Qualche dubbio, dopo il voto su Brexit, Alice lo ha avuto. «Mi sono chiesta se restare in un posto che non è più lo stesso». Anche se il posto è Oxford, che oltre a tutte le altre medaglie ha il sesto posto nella classifica mondiale delle università più internazionali. «Ma poi ho deciso, la mia vita è qui finché non mi cacciano». Alice Lazzati è una ricercatrice di 29 anni e di frontiere non vuole sentire parlare, neanche nel suo campo di studio: a cavallo tra economia e sociologia, da Milano (Bocconi) a Oxford, dove sta finendo il dottorato. Ricerca e lavora per il ministero della Salute britannico, dove ha già vinto un concorso ed entrerà da dipendente, appena finito il Phd. Lo consentono ancora le regole dell’Europa unita, nelle quali Alice è nata e cresciuta. E nelle quali ha prosperato anche l’università britannica, che è faro per molti studenti del mondo ma anche un buon affare per il Paese – si stima che pesi per il 3 per cento del Pil.
Adesso tutto quel sistema è sotto choc: a gennaio si sono chiusi i termini per completare le domande di ammissione, e l’effetto Brexit che molti temevano si è tradotto in numeri: meno 7 per cento dai Paesi dell’Unione europea. Nelle prestigiose Oxford e Cambridge, che chiudono le iscrizioni prima, l’allarme rosso era scattato già nell’autunno scorso. Ma ovunque temono le conseguenze della politica dei muri su un settore che, per definizione, di barriere e frontiere dovrebbe conoscerne poche. Come la generazione di Alice e quelle vicine, cresciute a Erasmus e low cost, che all’improvviso si sono svegliate in un mondo nuovo.
«Il giorno dopo il referendum abbiamo ricevuto una mail dall’università, noi studenti europei. Ci hanno detto di stare tranquilli, perché le nostre borse di studio sarebbero andate avanti». Una piccola consolazione, per Alice Lazzati, che per il Remain si era spesa da militante, in una campagna porta a porta, e che quel giorno era disperata. In buona compagnia: Oxford, come tutte le altre città dominate dall’università e come Londra, ha votato in massa contro la Brexit. E come molti altri atenei è corso ai ripari per evitare dubbi, caos e fughe. Pochi giorni dopo il voto, sui siti delle istituzioni accademiche e su quello dell’Ucas, l’ente che raccoglie e smista le iscrizioni, campeggiava l’avviso: per chi si iscrive al prossimo anno accademico non cambia nulla. Vale a dire, gli studenti europei che riescono a entrare nel 2017 restano equiparati a quelli britannici e lo saranno per tutta la durata del corso: in particolare, pagano la stessa retta (che in Inghilterra ha un tetto attorno alle 9 mila sterline l’anno), con la sola differenza che gli studenti nazionali possono accedere ai prestiti d’onore.
Per tutti gli altri, invece, come ad esempio cinesi o americani, non vale il tetto e le rette arrivano al doppio e oltre. Ma questa rassicurazione non è bastata. A guardare i dati appena pubblicati dall’Ucas, gli studenti europei che hanno bussato alla porta del Regno sono scesi quest’anno del 7 per cento. È vero che nello stesso periodo sono scese anche le iscrizioni degli inglesi, ma questo calo ha una causa specifica, poiché interessa soprattutto i corsi per infermieri e ostetrici, per i quali il governo conservatore ha tagliato le borse di studio. Mentre quello europeo ha un nome ben stampato sopra: Brexit. Come già si era capito dalle anticipazioni della pattuglia d’élite, quella che chiude le iscrizioni prima, a ottobre: ci stanno dentro le università di Oxford e Cambridge e tutti i corsi medici (medicina, odontoiatria e veterinaria): meno 9 per cento. In questo caso la fuga europea è ancora più evidente, poiché è avvenuta mentre restavano stabili, o crescevano, le iscrizioni inglesi e degli stranieri extra-Ue.
Francesco Billari è un professore in rientro. Aveva una cattedra a Oxford, è appena tornato in Italia come prorettore alle risorse umane alla Bocconi. «Ho detto sì perché è un incarico attraente e importante. Ma certamente il clima di Brexit, e la maggior chiusura che si prospetta lì, ha influito» racconta. Per quanto riguarda gli studenti, spiega, il problema non è solo nel probabile aumento dei costi dei corsi, ma anche e soprattutto nelle prospettive per il dopo. Infatti molti vanno a studiare nel Regno Unito per poi restarci a lavorare, nell’università o fuori: «Ma già adesso avere il visto come europei non è automatico, bisognerà vedere se in futuro si entrerà nelle quote annuali». Senza contare tutte le difficoltà burocratiche, i costi, l’incertezza.
C’è poi l’effetto Brexit sui docenti e sulla ricerca. «Si tratta di università ottime, riconosciute ovunque» prosegue Billari «ma la ricerca e l’insegnamento da sempre sono senza frontiere, e avere degli staff internazionali è importantissimo per continuare a mantenere quel livello». Molti ricercatori vanno però lì perché finanziati dai fondi europei, dei quali attualmente il Regno Unito è il primo beneficiario. «Contribuisce per il 10 per cento al bilancio dell’European Research Council e gode del 16 per cento dei suoi fondi» fa i conti Daniele Checchi, del direttivo dell’ Agenzia per la valutazione del sistema universitario e della ricerca. Lo stesso vale per l’intero programma Horizon 2020, del quale Londra è gran beneficiaria con un budget di 2 miliardi di sterline. E per il più famoso dei programmi universitari europei, l’Erasmus, cresciuto dai 3.244 studenti coinvolti nel primo anno ai 291 mila del 2015. Che pesa come un simbolo ma anche una realtà per tanti studenti europei, e che per gli inglesi ha un appeal in più, essendo accessibile a tutti, dunque non aggiungendo altri costi a un’università che ha rette salate nel Regno Unito (con l’eccezione della Scozia).
«Se il governo riconosce che l’università è un gioiello della Corona, cosa può fare per tutelarla?» ha chiesto Catherine Barnard, professore di Cambridge, in un’audizione alla Camera dei Comuni. La risposta che sta emergendo dal mondo accademico è: un tavolo specifico per l’università dentro il negoziato Brexit, che più o meno lasci le cose come stanno. È possibile? Luciano Saso, prorettore per le reti europee alla Sapienza, spiega di sì: Norvegia e Svizzera non fanno parte dell’Ue ma hanno scambi intensi su ricerca, università e mobilità studentesca. «Va detto che già prima il sistema inglese non era perfettamente integrato con gli altri, se non altro per questioni di costi e rette». Infatti non è mai stato facile fare un Erasmus nel Regno Unito, meta peraltro richiestissima. Il che non ha impedito un fitto scambio: nel 2015 sono stati 15 mila gli studenti britannici mandati in giro per l’Europa, e 30 mila gli europei accolti nell’isola. La pressione per non chiudere i programmi Erasmus è molto forte. «Al referendum i giovani e le città hanno votato contro la Brexit, il mondo dell’università voleva restare nell’Ue» dice Saso. Per questo prevede tempi lunghi e una soluzione di compromesso, con uno status speciale per le università. Il che però vuol dire che il governo inglese per gli studenti Erasmus dovrà pagare di tasca sua: e forse non è proprio quel che volevano gli elettori della Brexit.
(24 febbraio 2017)
Adesso tutto quel sistema è sotto choc: a gennaio si sono chiusi i termini per completare le domande di ammissione, e l’effetto Brexit che molti temevano si è tradotto in numeri: meno 7 per cento dai Paesi dell’Unione europea. Nelle prestigiose Oxford e Cambridge, che chiudono le iscrizioni prima, l’allarme rosso era scattato già nell’autunno scorso. Ma ovunque temono le conseguenze della politica dei muri su un settore che, per definizione, di barriere e frontiere dovrebbe conoscerne poche. Come la generazione di Alice e quelle vicine, cresciute a Erasmus e low cost, che all’improvviso si sono svegliate in un mondo nuovo.
«Il giorno dopo il referendum abbiamo ricevuto una mail dall’università, noi studenti europei. Ci hanno detto di stare tranquilli, perché le nostre borse di studio sarebbero andate avanti». Una piccola consolazione, per Alice Lazzati, che per il Remain si era spesa da militante, in una campagna porta a porta, e che quel giorno era disperata. In buona compagnia: Oxford, come tutte le altre città dominate dall’università e come Londra, ha votato in massa contro la Brexit. E come molti altri atenei è corso ai ripari per evitare dubbi, caos e fughe. Pochi giorni dopo il voto, sui siti delle istituzioni accademiche e su quello dell’Ucas, l’ente che raccoglie e smista le iscrizioni, campeggiava l’avviso: per chi si iscrive al prossimo anno accademico non cambia nulla. Vale a dire, gli studenti europei che riescono a entrare nel 2017 restano equiparati a quelli britannici e lo saranno per tutta la durata del corso: in particolare, pagano la stessa retta (che in Inghilterra ha un tetto attorno alle 9 mila sterline l’anno), con la sola differenza che gli studenti nazionali possono accedere ai prestiti d’onore.
Per tutti gli altri, invece, come ad esempio cinesi o americani, non vale il tetto e le rette arrivano al doppio e oltre. Ma questa rassicurazione non è bastata. A guardare i dati appena pubblicati dall’Ucas, gli studenti europei che hanno bussato alla porta del Regno sono scesi quest’anno del 7 per cento. È vero che nello stesso periodo sono scese anche le iscrizioni degli inglesi, ma questo calo ha una causa specifica, poiché interessa soprattutto i corsi per infermieri e ostetrici, per i quali il governo conservatore ha tagliato le borse di studio. Mentre quello europeo ha un nome ben stampato sopra: Brexit. Come già si era capito dalle anticipazioni della pattuglia d’élite, quella che chiude le iscrizioni prima, a ottobre: ci stanno dentro le università di Oxford e Cambridge e tutti i corsi medici (medicina, odontoiatria e veterinaria): meno 9 per cento. In questo caso la fuga europea è ancora più evidente, poiché è avvenuta mentre restavano stabili, o crescevano, le iscrizioni inglesi e degli stranieri extra-Ue.
Francesco Billari è un professore in rientro. Aveva una cattedra a Oxford, è appena tornato in Italia come prorettore alle risorse umane alla Bocconi. «Ho detto sì perché è un incarico attraente e importante. Ma certamente il clima di Brexit, e la maggior chiusura che si prospetta lì, ha influito» racconta. Per quanto riguarda gli studenti, spiega, il problema non è solo nel probabile aumento dei costi dei corsi, ma anche e soprattutto nelle prospettive per il dopo. Infatti molti vanno a studiare nel Regno Unito per poi restarci a lavorare, nell’università o fuori: «Ma già adesso avere il visto come europei non è automatico, bisognerà vedere se in futuro si entrerà nelle quote annuali». Senza contare tutte le difficoltà burocratiche, i costi, l’incertezza.
C’è poi l’effetto Brexit sui docenti e sulla ricerca. «Si tratta di università ottime, riconosciute ovunque» prosegue Billari «ma la ricerca e l’insegnamento da sempre sono senza frontiere, e avere degli staff internazionali è importantissimo per continuare a mantenere quel livello». Molti ricercatori vanno però lì perché finanziati dai fondi europei, dei quali attualmente il Regno Unito è il primo beneficiario. «Contribuisce per il 10 per cento al bilancio dell’European Research Council e gode del 16 per cento dei suoi fondi» fa i conti Daniele Checchi, del direttivo dell’ Agenzia per la valutazione del sistema universitario e della ricerca. Lo stesso vale per l’intero programma Horizon 2020, del quale Londra è gran beneficiaria con un budget di 2 miliardi di sterline. E per il più famoso dei programmi universitari europei, l’Erasmus, cresciuto dai 3.244 studenti coinvolti nel primo anno ai 291 mila del 2015. Che pesa come un simbolo ma anche una realtà per tanti studenti europei, e che per gli inglesi ha un appeal in più, essendo accessibile a tutti, dunque non aggiungendo altri costi a un’università che ha rette salate nel Regno Unito (con l’eccezione della Scozia).
«Se il governo riconosce che l’università è un gioiello della Corona, cosa può fare per tutelarla?» ha chiesto Catherine Barnard, professore di Cambridge, in un’audizione alla Camera dei Comuni. La risposta che sta emergendo dal mondo accademico è: un tavolo specifico per l’università dentro il negoziato Brexit, che più o meno lasci le cose come stanno. È possibile? Luciano Saso, prorettore per le reti europee alla Sapienza, spiega di sì: Norvegia e Svizzera non fanno parte dell’Ue ma hanno scambi intensi su ricerca, università e mobilità studentesca. «Va detto che già prima il sistema inglese non era perfettamente integrato con gli altri, se non altro per questioni di costi e rette». Infatti non è mai stato facile fare un Erasmus nel Regno Unito, meta peraltro richiestissima. Il che non ha impedito un fitto scambio: nel 2015 sono stati 15 mila gli studenti britannici mandati in giro per l’Europa, e 30 mila gli europei accolti nell’isola. La pressione per non chiudere i programmi Erasmus è molto forte. «Al referendum i giovani e le città hanno votato contro la Brexit, il mondo dell’università voleva restare nell’Ue» dice Saso. Per questo prevede tempi lunghi e una soluzione di compromesso, con uno status speciale per le università. Il che però vuol dire che il governo inglese per gli studenti Erasmus dovrà pagare di tasca sua: e forse non è proprio quel che volevano gli elettori della Brexit.
(24 febbraio 2017)