Il Venerdì

I filippini d'Italia? Già pentiti di Duterte

Un incontro della comunità filippina romana (Casilli / Sintesi) 
Fa pulizia oppure sta esagerando? La comunità filippina del nostro Paese ha votato in maggioranza per il discusso presidente. Ma ora è divisa. In tanti hanno cambiato idea. E hanno paura
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ROMA. «Contro trafficanti di droga e politici corrotti ci voleva un uomo forte: finalmente abbiamo uno sceriffo al governo». «Risponde alla violenza con la violenza e umilia la Chiesa cattolica, è l’uomo sbagliato». Se c’è qualcuno in grado di dividere i “filippini d’Italia” quello è lui,  The Punisher, il presidente in capo. Per Rodrigo Duterte ha votato la maggioranza della comunità residente nel nostro Paese. Senza dubbio, l’uomo non passa inosservato. È osannato o odiato, e le sue gesta sono monitorate costantemente anche da chi vive a migliaia di chilometri di distanza.

Un passo indietro: ma chi sono i “filippini d’Italia”? Una delle comunità straniere più radicate nel nostro Paese. Anzi, si può dire che gli italiani abbiano “scoperto” gli immigrati proprio grazie ai filippini, che si sono subito specializzati nei lavori domestici e di assistenza alle persone. I primi flussi migratori da Manila risalgono infatti agli inizi degli anni Settanta. E il loro numero è andato via via crescendo. Come conferma l’ultimo Dossier statistico immigrazione: «Alla fine del 2002 la collettività filippina contava poco meno di 65 mila residenti in Italia. I dati più recenti, al 31 dicembre 2015, indicano circa 166 mila presenze». In maggioranza donne.

I filippini nel mondo costituiscono una risorsa preziosa per integrare, grazie alle rimesse, il Pil del loro Paese. La comunità che vive e lavora in Italia, per esempio, spedisce a casa un fiume di denaro: oltre 355 milioni di euro nel 2015, il 9,7 per cento in più dell’anno precedente. E si piazzano quarti tra le comunità più generose (dopo romeni, cinesi, bangladesi). Alle scorse elezioni, dunque, la maggioranza ha votato per Duterte. Ma cosa pensano oggi del presidente? Le posizioni si polarizzano, tra chi tifa per lui e chi invece ha addirittura paura a parlarne.

Rosalie Bajade è la legale rappresentante dell’Associazione culturale filippina (Acfil) del Piemonte. Vive in Italia da 19 anni e lavora come colf a Torino. «Vengo da un villaggio di Mindanao, la grande isola del Sud delle Filippine la cui città principale, Davao, è stata per tanti anni governata da Duterte. Lo conosciamo bene. Io non ho votato per lui, ma moltissimi l’hanno scelto. È stato visto come l’uomo del cambiamento. Un presidente forte di cui le Filippine avevano bisogno. E mi riferisco alla lotta alla corruzione e ancor più a quella contro la droga. Il consumo di stupefacenti da noi è una vera epidemia. I miei stessi fratelli hanno avuto problemi di droga. È giusto il pugno duro del presidente contro gli spacciatori, grandi e piccoli che siano. Però senza eccessi. Perché violenza chiama violenza». Quanto alle posizioni contro la Chiesa cattolica, per Rosalie è in atto «un terribile scontro di potere. Ma io sono con la Chiesa, e con me gran parte dei filippini. Su questo, Duterte rischia di perdere consenso».

Ann Brusola è invece la segretaria generale di Migrante Europe, un network di immigrati filippini. In Italia da 20 anni, lavora a Roma come operaia in un centro sportivo comunale: «È vero, la droga è una piaga che sta colpendo le giovani generazioni. Anche molti figli di immigrati hanno problemi di tossicodipendenza. La battaglia è sacrosanta, ma senza spargimenti di sangue. La violenza dei vigilantes ha prodotto migliaia di morti. Ci vogliono processi, ci vuole giustizia, non sparatorie». Ann è però al fianco di Duterte nella sfida lanciata alla Chiesa: «Sui diritti civili chiede un giusto cambiamento di passo, una modernizzazione del Paese». Ma quel che conta di più è «stabilizzare la democrazia e rilanciare l’economia. Per troppo tempo le Filippine hanno contato su noi emigranti e sulle nostre rimesse. Siamo in tanti in giro per il mondo, impegnati in lavori diversi da quelli per cui abbiamo studiato. Meritiamo di poter tornare a casa, dalle nostre famiglie».

C’è poi chi di Duterte ha paura. Delia è una giovane filippina di Firenze, lavora come cuoca, non vuole dire il suo cognome: «Gli squadroni di Duterte hanno ucciso un amico di mio nipote, che era solo sospettato di essere un piccolo spacciatore». Altri, come le rappresentanti del Filipino Women’s Council, preferiscono non parlare.

Evangeline Irabon, da 19 anni a Milano, invece parla. Ha votato per Duterte, ma ora è pentita: «Va bene la lotta alla droga, ma non si possono calpestare i diritti umani. E poi si stanno colpendo solo i piccoli spacciatori e non chi davvero gestisce il traffico. Ha ragione la Chiesa nel difendere il valore della vita umana, sempre. Inoltre Duterte ha interrotto il negoziato di pace cominciato a Roma con il movimento del National democratic front: un errore».

Anche suo marito Franklin, commesso a Lugano, presidente dell’associazione Migrante di Milano, ha votato per Duterte: «Come sindaco aveva governato bene, era la speranza del cambiamento, in molti ci abbiamo creduto. Qualcosa di buono per il popolo l’ha fatto, come la nomina di un bravo ministro dell’Ambiente per contrastare lo strapotere delle multinazionali proprietarie delle miniere filippine. Ma poi nella guerra alla droga ha preferito non seguire la via legale. Non solo. Aveva promesso di colpire i generali corrotti del Paese. Nessun potente invece è finito in galera. Non controlla davvero i militari, né la polizia. E così, come molti altri filippini che lo hanno votato, ho abbandonato la speranza che possa essere davvero un leader di cambiamento per il nostro Paese».

(24 febbraio 2017)