Il Venerdì

Fiere e fiele, indagine sul derby dei libri

Torino, Lingotto: visitatori alla Fiera Internazionale del Libro del 2005. (Alberto Cristofari/A3/Contrasto) 
Due Saloni. Grandi editori contro piccoli. Soldi e potere in ballo. Mentre Milano sta per aprire il match con Torino, abbiamo investigato sulle vere ragioni dello scontro. E su come finirà
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MILANO. E quindi, dove la facciamo questa bella festa del libro? Per il sindaco di Milano andrebbero bene «anche gli immensi spazi che corrono sotto la Galleria», per la sindaca di Torino si deve invece restare «a qualsiasi costo nella capitale subalpina». L’immobilismo italiano è anche questo: nel 1987 due primi cittadini (a Milano Paolo Pillitteri, a Torino Maria Magnani Noya) lanciano una polemica che nel 2017 è più viva che mai. Il prossimo 19 aprile a Milano apre i battenti la kermesse Tempo di libri, un mese dopo a Torino è la volta del tradizionale Salone. E sì che ventinove anni di successi sembravano aver sciolto ogni dubbio a favore del capoluogo piemontese. In un Paese di non lettori, al Lingotto non sono mai mancati i visitatori: «Non solo per i bestseller» precisa Ernesto Ferrero, storico direttore della fiera torinese. «Abbiamo avuto le folle anche per l’americano Douglas Hofstadter, il francese Yves Bonnefoy o per gli studiosi di matematica araba». Pareva la tipica, inattaccabile certezza italiana: il cinema va a Venezia, la musica a Sanremo, i libri si ritrovano a Torino. E invece trent’anni dopo si torna alla casella di partenza: meglio Milano o Torino? I grandi editori virano ora ad aprile sulla Madonnina, piccoli e medi continuano a puntare a maggio sulla Mole. Ma a nessuno sfugge che questa primavera offre una festa di troppo.

Torino ha fatto di tutto per perdere la sua fiera. Per anni la Fondazione del Libro – l’ente a partecipazione pubblica titolare del Salone – è stata in rosso profondo, irritando i rappresentanti degli editori, sollecitando finanziamenti tampone, conquistandosi una menzione d’onore nella classifica dell’inefficienza stilata dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Ma i libri c’entrano poco. C’entra soprattutto la strana subalternità della politica sabauda a GL Events, la multinazionale francese proprietaria del Lingotto che finisce per “mangiarsi” la rassegna imponendo un canone di 1.200.000 euro a edizione. La presa di GL è talmente stretta che nel 2014 la Fondazione prova a trarsi d’impaccio contattando i vertici di Parcolimpico, la partecipata che sempre a Torino gestisce le strutture lasciate in eredità dalle Olimpiadi invernali del 2006: «Ci chiesero un preventivo per ospitare il Salone nel nostro Palasport» dice il direttore generale Daniele Donati. «Lavorammo tutta l’estate, presentammo l’offerta il 1° ottobre, ma due giorni dopo l’avevano già rigettata». Si doveva restare al Lingotto, e per carità che non si chiedessero sconti. Il 12 luglio 2016 lo strano triangolo tra Comune, Fondazione e GL viene impallinato da un’indagine della magistratura torinese. Dieci giorni dopo, alla nuova sindaca cinquestelle Chiara Appendino bastano un paio d’ore di riunione con il top management francese per far dimezzare il canone del Lingotto e riportare in Fondazione la gestione della fiera: «In un momento difficile abbiamo voluto lanciare un segnale alla città» dice ora Daniele Villa, nuovo ad di GL Events Italia. Peccato che nel frattempo il vento del libro avesse già fatto il suo giro.

A Milano erano trent’anni che aspettavano un’occasione del genere. L’aspettava la Fiera di Rho, in cerca di prede per rimpinguare il calendario. L’aspettava l’Associazione italiana editori (Aie), che a Milano ha il suo quartier generale e gran parte dei soci che contano davvero. A sentire Renata Gorgani, direttore editoriale del Castoro e presidente della nuova fiera milanese, l’aspettava la stessa geografia della lettura italiana: «Ci sono almeno sette milioni di lettori che potranno venire a trovarci in giornata». Semplicemente Torino è scivolata, e Milano ha deciso di approfittarne: «Ci hanno aggrediti come l’Italia assaltò la Francia nel 1940» drammatizza l’ex direttore torinese Ferrero. «Ma hanno sottovalutato l’amore della gente del libro per il Salone di Torino». Lo scorso anno, in un’estate di polemiche roventi, per Milano si sono schierati i colossi Mondadori-Rizzoli, Gems, Giunti; per Torino E/O, Sellerio, minimum fax, Iperborea, e la pattuglia dei piccoli che vivono di fiuto e pazienza. Il risultato è che in un Paese con il doppio dei non lettori della Francia e un buon 55 per cento in più della Spagna, tra aprile e maggio avremo due fiere del libro a trenta giorni e un’ora di treno l’una dall’altra. Si poteva evitare? Alla vigilia delle due kermesse, da Milano è una sequela di infastiditi no comment smentiti solo dalla cortesia della presidente Gorgani: «Abbiamo lasciato Torino perché era ora di cambiare: noi editori volevamo gestire in prima persona la nostra fiera». La rassegna milanese si annuncia come un kolossal degno della città di Expo: duemila autori, quattrocento editori, settecento appuntamenti per cinque giorni senza fiato tra i padiglioni di Rho e le librerie del centro. Ma è presto per dire se la festa del libro ha cambiato definitivamente indirizzo.

Contro la fiera degli editori, i migliori alleati del Salone di Torino sono stati proprio... gli editori: lo scorso anno se ne sono contati 330, a un mese dal debutto quest’anno sono già più di 350. Sandro Ferri è il patron di E/O, lo storico marchio di Elena Ferrante: «Continueremo ad andare al Salone perché la fiera di Milano è stata voluta dall’Aie che è dominata dai grandi gruppi editoriali: non mi fido». Il problema è che nell’Associazione degli editori il peso dei soci dipende dall’entità del fatturato: logico che i piccoli temano la libertà dei colossi di costruirsi una fiera su misura. Un medio editore che preferisce restare anonimo addirittura azzarda: «La fiera di Milano così a ridosso del Salone di Torino è stata fatta contro di noi, contro l’editoria indipendente che cresce da anni a scapito dei grandi marchi da supermercato». Perché gli editori non sono tutti uguali. E lo spauracchio delle aziende extralarge è tale da far passare tutto il resto in secondo piano: non conta che per anni la Fondazione torinese abbia gonfiato ad arte i numeri dei visitatori; non scandalizza nemmeno che sia bastato uno spiffero di concorrenza per far dimezzare il costo degli stand. Per i piccoli Torino è una manna: «Al Salone abbiamo sempre speso molto, ma incassato moltissimo» sintetizza Pietro Bianciardi di Iperborea. Il suo collega senza identità è ancora più esplicito: «Non mi interessano i contratti d’affitto e i buchi di bilancio. So solo che quelli del Salone hanno sempre fatto il bene del libro». Cieca fiducia. E su questo zoccolo di fedeltà editoriale è cresciuta la trentesima volta della fiera del Lingotto: «Mesi di polemiche hanno significato anche mesi di pubblicità involontaria: quella del prossimo maggio sarà una delle migliori edizioni degli ultimi anni» si compiace il patron di Iperborea.

Si potrebbe dire, due feste sono meglio di una. Ma non lo dice nessuno. «Non ce ne saranno due» sibilava già a fine estate l’ad di Fiera Milano Corrado Peraboni (nel frattempo dimissionato da un’indagine della magistratura, questa volta milanese). «Due mezzi saloni sono destinati al sicuro fallimento di fronte a tutto il Paese» ribadiva negli stessi giorni il direttore editoriale Einaudi Ernesto Franco. A distanza di mesi, la medesima posa darwiniana contagia anche i sostenitori del Salone torinese: «Se l’Aie avesse fatto la sua fiera in autunno ci saremmo andati tutti. Ma così è chiaro che bisogna scegliere: delle due rassegne ne sopravviverà una sola». Da una parte trent’anni di tradizione sabauda, dall’altra tutta l’energia del sistema Milano: chi vuole bene a Torino dice che la concorrenza si perderà nelle lande di Rho, chi fa il tifo per Milano della concorrenza semplicemente non parla. Da lettori conviene approfittare di questa primavera del libro. Potrebbe essere l’ultima con una festa di troppo.

(14 aprile 2017)