La politica nel nome del padre e del figlio
di Marco BracconiDai Renzi ai De Luca, dai Bossi ai Casaleggio. Nell'intreccio tra famiglia e Palazzo non si tratta sempre di nepotismo. Breve storia. Anche psicoanalitica
La famiglia è metafora assai in voga nel lessico della politica e il racconto del Palazzo è tutto un fiorire di padri nobili, eredi e discendenti. Poi però ci sono le famiglie vere, i padri e i figli in carne ed ossa come Tiziano e Matteo Renzi, al centro delle cronache per la vicenda Consip. O Roberto e Vincenzo De Luca, quello assessore a Salerno e questo Governatore in Campania, con la consueta coda di polemiche. Nell’Italia dal Dopoguerra a oggi non c’è mai stata una “dinastia” politica propriamente detta, non come negli Stati Uniti con i Kennedy o i Bush, o in Francia con il (litigioso) clan Le Pen. Da noi i corsi e ricorsi tra gli avi e i discendenti hanno forma più estemporanea e discontinua, e ogni tanto diventano nemesi o disvelamento del tempo storico transitato sotto i ponti. Basta pensare ad Antonio Segni, all’inizio dei Sessanta. Presidente di una Repubblica piantata nella Guerra Fredda, dove decisioni…
La famiglia è metafora assai in voga nel lessico della politica e il racconto del Palazzo è tutto un fiorire di padri nobili, eredi e discendenti. Poi però ci sono le famiglie vere, i padri e i figli in carne ed ossa come Tiziano e Matteo Renzi, al centro delle cronache per la vicenda Consip. O Roberto e Vincenzo De Luca, quello assessore a Salerno e questo Governatore in Campania, con la consueta coda di polemiche. Nell’Italia dal Dopoguerra a oggi non c’è mai stata una “dinastia” politica propriamente detta, non come negli Stati Uniti con i Kennedy o i Bush, o in Francia con il (litigioso) clan Le Pen. Da noi i corsi e ricorsi tra gli avi e i discendenti hanno forma più estemporanea e discontinua, e ogni tanto diventano nemesi o disvelamento del tempo storico transitato sotto i ponti. Basta pensare ad Antonio Segni, all’inizio dei Sessanta. Presidente di una Repubblica piantata nella Guerra Fredda, dove decisioni come autorizzare il generale De Lorenzo a preparare i piani di un golpe sarebbero incomprensibili fuori dalla logica di scontro tra Occidente e Comunismo. È l’Italia del boom e della conventio ad excludendum, proporzionalissima e senza alternanza, aggrappata a tutto il bene e il male della sua comunque rassicurante Balena bianca. Ma quasi trent’anni dopo, sulle macerie dei muri abbattuti eppure sempre dalla pancia della stessa balena, spunta il figlio d’arte Mariotto Segni con la bandierina del maggioritario a calcare i palchi con i comunisti di Occhetto o a braccetto coi mangiapreti pannelliani. Un padre e un figlio entrambi figli della destra Dc che con il senno di poi della Storia si fanno uno reazionario e l’altro rivoluzionario o quasi.
«Eppure in questi politici vecchio stile» dice Piero Rocchini, che per nove anni è stato psicologo della Camera e su quella esperienza ha scritto un libro, Onorevoli sul lettino, «prevaleva la trasmissione di un modello; erano pater familias sia in pubblico che in privato, e pure se le posizioni nella discendenza cambiavano si manteneva una stessa idea della politica. Oggi non è più così». Ne riparleremo. Ma a proposito di old style viene in mente il viso pensoso di Carlo Donat-Cattin, che sul fianco sinistro della Dc interclassista, mentre in quel sistema bloccato l’Italia si accartocciava nei suoi anni di piombo, vedeva maturare un personalissimo dramma familiare: lui in grisaglia governativa anni Settanta e suo figlio Marco con la P38 in dotazione ai militanti di Prima Linea. All’antenato quel corto circuito affettivo costò le dimissioni da ministro e anni di panchina, prezzo modesto davanti al dolore di veder poi il figlio morire, anni dopo la dissociazione, in un banale incidente. «Ma non credo sia stata una nemesi», analizza Rocchini. «Il padre era un cattolico di sinistra, molto attento al sociale e agli ultimi, il figlio più che “rivoltarsi” sembra aver portato alle estreme (e terribili) conseguenze il dettato paterno».
Anche in politica ci sono figli che superano padri e i padri che invece restano ineguagliati. Il primo è certo il caso dei D’Alema Giuseppe e Massimo, uno deputato e l’altro con ambizioni da lìder maximo che lo faranno diventare il primo premier ex comunista: si racconta però che baffino il Giovane, davanti ai consigli o alle politiche reprimende del Vecchio, non alzasse mai il proverbiale sopracciglio. Il secondo è senz’altro quello dei Craxi Bobo e Stefania, sottoposti alla chiaroscura ma imponente figura di papà Bettino: all’inizio entrambi con Forza Italia in nome della lotta alla “persecuzione giudiziaria”, poi lui ci ripenserà e finirà col centrosinistra in omaggio alle radici del garofano paterno. Una foto di famiglia che narra con precisione quasi chirurgica la diaspora socialista dopo Tangentopoli, ma anche pubblico e privatissimo che si intrecciano inestricabili, come se, suggerisce l’ex psicologo della Camera, «davanti ad un papà tanto ingombrante la figlia abbia sentito il bisogno di conservarne il “mito”, mentre il figlio la necessità di distanziarlo e superarlo».
Ben altro destino toccherà alla “diaspora” dei cattolici, più felpata e sorniona come dimostrano le sorti di Gianni ed Enrico, zio e nipote di casa Letta, equamente distribuiti nell’ogniddove di quello che una volta si chiamava quadro politico. Per i Repubblicani di Ugo e Giorgio La Malfa la dispersione è diventata invece rapida sparizione, come buona parte dei cespugli che crescevano sotto gli alberi genealogici del Pentapartito, la “famiglia allargata” che prima del 1992 servì a tenere in piedi una Prima Repubblica già in crisi. Non però Ciriaco De Mita, ancora in auge da sindaco di Nusco e padre dei figli Giuseppe e Antonia, uno deputato centrista e l’altra candidata a quasi tutto tra reiterate accuse di nepotismo e l’appassionata difesa proprio di Craxi il Giovane, convinto non a torto che lo stesso cognome non possa essere un impedimento extra legem. Resta il fatto che nel Paese dei furbetti dei quartierini e dei condomini, dove una mano spesso lava l’altra purché gli sia amica o sodale o ancor meglio parente, il passaggio da padre a figlio è sempre un po’ sub judice, metà per realismo e metà per la manìa di castizzare tutto quello che castizzar si può. Eppure, con qualche eccezione, la maggior parte delle linee di discendenza non ha più di tanto l’odore di nepotismo; piuttosto si sente l’aria della politica respirata assieme ai primi cartoni animati, che diventa infine un destino spesso inevitabile.
«Con le sue nemesi, anch’esse altrettanto inevitabili» dice Rocchini. «Pensi a quella che porta i nomi di Umberto e Renzo…». Erano il senatur e il “trota”, padre e figlio storia dalle cui avventure si dipanerà il filo che svestirà Bossi dei panni di padre-padrone della Lega per mettergli addosso quelli di un nonno che i nuovi campioncini padani tengono a debita distanza. È il 2012, annus horribilis nel castelletto di Gemonio che era avanguardia del Nord sgobbone contro il Sud terrone e scansafatiche, ma che dal ponte levatoio aveva intanto fatto entrare gettoni di presenza a sbafo e lauree maneggione conseguite in Albania. «È un altro segno dei tempi. Il capo leghista se la cavò con una severità un po’ à la carte, impensabile un decennio prima. Quella che entra in crisi è la trasmissione dell’esempio, che diventa passaggio di uno stile di vita e di uno schema di potere».
Chissà se la pensano così anche a Milano, nel luogo un po’ misterioso dove risiede un altro asse ereditario, forse l’unico che in Italia somiglia ad una vera dinastia. Per paradosso o contraddizione che sia, la guida del Movimento dell’uno vale uno passa dopo la scomparsa del padre Gianroberto al figlio Davide, cose normali in un’azienda privata come la Casaleggio&Associati, un po’ meno usuale quando quell’azienda fa e disfa candidature e linee politiche. E fischiano forse le orecchie a papà Silvio e figlia Marina, ché del passaggio dinastico tra i Berlusconi si favoleggia da sempre anche se forse non avverrà mai.
Verrebbe da chiedersi come andrà in futuro con i figli dei figli d’arte, visto che il migrare della politica da una generazione all’altra adesso significa anche migrare da una politica ad un’altra tutta diversa. «Temo che la rottura diverrà sempre più evidente», conclude Rocchini. «E che se prima si passavano da padre a figlio idee ed esempi coerenti, in futuro si trasmetteranno sempre meno contenuti. Del resto perché la politica dovrebbe sfuggire alla crisi dell’autorità paterna?».
Per ora, l’ultima diaspora è tra Sveva e Dario Nardella, fratelli in famiglia e coltelli alle primarie Pd: lei con Emiliano e lui con Renzi. Roba da Mario, Maria e Mario di Ettore Scola. Senza più il Pci e la Dc, però, papà e mamma di una Italia che non c’è più.
(24 marzo 2017)
«Eppure in questi politici vecchio stile» dice Piero Rocchini, che per nove anni è stato psicologo della Camera e su quella esperienza ha scritto un libro, Onorevoli sul lettino, «prevaleva la trasmissione di un modello; erano pater familias sia in pubblico che in privato, e pure se le posizioni nella discendenza cambiavano si manteneva una stessa idea della politica. Oggi non è più così». Ne riparleremo. Ma a proposito di old style viene in mente il viso pensoso di Carlo Donat-Cattin, che sul fianco sinistro della Dc interclassista, mentre in quel sistema bloccato l’Italia si accartocciava nei suoi anni di piombo, vedeva maturare un personalissimo dramma familiare: lui in grisaglia governativa anni Settanta e suo figlio Marco con la P38 in dotazione ai militanti di Prima Linea. All’antenato quel corto circuito affettivo costò le dimissioni da ministro e anni di panchina, prezzo modesto davanti al dolore di veder poi il figlio morire, anni dopo la dissociazione, in un banale incidente. «Ma non credo sia stata una nemesi», analizza Rocchini. «Il padre era un cattolico di sinistra, molto attento al sociale e agli ultimi, il figlio più che “rivoltarsi” sembra aver portato alle estreme (e terribili) conseguenze il dettato paterno».
Anche in politica ci sono figli che superano padri e i padri che invece restano ineguagliati. Il primo è certo il caso dei D’Alema Giuseppe e Massimo, uno deputato e l’altro con ambizioni da lìder maximo che lo faranno diventare il primo premier ex comunista: si racconta però che baffino il Giovane, davanti ai consigli o alle politiche reprimende del Vecchio, non alzasse mai il proverbiale sopracciglio. Il secondo è senz’altro quello dei Craxi Bobo e Stefania, sottoposti alla chiaroscura ma imponente figura di papà Bettino: all’inizio entrambi con Forza Italia in nome della lotta alla “persecuzione giudiziaria”, poi lui ci ripenserà e finirà col centrosinistra in omaggio alle radici del garofano paterno. Una foto di famiglia che narra con precisione quasi chirurgica la diaspora socialista dopo Tangentopoli, ma anche pubblico e privatissimo che si intrecciano inestricabili, come se, suggerisce l’ex psicologo della Camera, «davanti ad un papà tanto ingombrante la figlia abbia sentito il bisogno di conservarne il “mito”, mentre il figlio la necessità di distanziarlo e superarlo».
Ben altro destino toccherà alla “diaspora” dei cattolici, più felpata e sorniona come dimostrano le sorti di Gianni ed Enrico, zio e nipote di casa Letta, equamente distribuiti nell’ogniddove di quello che una volta si chiamava quadro politico. Per i Repubblicani di Ugo e Giorgio La Malfa la dispersione è diventata invece rapida sparizione, come buona parte dei cespugli che crescevano sotto gli alberi genealogici del Pentapartito, la “famiglia allargata” che prima del 1992 servì a tenere in piedi una Prima Repubblica già in crisi. Non però Ciriaco De Mita, ancora in auge da sindaco di Nusco e padre dei figli Giuseppe e Antonia, uno deputato centrista e l’altra candidata a quasi tutto tra reiterate accuse di nepotismo e l’appassionata difesa proprio di Craxi il Giovane, convinto non a torto che lo stesso cognome non possa essere un impedimento extra legem. Resta il fatto che nel Paese dei furbetti dei quartierini e dei condomini, dove una mano spesso lava l’altra purché gli sia amica o sodale o ancor meglio parente, il passaggio da padre a figlio è sempre un po’ sub judice, metà per realismo e metà per la manìa di castizzare tutto quello che castizzar si può. Eppure, con qualche eccezione, la maggior parte delle linee di discendenza non ha più di tanto l’odore di nepotismo; piuttosto si sente l’aria della politica respirata assieme ai primi cartoni animati, che diventa infine un destino spesso inevitabile.
«Con le sue nemesi, anch’esse altrettanto inevitabili» dice Rocchini. «Pensi a quella che porta i nomi di Umberto e Renzo…». Erano il senatur e il “trota”, padre e figlio storia dalle cui avventure si dipanerà il filo che svestirà Bossi dei panni di padre-padrone della Lega per mettergli addosso quelli di un nonno che i nuovi campioncini padani tengono a debita distanza. È il 2012, annus horribilis nel castelletto di Gemonio che era avanguardia del Nord sgobbone contro il Sud terrone e scansafatiche, ma che dal ponte levatoio aveva intanto fatto entrare gettoni di presenza a sbafo e lauree maneggione conseguite in Albania. «È un altro segno dei tempi. Il capo leghista se la cavò con una severità un po’ à la carte, impensabile un decennio prima. Quella che entra in crisi è la trasmissione dell’esempio, che diventa passaggio di uno stile di vita e di uno schema di potere».
Chissà se la pensano così anche a Milano, nel luogo un po’ misterioso dove risiede un altro asse ereditario, forse l’unico che in Italia somiglia ad una vera dinastia. Per paradosso o contraddizione che sia, la guida del Movimento dell’uno vale uno passa dopo la scomparsa del padre Gianroberto al figlio Davide, cose normali in un’azienda privata come la Casaleggio&Associati, un po’ meno usuale quando quell’azienda fa e disfa candidature e linee politiche. E fischiano forse le orecchie a papà Silvio e figlia Marina, ché del passaggio dinastico tra i Berlusconi si favoleggia da sempre anche se forse non avverrà mai.
Verrebbe da chiedersi come andrà in futuro con i figli dei figli d’arte, visto che il migrare della politica da una generazione all’altra adesso significa anche migrare da una politica ad un’altra tutta diversa. «Temo che la rottura diverrà sempre più evidente», conclude Rocchini. «E che se prima si passavano da padre a figlio idee ed esempi coerenti, in futuro si trasmetteranno sempre meno contenuti. Del resto perché la politica dovrebbe sfuggire alla crisi dell’autorità paterna?».
Per ora, l’ultima diaspora è tra Sveva e Dario Nardella, fratelli in famiglia e coltelli alle primarie Pd: lei con Emiliano e lui con Renzi. Roba da Mario, Maria e Mario di Ettore Scola. Senza più il Pci e la Dc, però, papà e mamma di una Italia che non c’è più.
(24 marzo 2017)