Ecco che arrivano, annunciati con grande rullare di tamburi, i blockbusters della nuova stagione. Molti uniti dal filo rosso di un lavoro sul tempo. Ecco un nuovo episodio di Trainspotting, che ritorna, a distanza di 21 anni, impresso nella memoria del pubblico come esempio di cinema iperrealistico e brutale sulla condizione giovanile – e come il film che ha dato inizio alla carriera di Ewan McGregor.
Ecco che ritorna Alien, diretto, come l’originale, da Ridley Scott, e come l’originale pronto a sbancare i botteghini grazie anche alla presenza di Michael Fassbender. Alien, sesta puntata del ciclo, che per un po’ ha avuto l’ardire di intitolarsi, con buona pace di Milton, Paradise Lost e ora, più saggiamente, Alien: Covenant, il patto (e qui le cose si complicano, e bisogna ricordare che questo Alien è il primo sequel di Prometheus e il secondo prequel della saga di Alien). Ecco Pirati dei Caraibi. La vendetta di Salazar, destinato a un pubblico giovane che del vero Salazar, devono aver pensato i produttori, non sa nulla, o non avrebbero usato, suppongo, il nome del dittatore portoghese per il titolo. Ecco che ritorna The Fast and The Furious e tutta una lunga lista di film che guardano al proprio passato secondo le nuove regole di una moda che non si accontenta dei sequel, ma sforna prequel. E cioè l’idea simmetrica e contraria dell’abusato sequel che consiste nel raccontare cosa è successo allo stesso gruppo di personaggi prima della storia che ha segnato il loro ingresso nel mondo del cinema.
Quali sono i prediletti della categoria? Di almeno un sequel sappiamo con certezza che ha vinto la gara con il predecessore e con il successore (e dunque con il suo prequel e il suo sequel ed è Il Padrino parte seconda). Di un altro classico, Star Wars, c’è chi sostiene che l’ultima puntata sia meglio del classico originale del 1977... Si è sviluppata dunque una scuola di pensiero che cataloga e valuta i film secondo il loro rapporto di parentela con il film primogenito. Ma ci vorrebbe un’esperta antropologa come Margaret Mead per illustrare questi complessi rapporti di parentela tra film e film. Fuori gara i cicli concepiti come un unico progetto (i Tre colori di Kieslowski o i Kill Bill di Tarantino). Lo stesso per Il signore degli anelli, nato fin dalla versione in carta stampata come un tutt’uno. Sotto esame, invece, sono i nuovi sequel e prequel, le due forme più popolari di recupero di un successo. Scoprendo poi l’esistenza dei midquel, i film che raccontano una storia parallela a quella principale, ripresa da un punto di osservazione collaterale.
Un esempio? The Hours, un midquel perfetto sia in letteratura che sullo schermo. Così come è un bel midquel letterario Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys, che ci fa conoscere il destino della signora Rochester, quella di Jane Eyre, raccontato dal punto di vista della temibile prima moglie. E che dire degli interquel, i film che si infilano tra un episodio e l’altro di un ciclo narrativo, recuperando un po’ del predecessore e un po’ del successore? Da studiare, come si studiano gli spin off e altre categorizzazioni affascinanti, oggetto di analisi di siti web informatissimi (vedi Empire). In realtà il gioco dei prequel e affini riesce particolarmente bene in letteratura – come si può vedere per esempio leggendo Longbourn House di Jo Baker, dove un mondo alla Jane Austen viene raccontato dal punto di vista delle cucine.
Ma è David Thomson, un grande critico cinematografico, a scrivere uno dei più bei libri sull’uso del tempo nel cinema. In Suspects, purtroppo mai tradotto in Italia, Thomson reinventa il passato e il futuro dei più celebri personaggi del noir, da Laura Haunt (Vertigine) di Otto Preminger a Norman Bates (Psyco) di Hitchcock, da Ilsa Lund, e cioè Ingrid Bergman, in Casablanca, a Vivian Sternwood, la Lauren Bacall di Il grande sonno, da Hank Quinlan, di L’infernale Quinlan di Welles, a John Klute, quello della squillo del film di Pakula. E li fa rivivere in altri contesti cinematografici, completando la loro biografia e facendoli confluire verso un comune destino.
(17 febbraio 2017)
Ecco che ritorna Alien, diretto, come l’originale, da Ridley Scott, e come l’originale pronto a sbancare i botteghini grazie anche alla presenza di Michael Fassbender. Alien, sesta puntata del ciclo, che per un po’ ha avuto l’ardire di intitolarsi, con buona pace di Milton, Paradise Lost e ora, più saggiamente, Alien: Covenant, il patto (e qui le cose si complicano, e bisogna ricordare che questo Alien è il primo sequel di Prometheus e il secondo prequel della saga di Alien). Ecco Pirati dei Caraibi. La vendetta di Salazar, destinato a un pubblico giovane che del vero Salazar, devono aver pensato i produttori, non sa nulla, o non avrebbero usato, suppongo, il nome del dittatore portoghese per il titolo. Ecco che ritorna The Fast and The Furious e tutta una lunga lista di film che guardano al proprio passato secondo le nuove regole di una moda che non si accontenta dei sequel, ma sforna prequel. E cioè l’idea simmetrica e contraria dell’abusato sequel che consiste nel raccontare cosa è successo allo stesso gruppo di personaggi prima della storia che ha segnato il loro ingresso nel mondo del cinema.
Quali sono i prediletti della categoria? Di almeno un sequel sappiamo con certezza che ha vinto la gara con il predecessore e con il successore (e dunque con il suo prequel e il suo sequel ed è Il Padrino parte seconda). Di un altro classico, Star Wars, c’è chi sostiene che l’ultima puntata sia meglio del classico originale del 1977... Si è sviluppata dunque una scuola di pensiero che cataloga e valuta i film secondo il loro rapporto di parentela con il film primogenito. Ma ci vorrebbe un’esperta antropologa come Margaret Mead per illustrare questi complessi rapporti di parentela tra film e film. Fuori gara i cicli concepiti come un unico progetto (i Tre colori di Kieslowski o i Kill Bill di Tarantino). Lo stesso per Il signore degli anelli, nato fin dalla versione in carta stampata come un tutt’uno. Sotto esame, invece, sono i nuovi sequel e prequel, le due forme più popolari di recupero di un successo. Scoprendo poi l’esistenza dei midquel, i film che raccontano una storia parallela a quella principale, ripresa da un punto di osservazione collaterale.
Un esempio? The Hours, un midquel perfetto sia in letteratura che sullo schermo. Così come è un bel midquel letterario Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys, che ci fa conoscere il destino della signora Rochester, quella di Jane Eyre, raccontato dal punto di vista della temibile prima moglie. E che dire degli interquel, i film che si infilano tra un episodio e l’altro di un ciclo narrativo, recuperando un po’ del predecessore e un po’ del successore? Da studiare, come si studiano gli spin off e altre categorizzazioni affascinanti, oggetto di analisi di siti web informatissimi (vedi Empire). In realtà il gioco dei prequel e affini riesce particolarmente bene in letteratura – come si può vedere per esempio leggendo Longbourn House di Jo Baker, dove un mondo alla Jane Austen viene raccontato dal punto di vista delle cucine.
Ma è David Thomson, un grande critico cinematografico, a scrivere uno dei più bei libri sull’uso del tempo nel cinema. In Suspects, purtroppo mai tradotto in Italia, Thomson reinventa il passato e il futuro dei più celebri personaggi del noir, da Laura Haunt (Vertigine) di Otto Preminger a Norman Bates (Psyco) di Hitchcock, da Ilsa Lund, e cioè Ingrid Bergman, in Casablanca, a Vivian Sternwood, la Lauren Bacall di Il grande sonno, da Hank Quinlan, di L’infernale Quinlan di Welles, a John Klute, quello della squillo del film di Pakula. E li fa rivivere in altri contesti cinematografici, completando la loro biografia e facendoli confluire verso un comune destino.
(17 febbraio 2017)