Il Venerdì

Good morning Cambogia, l'America batte cassa

Veduta aerea di Phnom Penh. (Kimilong Meng/NurPhoto via Gettyimages) 
Per Washington non è più un Paese arretrato. Di qui la richiesta di 500 milioni di rimborso per un prestito concesso negli anni 70. Gli stessi in cui gli Stati Uniti sganciavano sulla regione tonnellate di bombe
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La notizia sembrava quasi un’esagerazione della stampa del Sud-Est asiatico, ancora sensibile ai numerosi “effetti collaterali” dell’intervento americano in Vietnam degli anni 60 e 70. Ma a un giornale di Phnom Penh l’ambasciatore americano William Heidt aveva assicurato in febbraio, nello stile del nuovo presidente della Casa Bianca, che il suo Paese non si sarebbe vergognato di chiedere alla Cambogia 500 milioni di dollari come rimborso dei debiti della guerra combattuta per contrastare l’avanzata dei vietcong e del comunismo, comprensivi degli interessi maturati in 47 anni.

Per inciso ha accennato al fatto che qualche problema poteva anche esser stato creato dall’intervento militare americano, con la sua eredità letale di 500 mila tonnellate di bombe sganciate sul Paese e 40 mila persone che ancora oggi vivono amputate per aver sfiorato uno dei 6 milioni di ordigni inesplosi. Ma i patti – ha detto – vanno rispettati, soprattutto ora che il Paese non ha più l’aspetto arretrato di un tempo: «Nuovi edifici sorgono in tutta la città, arrivano investimenti stranieri e le entrate del governo sono in rapido aumento».

Per far capire l’urgenza del rimborso, l’ambasciatore ha precisato che «fino a quando non ripagherà il suo debito con l’America e gli altri creditori, la Cambogia non può avere un rapporto normale con il Fondo monetario internazionale». Ovvero nessun altro prestito. Ostacolo non da poco per il governo del premier Hun Sen, che negli ultimi anni ha fatto viaggiare il Paese a tassi del 7 per cento di crescita, e che per continuare il trend cerca altri finanziamenti con i quali guadagnare voti.

È stato infatti lui il primo a ribellarsi alla nuova richiesta di restituzione, dopo che per decenni aveva tentato con tutte le precedenti amministrazioni americane una via amichevole che mettesse la pietra tombale sul passato non proprio limpido della politica estera di Washington. «Gli Stati Uniti ci hanno buttato le bombe in testa e poi ci chiedono di ripagare» ha detto Sen, che in gioventù è stato membro della guerriglia comunista e poi l’ha combattuta quando i khmer rossi divennero un regime spietato. «Sono soldi macchiati di sangue, mentre noi non vi chiediamo nemmeno i danni di guerra» ha aggiunto.

Una volta tanto anche gli intellettuali – quelli che non amano il suo modo dittatoriale di governare un Paese dove le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi tycoon a lui fedeli– si sono schierati dalla sua parte, ricordando un anniversario importante per capire dove e come nasce quel debito moralmente arduo da reclamare. Il 30 aprile 1970 l’allora presidente americano Richard Nixon, paranoico per un possibile piano d’invasione della Cambogia da parte dei comunisti nordvietnamiti e della Cina, annunciò in tv che le sue truppe e quelle dell’alleato sudvietnamita erano entrate sul suolo khmer. Erano passate poche settimane dall’insediamento anche a Phnom Penh, come a Saigon, di un regime fantoccio. Era guidato da Lon Nol, un generale ed ex ministro del re Sihanouk, destinato con l’aiuto di Washington a deporre il monarca che sognava di restare neutrale.

In quel discorso alla nazione, Nixon non disse che Lon Nol era una sua creatura, né che da almeno un anno i B52 bombardavano segretamente la Cambogia all’insaputa dei cittadini americani e del Congresso stesso. Non c’erano a quel tempo WikiLeaks e social network, ma sarebbe bastata una parola del re esule, consapevole delle sofferenze subite dalla sua gente sotto la tempesta di bombe americane, per scatenare il caso diplomatico internazionale. Il sovrano, celebre per il coraggio a parole, preferì tacere e restare ancora una volta neutrale. Ai suoi sudditi, vittime e testimoni impotenti dei massacri compiuti nelle campagne e nelle città sospettate di ospitare i ribelli, non restava che un solo alleato: il nascente movimento dei khmer rossi, destinato ad essere il vero beneficiario di bombardamenti e raid militari americani.

Fu mentre a centinaia di migliaia morivano per la fame e le ferite, senza medici e medicine a salvarli, che il presidente autoeletto Lon Nol ricevette dai suoi padrini americani la fatidica cifra di 274 milioni di dollari. Sulla carta erano destinati a riso, farina e altri generi di prima necessità da distribuire alla popolazione stremata. Invece finirono cospicuamente nei conti svizzeri di Nol e degli uomini del regime, o nell’acquisto di armi. Quel prestito è il nucleo del debito che adesso l’America chiede indietro senza remore alle vittime, con gli interessi pari al suo doppio. Poco importa se poi il governo degli Stati Uniti per «errori di valutazione» ha finito per creare il peggiore regime ultracomunista della storia, capace di sterminare almeno due milioni di uomini, donne e bambini vittime di violenze inaudite, malattie e fame.

L’avanzata dei khmer rossi guidati da Pol Pot impiegò 5 anni per abbattere il governo fantoccio di Washington, e solo dopo un periodo pressappoco analogo, che corrisponde al genocidio di un quinto della popolazione, le truppe nordvietnamite entrarono a Phnom Penh. Fu uno schiaffo in faccia all’America, che aveva fatto di tutto per contenere l’avanzata del comunismo, e ci vollero parecchi anni prima che le pressioni statunitensi sulle Nazioni Unite costringessero Hanoi a cedere il governo all’”Unità transitoria” dell’Onu.

È da allora che Hun Sen, alleato dei viet rossi durante l’invasione del ’79, sta al vertice del Paese (il re Sihamoni, figlio di Sihanouk, ha compiti cerimoniali) e si è via via orientato verso la pragmatica Cina piuttosto che gli ex nemici, ancora pronti a batter cassa per i debiti di una guerra provocata a tavolino. Oggi quasi tutti i regimi rossi, tranne quello nordcoreano di Kim Jong-un, adottano il modello capitalista. Un risultato in fondo positivo per i leader americani, che non hanno ancora mai chiesto scusa per la sofferenza arrecata alla Cambogia (non lo fece nemmeno Obama nella sua visita del 2012).

Resta così sospesa nell’aria con il suo nonsenso l’agghiacciante battuta del “macellaio di Snuol”, il comandante del plotone che quel 30 aprile entrò nel villaggio omonimo sul confine tra Cambogia e Vietnam. A un reporter che accusava le sue truppe di «sistematici» saccheggi, il tenente colonnello Grail Brookshire rispose: «Dio mio, ragazzo, i miei uomini non potevano fare nulla di sistematico...».


(14 aprile 2017)