Il Venerdì

A casa mia fa tutto Alexa, basta chiederglielo

(Getty Images) 
Con Echo Dot, l’assistente vocale di Amazon, la domotica di massa fa un passo avanti. Per ordinarle qualcosa bisogna solo parlare (per ora in inglese). E pazienza per le buona maniere. E per la privacy
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Sarà capitato anche a voi. Siete in cucina, avete appena impanato le acciughe per metterle a friggere e vorreste prendere il tempo. Il timer del forno è sempre molto impreciso. Il telefono non si trova e, anche quando si trova, non riuscite a impostarlo con le mani unte. È una delle situazioni in cui Echo Dot, l’assistente vocale di Amazon, viene molto utile. Tu le dici: «Alexa imposta un timer da 9 minuti» e lei esegue. Quando il momento sarà arrivato basterà dire «Alexa stop» e la suoneria si zittirà.

Qualcuno potrà legittimamente osservare che 50 dollari per un timer sono parecchi soldi. Ma questa non è che la più banale delle cose che l’apparecchio può fare. Nel medesimo scenario, se vi venisse un dubbio dell’ultim’ora su come friggere, potete chiederle di cercare la ricetta che poi vi leggerà. Pensate a un Siri, l’assistente vocale di Apple, o un Cortana, quello di Microsoft, ma stanziale. Attivabile senza dover premere alcun tasto: basterà pronunciare il suo nome. Certe rivoluzioni hanno precursori prosaici. C’è chi intuì i sintomi della fine dell’Unione sovietica dalla penuria di carta igienica negli uffici moscoviti. Analogamente l’èra del voice computing potrebbe essere annunciata dall’aiuto tra i fornelli che una delle più sofisticate tecnologie di riconoscimento vocale al mondo è in grado di fornire.

Di domotica, la casa intelligente, automatizzata, dove luci e termostato si regolano come per magia, si parla da decenni. Ho ripescato un mio articolo del 2000, cronaca dalla milanese e defunta fiera Smau, dal titolo Quando il frigorifero fa la spesa da solo. Tante aspettative, altrettante delusioni. Un po’ come i cosiddetti AI winters, gli inverni che gelavano immancabilmente le mirabolanti speranze che l’intelligenza artificiale accendeva. Stavolta però sembra diverso e c’entra Echo Dot e le sue sorelle (Google Home in testa). L’apparecchio, che si presenta come un cilindro di 8 centimetri di diametro per 4 di altezza, ascolta grazie a un microfono sempre acceso (che si desta con la parola chiave Alexa) e parla (per il momento solo in inglese) attraverso il suo mini-altoparlante. Non essendo ancora disponibile per il mercato italiano mi è toccato comprarlo negli Stati Uniti. Credo che non mi sia mai capitata una configurazione così liscia. Devi connetterlo al wifi di casa, poi al tuo calendario Google se vuoi che ti legga gli appuntamenti e a Spotify se vuoi lanciare una qualsiasi playlist. Tre-cinque minuti ed è tutto pronto. Immagino che per farlo dialogare con un termostato o le luci o una presa comandata per accendere e spegnere il televisore sia leggermente più laborioso, ma non credo di tanto. Tutto è stato pensato per essere monkey proof, a prova di scimmia, come dovrebbe esserlo l’elettronica di consumo.

Ma stiamo alle cose che ho provato io. Puoi chiedere ad Alexa che tempo fa (risponderebbe impeccabilmente, peccato che per il momento copra solo località anglo-americane), cosa c’è al cinema, la trama di un certo film, che ristoranti ti consiglia, che orari fa un certo negozio, qual è il titolo della canzone che sta suonando. Una lista piuttosto esaustiva di comandi la potete trovare qui https://www.cnet.com/how-to/the-complete-list-of-alexa-commands/ ma l’unico vero limite è la fantasia di chi lo usa. Il principio generale è semplice: può fare tutto quel che può fare Google, ma glielo puoi domandare a voce (senza dover neppure pigiare sull’iconcina del microfono che pure il motore di ricerca offre da tempo). Sembra una differenza da poco ma non lo è, perché l’interazione non è mai stata così naturale, anche mentre stai facendo altre cose, a patto che il microfono sia entro una distanza di sei-otto metri. Echo Dot è invisibile per definizione. È lo spirito santo della tecnologia: non lo vedi ma sai che c’è e sortisce conseguenze.

Prima di Natale, riportava l’Economist in un numero cui aveva dedicato la copertina, l’apparecchio era già entrato nel quattro per cento delle famiglie americane. Un inquilino niente affatto neutro se, solo pochi giorni fa, una serie di psicologi interpellati dal Washington Post metteva in guardia dal rischio per cui, abituandosi a dare ordini al mini-robot, i bambini finissero per esprimersi in maniera più brusca e, in buona sostanza, maleducata. D’altra parte tra il migliaio di compiti (skills li chiamano, ma è solo un altro termine per indicare app specializzate nel fare una cosa) che Alexa riesce già ad effettuare ci sono cose preziose come guidarti passo passo nell’effettuare un massaggio cardiaco oppure ricordarti le pillole che devi prendere se sei un malato cronico, magari con una memoria traballante. Le preoccupazioni più insistite riguardano la privacy. Perché, in qualche modo, è come mettersi una centrale di intercettazione in casa. La registrazione parte solo una volta pronunciata la parola-grilletto ma l’ascolto è costante e, addirittura, la app di Amazon che la comanda trascrive l’intera cronologia delle interazioni. Al punto che la polizia dell’Arkansas, investigando su un omicidio, ha chiesto ad Amazon l’accesso ai file audio della vittima con la speranza di trovarci elementi utili alla cattura del colpevole (l’azienda, come già Apple ai tempi della strage di San Bernardino, si è rifiutata invocando la tutela dei consumatori).

Un effetto sicuro che il microfono intelligentissimo ha già prodotto è un aumento dei fatturati per la casa madre. Esattamente come aveva fatto con il Kindle, venduto a prezzi di realizzo da Amazon, anche stavolta la strategia prevede di fare i guadagni veri non tanto con il contenitore quanto con i contenuti (ieri gli ebook, oggi ogni tipo di acquisto scandito online). Basta dire: «Alexa I need to buy laundry detergent» e il sapone per la lavatrice va a finire ipso facto nella tua lista di acquisti. Non esiste eccezione alla regola per cui, più è facile comprare, più compri. E infatti, ha già calcolato Business insider a partire da dati dell’azienda, i possessori di Echo Dot hanno aumentato in media del 10 per cento i loro acquisti digitali rispetto a prima. Tra le tante cose che l’accoppiata tra l’hardware Echo Dot e il suo software Alexa fanno benissimo, a partire dal miglior riconoscimento vocale di sempre (anche se l’inglese ha l’accento del cronista), ce n’è almeno una sorprendentemente ancora fuori portata: non puoi dettare un testo, né per messaggi né per appunti. Al più puoi lasciare audio, come fosse una bacheca sonora, che il tuo convivente può poi ascoltare. Ma rimedieranno presto. Già voci insistenti promettono le telefonate per la prossima versione, ovviamente con una collaborazione Alexa-cellulare.

«La migliore metafora che possa concepire per una interfaccia uomo-computer è quella di un maggiordomo inglese bene addestrato» scriveva oltre vent’anni fa Nicholas Negroponte in Essere digitali, circa gli agenti intelligenti che avrebbero semplificato la nostra vita. Gliel’ho ricordato di recente e gli ho chiesto se la voce fosse il futuro di questa interazione. Con il solito gusto iperbolico ha concesso che ha «vantaggi ovvi» ma gli sembra un «canale di passaggio», la fase intermedia in attesa di quando «basterà pensare i pensieri per comunicare». Fino ad allora pronunciarli sembra l’alternativa meno innaturale. Sia che, sprofondati sul divano, non vi vada di alzarvi per spegnere la luce. Che, sovreccitati tra i fornelli con le dita infarinate, non vogliate rischiare di abbrustolire tutto.

(31 marzo 2017)