C'è chi ha ritrovato il suo giornalino scolastico in un’aula di tribunale, esibito dai pubblici ministeri come prova in un processo di ‘ndrangheta. E chi invece ha ricevuto dai carabinieri un divieto ufficiale di avvicinarsi al sindaco, la giusta distanza per non ricevere domande scomode. Qualcun altro vive sotto protezione per un articolo, molti – moltissimi – sono soffocati da querele e richieste di risarcimento danni presentate a raffica come intimidazioni. Sono tutti ragazzi che fanno i giornalisti, perlopiù sconosciuti e sparsi in quell’Italia che sta sopra o accanto a Roma, nelle città e nei paesi dove fino a qualche anno fa i prefetti si innervosivano e diventavano paonazzi per la rabbia quando sentivano parlare di mafie. O dove i collegi giudicanti non condannavano mai i “galantuomini” in trasferta perché, ammesso che di mafiosi si trattasse, «agiscono sempre e solo nei luoghi d’origine». Assolto. Assolto. Assolto. Il 416 bis sembrava una questione etnica e di latitudini. Ma per fortuna (con e insieme a pezzi di magistratura meno sonnacchiosa) sono arrivati loro.
Scrivono. Filmano. Denunciano. Irriverenti e coraggiosi, con la passione del raccontare si sono sostituiti come antenne sul territorio alle tradizionali associazioni antimafia sempre più ossequiose e ammanigliate con i poteri locali che le foraggiano di consulenze e incarichi à go go. È l’Emilia che ha il primato di questa generazione di cronisti che indagano sulle invasioni di camorra e ‘ndrangheta. E anche sulle vergogne di Comuni assoggettati alle voglie dei boss. Come quello di Brescello, il paese famoso per i film su Peppone e don Camillo ispirati ai racconti di Giovannino Guareschi. Bassa reggiana, un’apparente quiete, tanti affari con i capi-bastone emigrati dalla costa jonica calabrese. Una video-inchiesta di Cortocircuito – prima giornale in Rete e poi web tv fondata e guidata da liceali che nel frattempo sono diventati universitari – ha portato elementi che sono serviti per lo scioglimento del municipio per infiltrazioni mafiose. Ricorda Elia Minari, che è il coordinatore di questa batteria di giovanissimi reporter premiati dal presidente del Senato Pietro Grasso e inserita per meriti speciali nell’Enciclopedia Treccani: «Nel caso di Brescello abbiamo dimostrato come la ‘ndrangheta nel Nord non cerchi solo il contatto con il mondo imprenditoriale e politico, ma miri anche al consenso della cittadinanza con sponsorizzazioni e finanziamenti di sagre ed eventi sportivi».
Sono sempre attenti anche a ciò che si dice e a ciò che si scrive. Con uomini delle cosche pronti a redigere comunicati, convocare conferenze-stampa, pilotare interviste sui fogli della zona. Informazione e disinformazione. A meno di trenta chilometri da Reggio c’è Bologna, dove da un paio di mesi è nato un portale che si chiama Mafie sotto casa, un sito che raccoglie ed elabora tutto quello che c’è da sapere sulla criminalità nella regione. Profili di boss e sorvegliati speciali, processi in corso, le operazioni di polizia, i beni confiscati, le aziende escluse dalle White-list per gli appalti pubblici. Una mappa straordinaria. Con l’elenco, una per una, delle 50 cosche con radici in Sicilia e Calabria e Campania e in più i 7 clan stranieri che operano da Piacenza a Ferrara. «E ancora molti pensano che le mafie qui non esistono», spiega Gaetano Alessi, che con un pugno di amici e amiche ha rotto il muro di omertà. Un silenzio che vorrebbero pure i boss del processo Aemilia, 238 imputati e già tre secoli di carcere inflitti con il rito abbreviato, che in una delle ultime udienze hanno mandato in avanscoperta Sergio Bolognino, considerato dall’accusa uno dei capi dell’associazione. Alla corte ha chiesto un dibattimento a porte chiuse, vietato alla stampa.
Fanno paura i cronisti. Soprattutto se non sono distratti, come accadeva sino a qualche tempo fa. «Scusate il ritardo», confessa Pierluigi Senatore, giornalista di Radio Bruno di Carpi, «per noi la mafia era il solito fenomeno che non ci riguardava e ci consolavamo ripetendo che, “noi”, avevamo gli anticorpi: una favola». Pierluigi oggi è l’animatore di tante serate in Val Padana – l’ultima a Castelfranco Emilia – per parlare sempre e solo di mafia. Come ne ha scritto tanto Ester Castano sul settimanale Altomilanese, una battaglia solitaria contro il sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste, arrestato nell’ottobre 2012 e assolto da ogni accusa la settimana scorsa. Umiliata, isolata, minacciata. Alla fine i suoi “pezzi” hanno fatto chiudere per ‘ndrangheta quel Comune – prima amministrazione che ha avuto questa sorte in Lombardia – e poi Ester ha finalmente ottenuto un contratto vero dall’agenzia Lapresse di Milano.
Piccoli corrispondenti di guerra a casa loro. Un altro, ma con qualche anno in più, è Angelo Venti, direttore di Site.it, giornale online della Marsica che ha scoperchiato gli scandali del terremoto dell’Aquila. In questi mesi sta svelando come, con gli incentivi della ricostruzione, qualcuno sprema denaro anche fuori dai confini del “cratere”. Tanti nomi e tante firme per un giornalismo sempre meno addormentato. Verso Nord e verso Sud. C’è Giovanni Tizian al quale volevano «sparare in bocca» a Modena, c’è Federica Angeli che sopravvive nell’inferno di Ostia, c’è Paolo Borrometi che ha dovuto lasciare la Sicilia inseguito dalle ossessioni del capo presunto di una consorteria criminale che aveva deciso di «scippargli la testa». E che, inspiegabilmente, è a piede libero. Misteri della giustizia.
(17 febbraio 2017)
Scrivono. Filmano. Denunciano. Irriverenti e coraggiosi, con la passione del raccontare si sono sostituiti come antenne sul territorio alle tradizionali associazioni antimafia sempre più ossequiose e ammanigliate con i poteri locali che le foraggiano di consulenze e incarichi à go go. È l’Emilia che ha il primato di questa generazione di cronisti che indagano sulle invasioni di camorra e ‘ndrangheta. E anche sulle vergogne di Comuni assoggettati alle voglie dei boss. Come quello di Brescello, il paese famoso per i film su Peppone e don Camillo ispirati ai racconti di Giovannino Guareschi. Bassa reggiana, un’apparente quiete, tanti affari con i capi-bastone emigrati dalla costa jonica calabrese. Una video-inchiesta di Cortocircuito – prima giornale in Rete e poi web tv fondata e guidata da liceali che nel frattempo sono diventati universitari – ha portato elementi che sono serviti per lo scioglimento del municipio per infiltrazioni mafiose. Ricorda Elia Minari, che è il coordinatore di questa batteria di giovanissimi reporter premiati dal presidente del Senato Pietro Grasso e inserita per meriti speciali nell’Enciclopedia Treccani: «Nel caso di Brescello abbiamo dimostrato come la ‘ndrangheta nel Nord non cerchi solo il contatto con il mondo imprenditoriale e politico, ma miri anche al consenso della cittadinanza con sponsorizzazioni e finanziamenti di sagre ed eventi sportivi».
Sono sempre attenti anche a ciò che si dice e a ciò che si scrive. Con uomini delle cosche pronti a redigere comunicati, convocare conferenze-stampa, pilotare interviste sui fogli della zona. Informazione e disinformazione. A meno di trenta chilometri da Reggio c’è Bologna, dove da un paio di mesi è nato un portale che si chiama Mafie sotto casa, un sito che raccoglie ed elabora tutto quello che c’è da sapere sulla criminalità nella regione. Profili di boss e sorvegliati speciali, processi in corso, le operazioni di polizia, i beni confiscati, le aziende escluse dalle White-list per gli appalti pubblici. Una mappa straordinaria. Con l’elenco, una per una, delle 50 cosche con radici in Sicilia e Calabria e Campania e in più i 7 clan stranieri che operano da Piacenza a Ferrara. «E ancora molti pensano che le mafie qui non esistono», spiega Gaetano Alessi, che con un pugno di amici e amiche ha rotto il muro di omertà. Un silenzio che vorrebbero pure i boss del processo Aemilia, 238 imputati e già tre secoli di carcere inflitti con il rito abbreviato, che in una delle ultime udienze hanno mandato in avanscoperta Sergio Bolognino, considerato dall’accusa uno dei capi dell’associazione. Alla corte ha chiesto un dibattimento a porte chiuse, vietato alla stampa.
Fanno paura i cronisti. Soprattutto se non sono distratti, come accadeva sino a qualche tempo fa. «Scusate il ritardo», confessa Pierluigi Senatore, giornalista di Radio Bruno di Carpi, «per noi la mafia era il solito fenomeno che non ci riguardava e ci consolavamo ripetendo che, “noi”, avevamo gli anticorpi: una favola». Pierluigi oggi è l’animatore di tante serate in Val Padana – l’ultima a Castelfranco Emilia – per parlare sempre e solo di mafia. Come ne ha scritto tanto Ester Castano sul settimanale Altomilanese, una battaglia solitaria contro il sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste, arrestato nell’ottobre 2012 e assolto da ogni accusa la settimana scorsa. Umiliata, isolata, minacciata. Alla fine i suoi “pezzi” hanno fatto chiudere per ‘ndrangheta quel Comune – prima amministrazione che ha avuto questa sorte in Lombardia – e poi Ester ha finalmente ottenuto un contratto vero dall’agenzia Lapresse di Milano.
Piccoli corrispondenti di guerra a casa loro. Un altro, ma con qualche anno in più, è Angelo Venti, direttore di Site.it, giornale online della Marsica che ha scoperchiato gli scandali del terremoto dell’Aquila. In questi mesi sta svelando come, con gli incentivi della ricostruzione, qualcuno sprema denaro anche fuori dai confini del “cratere”. Tanti nomi e tante firme per un giornalismo sempre meno addormentato. Verso Nord e verso Sud. C’è Giovanni Tizian al quale volevano «sparare in bocca» a Modena, c’è Federica Angeli che sopravvive nell’inferno di Ostia, c’è Paolo Borrometi che ha dovuto lasciare la Sicilia inseguito dalle ossessioni del capo presunto di una consorteria criminale che aveva deciso di «scippargli la testa». E che, inspiegabilmente, è a piede libero. Misteri della giustizia.
(17 febbraio 2017)