Il Venerdì

Jacques Lacan come non l'avete mai visto

L’ultima compagna racconta (anche in un libro ora in italiano) il genio della psicanalisi nel privato. Incluse le passioni per la velocità (sugli sci e in auto) e per i nodi
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l ritratto di Lacan che fa Catherine Millot, che a 28 anni fu il suo ultimo amore – il geniale psicanalista  ne aveva 71 – ha il ritmo e la grazia di un racconto settecentesco. Nel ’39, racconta Millot, Lacan, sposato all’epoca con la prima moglie Marie-Louise, abitava al primo piano: Sylvia Bataille, moglie del grande scrittore, per i loro incontri clandestini, scalava di notte il palazzo ed entrava nella sua stanza dalla finestra – Lacan la avrebbe poi sposata, e pranzato da lei tutta la vita.

Un altro esempio di questo Lacan quotidiano: portava sempre con sé un tirapugni; a Catherine incuriosita racconta che una sera due malviventi si erano introdotti nel suo studio e, pistola in pugno, pretendevano di rapinarlo; lui aveva spiegato che non obbediva alle minacce e non gli importava di morire; se ne erano andati, ma gli avevano lussato una mandibola – da allora portava in tasca quel tirapugni che faceva risuonare gli allarmi in tutti gli aeroporti. E c’è Lacan spericolato sulle piste da sci, o che guida a duecento all’ora trascurando il rosso («ignorava la paura, anche quella degli altri», sorride ora Catherine)

L’analista e smagliante scrittrice Catherine Millot sgrana in questa sua Vita con Lacan (Cortina editore) tutto un tessuto di vita, su un tempo veloce, insieme emotivo e cronologico («forse è l’abitudine all’associazione libera nell’analisi», riflette). Philippe Sollers, amico di entrambi, insisteva da anni perché Catherine scrivesse i suoi ricordi di Lacan. Lo fa ora, che ha l’età che aveva Lacan quando era iniziata la loro relazione amorosa.

«Scrivere mi ha restituito la presenza di Lacan, l’incanto di quegli inizi» dice Millot. «È stato in Italia; conoscevo Roma e avevo già avuto modo di avere un colpo di fulmine per la città; tornarci un mese con Lacan è stato per me meraviglioso. L’ho scoperta come sarebbe stato impossibile con chiunque altro. La visitava scientificamente; ogni mattina apriva la guida e sceglieva l’itinerario del giorno – era la città che amava di più; anche se andavamo almeno una volta all’anno a Venezia. Quello che c’era di speciale è che non spiegava; restava a lungo davanti a un quadro tra tutti, senza dire nulla. Una volta, alla chiesa di Sant’Agostino si era fatto portare una scala per vedere il piede della Madonna dei Pellegrini del Caravaggio. Alla Galleria Borghese, studiò attentamente, sempre senza parlare, il piede della Madonna dei Palafrenieri, che schiaccia il serpente. Un giorno Lacan vi fece un’allusione rovesciata in una conferenza a Ginevra: “La Vergine Maria con il piede sulla testa del serpente indica che si sostiene su di esso”».

Aveva interessi vastissimi.
«Era curioso di tutto. Avevo un’amica specialista di lingua quechua, parlata nelle Ande; ha voluto assolutamente incontrarla e prendere lezioni da lei. Un fisico che conoscevo faceva esperimenti sulle particelle elementari; è voluto andare ad assistere a quelle esperienze. A un certo punto è venuta a stare da me un’amica che giocava a poker e pensava ingenuamente di viverci: Lacan poteva passare una serata a sentir parlare di poker; era molto aperto».

Sono molto belli i ritratti degli amici – il pittore Balthus, per esempio, che a Villa Medici si fa chiamare “signor Conte”.
«Frequentavamo di più i miei amici, della mia età. Naturalmente ho conosciuto attraverso di lui molte persone, con cui aveva soprattutto relazioni di lavoro o di studio. Era davvero amico di Jacques Aubert di cui condivideva la passione per Joyce, lo scrittore e calligrafo François Cheng, con cui studiava il cinese, il matematico Georges Guilbeaud – l’interesse di Lacan per la matematica era estremo».

E il suo rapporto con le donne?
«Diceva volentieri di essere fedele: ho capito cosa intendeva; può sembrare paradossale ma non si separava mai da una donna. Poteva capitare che venisse lasciato, ma lui aggiungeva una relazione alle altre: era, la sua, una fedeltà stratificata. Non sapeva stare solo; ma una volta che sono andata in Albania da mio padre – che era ambasciatore – lui andò in Libano: in francese, Albanie, Liban, quasi un gioco di parole».

Lacan era un dandy; le scelte di abbigliamento, nei suoi ricordi, sono deliziose. E che rapporto aveva con gli oggetti?
«Lacan era un collezionista. Era un bibliofilo; c’era un libraio che veniva tutte la sere a proporgli libri da collezione; lui li teneva o glieli restituiva; ogni tanto alzava la voce con lui, che era un personaggio molto divertente: era una relazione passionale. E poi Lacan era un collezionista d’arte; aveva per esempio una splendida raccolta di ceramiche precolombiane. La sua collezione di quadri era straordinaria; in campagna, a Guitrancourt, non lontano da Parigi, c’era la famosa Origine du monde di Courbet; nell’atelier, un Monet; in un  salone due opere giovanili di Giacometti, un Renoir, una tela di Balthus. E aveva molte opere di André Masson, che era suo cognato».

Lacan, alla morte della figlia, diventò ancora più silenzioso. E continuava – quasi “in un corpo a corpo”, scrive nell’introduzione Massimo Recalcati – a disegnare e intrecciare i nodi borromei: i tre cerchi uniti, ma a due a due sciolti, dello stemma dei Borromeo.
«Era molto commovente vedere Lacan manipolare i nodi, ossessione che ha sviluppato alla fine della vita. Il nodo borromeo, che rappresentava per Lacan il rapporto tra Reale, Simbolico e Immaginario, materializzava quasi in forma d’impasse il suo rapporto d’interrogazione alla psicoanalisi».

(10 febbraio 2017)