prima volta, una donna candidarsi alla Casa Bianca, o per aver fatto emergere il punto di vista delle donne come forza elettorale autonoma. Tra i tanti calcoli che sono stati fatti, uno spiccava: se votassero solo le donne, in America Hillary vincerebbe con l’ottanta per cento dei voti. E nell’evoluzione della democrazia, questo è decisamente il fatto nuovo, destinato a cambiare molte cose, più o meno come certe scoperte di Galileo. Se questo era il senso della candidatura Clinton, si spiega la ragione profonda per cui Donald Trump l’ha così avversata. E, se Clinton vincerà, potrà ringraziare Trump di aver ingaggiato questa battaglia. Dimostrando che anche i maschi predatori possono perdere.
Trump: «Non lo so, vedrò al momento. Vi lascio in suspense».
Hillary Clinton: «Quello che Trump sta dicendo è orribile».
Così, mercoledì 19 ottobre, con l’implicita minaccia di disordini, di un golpe, di una guerra civile – o forse solo con un disperato appello al suo zoccolo duro – si è chiuso il terzo ed ultimo dibattito presidenziale, e anche questo è stato vinto da Hillary. Questo articolo è scritto a 19 giorni dal voto; da circa un mese tutti i sondaggi registrano la costante crescita di Clinton, che ora è data vincente sicura. O quasi. Per perdere, dice il New York Times, dovrebbe «sbagliare un rigore a porta vuota». Giorno dopo giorno, Trump è calato in percentuali, finanziamenti, appoggi politici e Stati considerati sicuri. Ha perso anche l’ultimo dibattito. In realtà quello che gli resta riguarda noi, il “nostro” modo di interpretare le cose. Temiamo che la rabbia del popolo verso di noi (establishment, giornalisti, 1 per cento, caste varie) sia ben più vasta di quello che appare; che il popolo stesso sia più razzista ed egoista di quanto sembri, e che Trump lo abbia ben colto. Non è successo così anche con la Brexit?
Però, poi, scacciamo l’incubo e ragioniamo: davvero, sbagliare un rigore a porta vuota è impossibile; così come il delitto in una stanza chiusa a chiave dall’interno: vincerà Hillary. E, alla fine, a raccontarla, non sarà per niente una brutta storia. Il romanzo di come un aspirante dittatore sia stato smascherato, di come i famosi anticorpi della società questa volta abbiano funzionato. Di come, insomma, i nuovi Mussolini e Hitler possano essere fermati. Almeno in America.
All’inizio “The Donald” non faceva paura; il solito spaccone che prometteva di dare una smossa a quegli scaldasedie di Washington. Però... I primi ad allarmarsi furono gli immigrati messicani nelle grandi città. Ed era ancora la primavera scorsa. Per questo cominciarono ad esporre, nelle loro botteghe, le piñatas di Donald Trump: pupazzi di cartapesta da prendere a pallate. Poi vennero le voci di lunghe code ai consolati canadesi. La stilista Babette comprò una pagina sul Times per mostrare la sua nuova giacca di lusso: “Ottima anche in Canada».
Erano in corso le primarie del partito repubblicano, una specie di circo mobile di personaggi improbabili e di funzionari del partito. In mezzo a loro, Donald Trump torreggiava. Insultava tutti, soprattutto i repubblicani, li irrideva, forte di una stazza ariana, una chioma biondo rossa e un’acconciatura che non aveva precedenti in politica. Il suo motto era Make America Great Again. Se la prendeva, come è di moda in tutto il mondo, con la casta dei politici inetti e corrotti; prometteva – lui, il famoso Re Mida palazzinaro star della Tv – di riportare in America il lavoro che era andato in Cina, di sconfiggere l’Isis, di buttare bombe atomiche qui e là. Ma il suo cavallo di battaglia erano i messicani. E gli islamici. Trump prometteva di troncare l’immigrazione del Messico («fatta di delinquenti e stupratori», bad hombres) imponendo al Messico stesso di costruire un muro di otto metri, e di pagarlo. Non solo: prometteva di deportare 11 milioni di messicani illegali negli Stati del Sud e di farlo «in modo gentile, se possibile». Per quanto riguardava gli islamici – in blocco responsabili del terrorismo – la soluzione era semplice. Il presidente Trump avrebbe vietato loro (un miliardo nel mondo) l’ingresso negli Stati Uniti.
Ci si aspettava che il partito repubblicano reagisse a tali fosche fanfaronate, ma non lo fece. Con loro gli anticorpi non funzionarono. E Trump si fece polpette dei vari Jeb Bush, Marco Rubio, Ted Cruz. Quello che sembrava impossibile a febbraio, a maggio era una spaventosa realtà: Donald Trump vinse la nomination, con un programma di isolazionismo internazionale e autoritarismo interno. Una specie di “fascismo americano”; e la definizione non era per nulla campata in aria. Quel Make America Great Again, infatti, assomigliava molto ad America First, il movimento simpatizzante per Hitler che dilagò in America alla fine degli anni Trenta. C’era, allora, come ora nelle parole di Trump, il disprezzo verso gli immigrati, la nostalgia per l’America bianca in cui una élite comanda e i peones lavorano. C’era razzismo, evidente. Trump disprezzava i neri, gli ispanici, i disabili, le donne, il politicamente corretto. Aveva piuttosto il culto della forza, e del denaro. E i sociologi dicevano che la sua forza stava nella classe operaia americana, o quello che ne rimaneva. I valori del socialismo uniti a quelli della nazione, appunto.
Eravamo nella tarda primavera e Trump sembrava il tassello mancante dello Zeitgeist del Pianeta. L’Europa era matura, colpita dalle bombe e dai barconi. L’Inghilterra – la democratica Inghilterra! – aveva prodotto Brexit; in Francia tutto era pronto per la marea Marine Le Pen; l’Austria si era salvata per un pelo; l’Ungheria era tornata il bastione antizingari e antisemita; la Polonia e l’Ucraina, ambedue spaventose. L’Italia scivolava verso un comico che dell’ambiguità aveva fatto la bandiera. Tutti aspettavano il prossimo attentato del Califfato; si respirava la paura, la debolezza delle classi dirigenti, la voglia di sicurezza, di identità. E dall’America spirava il vento di Donald Trump…. Un’America in cui la polizia uccideva ragazzi neri e veniva attaccata da cecchini, mentre dilettanti jihadisti facevano stragi a casaccio.
Questo era il giugno 2016. In questo clima Trump si presentò alla convention di Cleveland con un lugubre discorso di guerra: muri, arresti, perquisizioni. E, per Hillary Clinton, la galera. Anzi, Trump si augurava che qualcuno uccidesse quella donnetta avida e debole, degna comare di quell’Obama l’usurpatore, il musulmano nato in Kenya. Nei sondaggi cresceva.
Oggi, Trump è finito. Non ci sarà nessun muro e nessuna deportazione. L’America continuerà ad essere un Paese democratico; non adatta a dittatori. Come hanno fatto? Hanno per caso qualche consiglio da darci? Nel proposito di compilare una lista dei “salvatori della democrazia americana”, ecco qui un primo incompleto elenco.
Il “Washington Post”
Lo storico quotidiano (oggi di proprietà di Jeff Bezos, il capo di Amazon) è stato il più tenace e il più coraggioso nel difendere le prerogative del “quarto potere”. Già ad aprile un comunicato in prima pagina della redazione annunciava: «Quest’uomo è pericoloso e quello che sta dicendo è contro i valori della costituzione americana». Anche sfidandoli, il giornale faceva sapere ai suoi lettori che lo avrebbe trattato come un nemico da combattere. E così ha fatto, producendo dossier, inchieste, investigazioni che hanno lasciato il segno. E ha fatto scuola. Negli ultimi quindici giorni della campagna elettorale, ben 147 testate, un numero mai visto in nessun’altra elezione, annunciavano il loro endorsement a Hillary Clinton. Diverse di queste testate, per esempio il Dallas Morning News in Texas, sanno che perderanno lettori e pubblicità. Altre hanno già subito intimidazioni e manifestazioni ostili. Ma sarà importante ricordare che – al tempo delle prime cyber elezioni, con miliardi di tweet al minuto – la vecchia carta ha avuto la sua ora più nobile.
Bernie Sanders
La sua vicenda è stata la più inaspettata. Il vecchio socialista del Vermont era stato l’unico a sfidare Hillary Clinton nelle primarie e aveva ottenuto un successo strepitoso. Il programma rieccheggiava quello del movimento Occupy Wall Street di cinque anni fa: aumenti dei salari, tassazione dei ricchi, istruzione universitaria gratuita. A dimostrazione di una reale iniquità nella società americana, Bernie Sanders era riuscito a raggiungere quasi il quaranta per cento del partito democratico, soprattutto fra i giovani e i lavoratori, raccogliendo da loro un notevole finanziamento. Spesso i suoi elettori si sovrapponevano a quelli di Trump, e nella sua campagna era forte l’attacco a Clinton: troppo legata al grande capitale, più amica dei banchieri che del popolo. Quando Sanders perse le decisive primarie in California, un bel po’ di sirene gli sussurravano di restare in gioco, magari come candidato indipendente; una posizione di astensione era considerata non solo possibile, ma probabile. Ed era nelle corde di una parte del movimento. Invece – contrariamente a tanti casi europei di vendetta ideologica all’interno della sinistra – Sanders ha fatto una scelta coraggiosa. Ha ammesso di aver perso («La democrazia è anche questo: ammettere di aver perso») e ha trattato con Clinton su alcuni punti del programma (in particolare l’istruzione universitaria gratuita), mettendosi al servizio della sua campagna. Certo non tutti i suoi sostenitori voteranno entusiasticamente Clinton, ma certo ha evitato che la sua “area della rabbia e della voglia di rivoluzione” si trovasse vicina a quella di Donald Trump.
I coniugi Khan
Lui si chiama Khizr Khan, sua moglie si chiama Ghazala. Sono due anziani signori che arrivarono negli Usa dal Pakistan trent’anni fa e ottennero la cittadinanza. Sono di religione islamica. Il loro figlio Humayun è morto nel 2004 in Iraq, difendendo i commilitoni dall’esplosione di un’autobomba. Si presentarono alla convenzione democratica di Filadelfia; parlò lui, mentre lei, che indossava un leggero velo copricapo, ascoltava in silenzio. Il signore e la signora Khan sono stati i primi a stroncare l’ascesa di Donald Trump. A lui che voleva vietare agli islamici l’ingresso negli Stati Uniti, hanno sventolato la costituzione americana (il libretto su cui i Khan avevano studiato per diventare cittadini), hanno ricordato il loro figlio morto e il loro sacrificio. «E tu, che sacrifici hai fatto nella vita?» Trump rispose molto male: senza rispetto per il soldato morto e sostenendo che Ghazala non aveva parlato, perché alle donne islamiche è vietato. In pochi giorni perse dieci punti nei sondaggi.
Le tasse
Si sapeva che Trump (come succede un po’ a tutti i palazzinari e a quelli che maneggiano denaro liquido nei casinò) non era propriamente un contribuente specchiato e che aveva infilzato una bella serie di fallimenti e bancarotte. Lui stesso si rifiutava di mostrare la sua dichiarazione dei redditi, ma la cosa, apparentemente, non lo danneggiava. Anche in America, i furbi sono simpatici. Ma – si diceva – se qualcuno tirasse fuori la sua cartella delle tasse, beh, forse farebbe impressione. E, con un colpo di bacchetta magica, ecco arrivare in un’anonima busta gialla nella cassetta delle lettere di una giornalista del New York Times, la prima pagina della dichiarazione del 1995, con la scritta: 916 milioni di dollari di perdite. Cifra di per sé inaudita (è molto losco che si riesca a perdere un miliardo in un anno nel casino business), ma che ha permesso a Trump di andare in credito di imposta per i successivi vent’anni. «Sono stato furbo» ha detto lui; ma intanto ha perso un altro dieci per cento. Bel colpo. Onore al giornalismo investigativo americano. È andato sul bersaglio grosso, non sugli scontrini.
Le donne
Qui c’è poco da aggiungere a quanto già non si sappia. Prima, la comparsa di una ex reginetta di bellezza, Alicia Machado, da lui pubblicamente svilita perché ingrassata, poi il micidiale audio-video del «grab her by the pussy», (con la parola proibita trasmessa in televisione e i bambini che chiedono: anche papà fa così?) e le dieci donne che hanno ricordato di essere state effettivamente molestate da lui, negli stessi termini in cui si vantava nelle sue chiacchiere da spogliatoio. E infine, il discorso di Michelle Obama sulla dignità delle donne, che resterà nella storia americana come quello di Martin Luther King sui diritti civili.
Non solo queste elezioni saranno storiche per aver visto, per la prima volta, una donna candidarsi alla Casa Bianca, o per aver fatto emergere il punto di vista delle donne come forza elettorale autonoma. Tra i tanti calcoli che sono stati fatti, uno spiccava: se votassero solo le donne, in America Hillary vincerebbe con l’ottanta per cento dei voti. E nell’evoluzione della democrazia, questo è decisamente il fatto nuovo, destinato a cambiare molte cose, più o meno come certe scoperte di Galileo. Se questo era il senso della candidatura Clinton, si spiega la ragione profonda per cui Donald Trump l’ha così avversata. E, se Clinton vincerà, potrà ringraziare Trump di aver ingaggiato questa battaglia. Dimostrando che anche i maschi predatori possono perdere.