In una leggenda il tempo non conta. È ambientata durante uno dei tanti regni corrotti dell’antico Vietnam, senza ancora internet, il comunismo e le bombe americane. L’eroina è una fata stanca di beatitudine e il suo amante un mandarino stressato dagli intrighi del potere iondano.Da secoli generazioni ne studiano prose, morali, dipingono montagne azzurre in acquerello, assistono alle recite su stage di cartapesta con gli attori immobili come stoccafissi. È per salvare dalla noia i giovani Millennials viet, abituati alla velocità e molteplicità dei messaggi web, che sembra apparso all’orizzonte La storia d’amore di Giang Huong, praticamente un musical trapiantato ai tropici con tutte le radici, compresa la lingua degli attori, cantanti e ballerini. Rappresentato per la prima volta a ottobre nella capitale del Sud, Saigon, più aperta alle novità, ha avuto un impatto sufficiente a farlo andare in tour dall’inizio del nuovo anno tra città e grandi villaggi di tutto il Paese. L’idea non è solo quella di creare un mercato nuovo, ma di rivitalizzare allo stesso tempo il patrimonio teatrale e letterario tradizionale.
Tran Nguyen Huong, autrice, direttrice e producer dello show, è forse l’unica vietnamita non expat ad avere assistito e studiato dal vivo nei Teatri tempio del Musical spettacoli come Mamma Mia!, Il fantasma dell’Opera, Billy Elliott... Dice che gran parte dei suoi connazionali artisti e i critici hanno al massimo scaricato da YouTube qualche trailer, e che intanto l’eredità teatrale e musicale del Paese come il cheo a nord e il cai luong a sud «sta agonizzando nelle sue forme più classiche».«Tocca a gente come me» sostiene Huong «trovare una nuova via per ricostruire il teatro originale in Vietnam, creando, perché no, con luci laser, videoclip e attori in azione un risveglio d’interesse verso storie come Giang Huong».
La paradisiaca ma irrequieta fanciulla che dà il nome all’opera formava con altre sei sorelle – lei era il rosso – i colori dell’arcobaleno dal quale, di tanto in tanto, scendeva a terra sotto spoglie umane per assistere alle feste agresti della Primavera. Anche Tu Thuc, il mandarino governatore di Luc Son, vi giunse camuffato da popolano così da sfuggire a noia e ansie del Palazzo. Giusto in tempo per salvare dall’arresto la fata che aveva staccato inavvertitamente una peonia, fiore sacro ai devoti del tempio buddhista. Quando lei una volta libera scompare, Tu Thuc la cerca scalando il Paradiso senza ripassare nemmeno da casa dove lo credono morto. Giunto in cima, per riconoscenza riceve in sposa Giang Huong che gli offre la sua pesca simbolo di unione e godono tre lunghi giorni da dio. Ma la nostalgia e i rimorsi di Tu Thuc lo spingono a tornare al villaggio, salvo scoprire che sulla terra erano già passati 300 anni e che genitori, amici e sudditi non c’erano più. La contraddizione dell’eroe non è nell’aver lasciato potere e affetti in cerca di onestà e bellezza, ma il fatto che, dopo averle trovate, sia voluto tornare nel mondo delle forme illusorie per pentirsene di nuovo, come vedremo nella ultima puntata.
Ce n’è da riempire intere sceneggiature per una Broadway in crisi creativa. Fatto sta che l’autrice stessa, col nome di Venus più facile da ricordare all’estero, è andata negli Usa e in Europa per rinverdire il giardino teatrale di casa sua, confortata dal fatto che da parecchi anni la confinante tradizione classica cinese ha ritrovato nuova linfa nei riadattamenti ispirati proprio al teatro musicale d’Occidente. «In fondo» dice Venus-Huong «è il più vicino alle forme di teatro musicale classico di molte parti dell’Asia». Ma, dopo Broadway, è stata Parigi a svelarle come si riproducono dignitosamente i colossal senza le relative spese folli, che hanno messo in crisi l’industria madre di un genere oggi in voga da Tokyo a Shanghai, da Manila a Singapore e Dubai.
Il fenomeno musical in Cina, dopo gli anni delle chiusure ideologiche, ha corrisposto nei primi anni 2000 al picco dell’economia social-capitalista. Oggi anche il compagno Vietnam risente di un relativo benessere, sebbene la produttrice di Giang Huong non ritenga il terreno ancora del tutto fertile per spettacoli ad alta tecnologia, specialmente se di gusto anglosassone con diverso humour e senso del profondo. Appena un anno fa ha esposto la sua compagnia a un flop finanziario per aver presentato a Saigon un musical di Disneyland da un milione di dollari. Amen.
Da qui l’idea di una storia tradizionale in salsa pop dai costi contenuti «che la gente può cantare e danzare». La speranza è che il Vietnam – con un po’ di ritardo – seguirà la Cina dove risale al 2002 la prima rappresentazione di Les Mis’ à Shanghai, il musical dei Miserabili di Hugo in inglese, con 300 mila spettatori. Da allora classici dell’Occidente ormai fuori cartello a Broadway, Londra e Parigi hanno recuperato vigore e gloria (oltreché pecunia) grazie a traduzioni mandarine gradite al pubblico cinese come Fame nel 2008. Già prima diverse compagnie nazionali e straniere avevano rappresentato in musical saghe popolari come La sabbia dell’oro, seguita da Farfalle, basato su una delle più classiche tragedie d’amore dell’antichità.
Tran Nguyen Huong vorrebbe evitare l’errore di Bollywood che ha finito per snaturare nella contaminazione il brand India, il musical presente dai Rigveda in tutte le forme di spettacolo del continente. «Vorrei rispettare forme d’espressione, atmosfere e linguaggi poetici delle favole viet. In un Paese dove le luci di scena sono semplici fari da illuminazione» dice «io le uso per raccontare una storia attraverso i volti e le ombre, i riflessi del sole e delle stelle, i colori d’estate e d’inverno».
Quanto agli eroi della sua opera, gli amanti Tu Thuc e Giang Huong, lui si lascerà morire dopo aver scoperto l’inganno del tempo, lei rinuncerà all’Eden così da resuscitare il marito e condividerne il destino. Si servirà di una nuova pèsca dell’amore e della vita, stavolta offerta generosamente da una delle sue sorelle fate che – rimanendone priva – sarà zitella per l’eternità. Diciamocelo: Broadway le avrebbe trovato quantomeno un amante.
(23 dicembre 2016)
Tran Nguyen Huong, autrice, direttrice e producer dello show, è forse l’unica vietnamita non expat ad avere assistito e studiato dal vivo nei Teatri tempio del Musical spettacoli come Mamma Mia!, Il fantasma dell’Opera, Billy Elliott... Dice che gran parte dei suoi connazionali artisti e i critici hanno al massimo scaricato da YouTube qualche trailer, e che intanto l’eredità teatrale e musicale del Paese come il cheo a nord e il cai luong a sud «sta agonizzando nelle sue forme più classiche».«Tocca a gente come me» sostiene Huong «trovare una nuova via per ricostruire il teatro originale in Vietnam, creando, perché no, con luci laser, videoclip e attori in azione un risveglio d’interesse verso storie come Giang Huong».
La paradisiaca ma irrequieta fanciulla che dà il nome all’opera formava con altre sei sorelle – lei era il rosso – i colori dell’arcobaleno dal quale, di tanto in tanto, scendeva a terra sotto spoglie umane per assistere alle feste agresti della Primavera. Anche Tu Thuc, il mandarino governatore di Luc Son, vi giunse camuffato da popolano così da sfuggire a noia e ansie del Palazzo. Giusto in tempo per salvare dall’arresto la fata che aveva staccato inavvertitamente una peonia, fiore sacro ai devoti del tempio buddhista. Quando lei una volta libera scompare, Tu Thuc la cerca scalando il Paradiso senza ripassare nemmeno da casa dove lo credono morto. Giunto in cima, per riconoscenza riceve in sposa Giang Huong che gli offre la sua pesca simbolo di unione e godono tre lunghi giorni da dio. Ma la nostalgia e i rimorsi di Tu Thuc lo spingono a tornare al villaggio, salvo scoprire che sulla terra erano già passati 300 anni e che genitori, amici e sudditi non c’erano più. La contraddizione dell’eroe non è nell’aver lasciato potere e affetti in cerca di onestà e bellezza, ma il fatto che, dopo averle trovate, sia voluto tornare nel mondo delle forme illusorie per pentirsene di nuovo, come vedremo nella ultima puntata.
Ce n’è da riempire intere sceneggiature per una Broadway in crisi creativa. Fatto sta che l’autrice stessa, col nome di Venus più facile da ricordare all’estero, è andata negli Usa e in Europa per rinverdire il giardino teatrale di casa sua, confortata dal fatto che da parecchi anni la confinante tradizione classica cinese ha ritrovato nuova linfa nei riadattamenti ispirati proprio al teatro musicale d’Occidente. «In fondo» dice Venus-Huong «è il più vicino alle forme di teatro musicale classico di molte parti dell’Asia». Ma, dopo Broadway, è stata Parigi a svelarle come si riproducono dignitosamente i colossal senza le relative spese folli, che hanno messo in crisi l’industria madre di un genere oggi in voga da Tokyo a Shanghai, da Manila a Singapore e Dubai.
Il fenomeno musical in Cina, dopo gli anni delle chiusure ideologiche, ha corrisposto nei primi anni 2000 al picco dell’economia social-capitalista. Oggi anche il compagno Vietnam risente di un relativo benessere, sebbene la produttrice di Giang Huong non ritenga il terreno ancora del tutto fertile per spettacoli ad alta tecnologia, specialmente se di gusto anglosassone con diverso humour e senso del profondo. Appena un anno fa ha esposto la sua compagnia a un flop finanziario per aver presentato a Saigon un musical di Disneyland da un milione di dollari. Amen.
Da qui l’idea di una storia tradizionale in salsa pop dai costi contenuti «che la gente può cantare e danzare». La speranza è che il Vietnam – con un po’ di ritardo – seguirà la Cina dove risale al 2002 la prima rappresentazione di Les Mis’ à Shanghai, il musical dei Miserabili di Hugo in inglese, con 300 mila spettatori. Da allora classici dell’Occidente ormai fuori cartello a Broadway, Londra e Parigi hanno recuperato vigore e gloria (oltreché pecunia) grazie a traduzioni mandarine gradite al pubblico cinese come Fame nel 2008. Già prima diverse compagnie nazionali e straniere avevano rappresentato in musical saghe popolari come La sabbia dell’oro, seguita da Farfalle, basato su una delle più classiche tragedie d’amore dell’antichità.
Tran Nguyen Huong vorrebbe evitare l’errore di Bollywood che ha finito per snaturare nella contaminazione il brand India, il musical presente dai Rigveda in tutte le forme di spettacolo del continente. «Vorrei rispettare forme d’espressione, atmosfere e linguaggi poetici delle favole viet. In un Paese dove le luci di scena sono semplici fari da illuminazione» dice «io le uso per raccontare una storia attraverso i volti e le ombre, i riflessi del sole e delle stelle, i colori d’estate e d’inverno».
Quanto agli eroi della sua opera, gli amanti Tu Thuc e Giang Huong, lui si lascerà morire dopo aver scoperto l’inganno del tempo, lei rinuncerà all’Eden così da resuscitare il marito e condividerne il destino. Si servirà di una nuova pèsca dell’amore e della vita, stavolta offerta generosamente da una delle sue sorelle fate che – rimanendone priva – sarà zitella per l’eternità. Diciamocelo: Broadway le avrebbe trovato quantomeno un amante.
(23 dicembre 2016)