Roald Dahl di giganti un po' se intendeva. Lo scrittore anglo-norvegese, nato nel 1916, era alto un metro e novantotto centimetri: «Fumava sigarette Dunhill che chiamava zampironi, odorava di sapone da barba e aria fresca, aveva la voce calda e familiare come il rumore di passi su un pavimento di legno» ha raccontato al Guardian la nipote Sophie, modella e scrittrice, per il centenario della nascita del nonno. La madre di Sophie, Tessa, secondogenita di Dahl, l'aveva avuta che era adolescente. Sono state le sue sorelle minori, Olivia e Lucy, ancora ragazzine verso la fine degli anni Settanta, ad ascoltare per prime, in forma di storie della buonanotte, le avventure di quello che sarebbe diventato il GGG. Quando le bambine andavano a letto Dahl si infilava dietro le tende, saliva su una scala, tirava fuori una lunga canna di bambù e fingeva di soffiare sogni in giro per la stanza.
L'idea del gigante che imbottigliava sogni per fare felici i bambini addormentati lo seguiva da tempo. Nato da una frase annotata in fretta in uno dei suoi taccuini per le idee, lo scrittore gli aveva fatto fare la sua prima apparizione come personaggio di una fiaba in Danny il campione del mondo (1975). Arrivò molto più lontano. Il GGG, uscito nel 1982, è diventato, insieme con Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1964) e Matilda (1988), uno dei romanzi più amati della letteratura per ragazzi di tutti i tempi. Ora è anche un film di Steven Spielberg, che ha debuttato fuori concorso all'ultimo festival di Cannes e dal 30 dicembre sarà nelle sale italiane.
Ad adattare il libro per lo schermo è stata Melissa Mathison, collaboratrice storica del regista scomparsa nel 2015 e sceneggiatrice, tra le altre cose, di E.T. L'extra-terrestre (la somiglianza con il GGG salta subito agli occhi, dato che al centro di entrambe le storie c'è l'incontro tra due personaggi di mondi diversi, molto soli tra i propri simili e affini tra loro).
Il GGG (grande gigante gentile – BFG, Big Friendly Giant, nella versione originale) racconta l'amicizia tra la bambina Sophia, orfana brillante, miope e coraggiosa che legge Nicholas Nickleby di Charles Dickens, interpretata dall'esordiente inglese Ruby Barnhill, e il gigante, che ha il volto di Mark Rylance, Oscar come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione in Il ponte delle spie.
Tutto nasce quando lui la rapisce dall'orfanotrofio a Londra e la porta nella sua casa nella terra dei giganti. Il tutto è stato ricreato con effetti speciali notevoli. Eppure il film, prodotto dalla Disney e costato circa 140 milioni di dollari, ha rappresentato finora uno dei maggiori flop al botteghino nella carriera di Spielberg. Il regista di Schindler's List e Munich è stato attaccato anche per il presunto antisemitismo di Roald Dahl: «Non mi sono occupato della vita personale di Dahl» aveva detto Spielberg durante la conferenza stampa a Cannes lo scorso maggio. «Mi sono concentrato su questa storia che ha scritto, una storia sull'accettare le proprie diversità».
Certo, riportare lo spirito dei romanzi di Roald Dahl sul grande schermo non è facile, soprattutto per gli americani, che spesso scelgono di raccontare ai piccoli il mondo come un luogo eternamente infantilizzato, asessuato e protetto. Dahl fa l'opposto, tratta i bambini come persone in grado di affrontare tutto. Nelle sue storie puoi avere genitori che non ti capiscono proprio e anzi ti detestano (Matilda), i bambini possono scomparire per sempre o tornare a casa molto malridotti (Willy Wonka), finire trasformati in topi e restarlo (Le streghe): «L'allegra crudeltà di Dahl quando scrive è magnetica perché ha un effetto liberatorio» spiega la scrittrice Carola Susani, che ha appena pubblicato una versione illustrata dell'Odissea di Omero per bambini dai sette anni in su (La Nuova Frontiera). I bambini di Dahl sono a volte costretti ad affrontare anche la morte, come Olivia, la primogenita dello scrittore che morì a sette anni, nel 1962, per complicanze del morbillo, e a cui Il GGG è dedicato.
Dahl raccontò la malattia della figlia in uno struggente appello a favore dei vaccini scritto nel 1988, due anni prima di morire. Il tema affiora con delicatezza nel film quando il GGG mostra a Sophia il suo incubo peggiore in un vaso. Dentro ci sono i rimorsi, e il dolore per qualcosa da cui non si può tornare indietro: ovvero, la scomparsa del bambino che per primo era diventato amico del GGG, scoperto e divorato dagli altri giganti, cannibali per niente gentili.
Il film di Spielberg oscilla tra la commozione di questi momenti e la comicità sguaiata dei peti del gigante, che funziona bene nel libro, ma sullo schermo rischia di fare l'effetto cinepanettone. Le trasposizioni migliori delle opere di Dahl sono quelle che non hanno temuto di enfatizzare il lato oscuro della sua scrittura, come la prima versione di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato di Mel Stuart del 1971, con Gene Wilder che appare come un sorridente e pericoloso psicopatico (ma sembra che a Dahl la cosa non piacque per niente), o Matilda 6 mitica del 1996 di Danny De Vito, che veste anche i panni del rozzo padre della protagonista.
D'altra parte, lo spirito dei libri di Dahl, all'inizio, ostacolò anche il loro successo. In Italia arrivarono tardi, proprio con Il GGG: «Esiste anche una data come per tutte le rivoluzioni, 1987» scrive Donatella Ziliotto, curatrice della collana di Salani che lo ha pubblicato per la prima volta (a partire da giugno, in occasione del centenario, Repubblica ha portato in edicola una collana con le opere di Dahl in 14 volumi).
Neppure altrove però quei romanzi gioiosamente crudeli avevano avuto un cammino facile. Ecco cosa c'è scritto, a proposito della Fabbrica di cioccolato, nell'unica biografia autorizzata firmata nel 2012 da Donald Sturrock: «Un'editrice confessò orgogliosa di aver rifiutato il libro due volte. In America divenne famoso nonostante l'ostilità di numerosi bibliotecari, che lo trovavano anch'essi sfacciato e di cattivo gusto, e si rifiutavano di esporlo sugli scaffali. (…) Eleanor Cameron, autrice per bambini canadese, in un articolo definì La fabbrica di cioccolato un libro scadente, di cattivo gusto, orribile e sadico, e citando T. S. Eliot si chiedeva se non potesse arrecare danno ai bambini. Ursula K. Le Guin, famosa autrice di fantascienza, ammettendo che la figlia ne era rimasta incantata, osservò come la sua "di solito adorabile" figlia fosse divenuta "villana"».
È la felice ribellione ai prepotenti a cui invita la letteratura di Roald Dahl. Sembra che da piccolo, come molti giovani inglesi della sua epoca, fosse rimasto scioccato dalle prevaricazioni subite durante gli anni della boarding school: «A ogni personaggio crudele della sua infanzia egli appiccica come risposta un personaggio ributtante dei suoi libri» continua Ziliotto. «Se al massimo in passato c'è stato un tentativo di ribellione vago da parte dei bambini contro il mondo adulto, Dahl li aiuta a smascherare "quell'adulto" per il suo peccato commesso contro gli indifesi».
Secondo le cronache postume, come molti grandi anche Roald Dahl nella vita privata non fu un santo. La figlia Tessa, che da bambina aveva assistito a un grave incidente capitato al fratello minore Theo, ha raccontato in un memoir di essere stata portata dal padre da Anna Freud. Lui aveva chiesto alla psicoanalista di somministrare farmaci alla figlia di quattro anni, e al suo rifiuto l'aveva portata da un medico compiacente. C'è una foto in bianco e nero del 1965 che ritrae lo scrittore con Tessa, che allora aveva otto anni. Lei ha lo sguardo perso mentre lui le versa in bocca dello champagne da una coppa di cristallo. Ma ai giganti, si sa, non è mai bene avvicinarsi troppo.
(23 dicembre 2016)
L'idea del gigante che imbottigliava sogni per fare felici i bambini addormentati lo seguiva da tempo. Nato da una frase annotata in fretta in uno dei suoi taccuini per le idee, lo scrittore gli aveva fatto fare la sua prima apparizione come personaggio di una fiaba in Danny il campione del mondo (1975). Arrivò molto più lontano. Il GGG, uscito nel 1982, è diventato, insieme con Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1964) e Matilda (1988), uno dei romanzi più amati della letteratura per ragazzi di tutti i tempi. Ora è anche un film di Steven Spielberg, che ha debuttato fuori concorso all'ultimo festival di Cannes e dal 30 dicembre sarà nelle sale italiane.
Ad adattare il libro per lo schermo è stata Melissa Mathison, collaboratrice storica del regista scomparsa nel 2015 e sceneggiatrice, tra le altre cose, di E.T. L'extra-terrestre (la somiglianza con il GGG salta subito agli occhi, dato che al centro di entrambe le storie c'è l'incontro tra due personaggi di mondi diversi, molto soli tra i propri simili e affini tra loro).
Il GGG (grande gigante gentile – BFG, Big Friendly Giant, nella versione originale) racconta l'amicizia tra la bambina Sophia, orfana brillante, miope e coraggiosa che legge Nicholas Nickleby di Charles Dickens, interpretata dall'esordiente inglese Ruby Barnhill, e il gigante, che ha il volto di Mark Rylance, Oscar come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione in Il ponte delle spie.
Tutto nasce quando lui la rapisce dall'orfanotrofio a Londra e la porta nella sua casa nella terra dei giganti. Il tutto è stato ricreato con effetti speciali notevoli. Eppure il film, prodotto dalla Disney e costato circa 140 milioni di dollari, ha rappresentato finora uno dei maggiori flop al botteghino nella carriera di Spielberg. Il regista di Schindler's List e Munich è stato attaccato anche per il presunto antisemitismo di Roald Dahl: «Non mi sono occupato della vita personale di Dahl» aveva detto Spielberg durante la conferenza stampa a Cannes lo scorso maggio. «Mi sono concentrato su questa storia che ha scritto, una storia sull'accettare le proprie diversità».
Certo, riportare lo spirito dei romanzi di Roald Dahl sul grande schermo non è facile, soprattutto per gli americani, che spesso scelgono di raccontare ai piccoli il mondo come un luogo eternamente infantilizzato, asessuato e protetto. Dahl fa l'opposto, tratta i bambini come persone in grado di affrontare tutto. Nelle sue storie puoi avere genitori che non ti capiscono proprio e anzi ti detestano (Matilda), i bambini possono scomparire per sempre o tornare a casa molto malridotti (Willy Wonka), finire trasformati in topi e restarlo (Le streghe): «L'allegra crudeltà di Dahl quando scrive è magnetica perché ha un effetto liberatorio» spiega la scrittrice Carola Susani, che ha appena pubblicato una versione illustrata dell'Odissea di Omero per bambini dai sette anni in su (La Nuova Frontiera). I bambini di Dahl sono a volte costretti ad affrontare anche la morte, come Olivia, la primogenita dello scrittore che morì a sette anni, nel 1962, per complicanze del morbillo, e a cui Il GGG è dedicato.
Dahl raccontò la malattia della figlia in uno struggente appello a favore dei vaccini scritto nel 1988, due anni prima di morire. Il tema affiora con delicatezza nel film quando il GGG mostra a Sophia il suo incubo peggiore in un vaso. Dentro ci sono i rimorsi, e il dolore per qualcosa da cui non si può tornare indietro: ovvero, la scomparsa del bambino che per primo era diventato amico del GGG, scoperto e divorato dagli altri giganti, cannibali per niente gentili.
Il film di Spielberg oscilla tra la commozione di questi momenti e la comicità sguaiata dei peti del gigante, che funziona bene nel libro, ma sullo schermo rischia di fare l'effetto cinepanettone. Le trasposizioni migliori delle opere di Dahl sono quelle che non hanno temuto di enfatizzare il lato oscuro della sua scrittura, come la prima versione di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato di Mel Stuart del 1971, con Gene Wilder che appare come un sorridente e pericoloso psicopatico (ma sembra che a Dahl la cosa non piacque per niente), o Matilda 6 mitica del 1996 di Danny De Vito, che veste anche i panni del rozzo padre della protagonista.
D'altra parte, lo spirito dei libri di Dahl, all'inizio, ostacolò anche il loro successo. In Italia arrivarono tardi, proprio con Il GGG: «Esiste anche una data come per tutte le rivoluzioni, 1987» scrive Donatella Ziliotto, curatrice della collana di Salani che lo ha pubblicato per la prima volta (a partire da giugno, in occasione del centenario, Repubblica ha portato in edicola una collana con le opere di Dahl in 14 volumi).
Neppure altrove però quei romanzi gioiosamente crudeli avevano avuto un cammino facile. Ecco cosa c'è scritto, a proposito della Fabbrica di cioccolato, nell'unica biografia autorizzata firmata nel 2012 da Donald Sturrock: «Un'editrice confessò orgogliosa di aver rifiutato il libro due volte. In America divenne famoso nonostante l'ostilità di numerosi bibliotecari, che lo trovavano anch'essi sfacciato e di cattivo gusto, e si rifiutavano di esporlo sugli scaffali. (…) Eleanor Cameron, autrice per bambini canadese, in un articolo definì La fabbrica di cioccolato un libro scadente, di cattivo gusto, orribile e sadico, e citando T. S. Eliot si chiedeva se non potesse arrecare danno ai bambini. Ursula K. Le Guin, famosa autrice di fantascienza, ammettendo che la figlia ne era rimasta incantata, osservò come la sua "di solito adorabile" figlia fosse divenuta "villana"».
È la felice ribellione ai prepotenti a cui invita la letteratura di Roald Dahl. Sembra che da piccolo, come molti giovani inglesi della sua epoca, fosse rimasto scioccato dalle prevaricazioni subite durante gli anni della boarding school: «A ogni personaggio crudele della sua infanzia egli appiccica come risposta un personaggio ributtante dei suoi libri» continua Ziliotto. «Se al massimo in passato c'è stato un tentativo di ribellione vago da parte dei bambini contro il mondo adulto, Dahl li aiuta a smascherare "quell'adulto" per il suo peccato commesso contro gli indifesi».
Secondo le cronache postume, come molti grandi anche Roald Dahl nella vita privata non fu un santo. La figlia Tessa, che da bambina aveva assistito a un grave incidente capitato al fratello minore Theo, ha raccontato in un memoir di essere stata portata dal padre da Anna Freud. Lui aveva chiesto alla psicoanalista di somministrare farmaci alla figlia di quattro anni, e al suo rifiuto l'aveva portata da un medico compiacente. C'è una foto in bianco e nero del 1965 che ritrae lo scrittore con Tessa, che allora aveva otto anni. Lei ha lo sguardo perso mentre lui le versa in bocca dello champagne da una coppa di cristallo. Ma ai giganti, si sa, non è mai bene avvicinarsi troppo.
(23 dicembre 2016)