La discussione sulla legittima difesa avrebbe toni molti più sereni se si guardasse cosa succede già, nella prassi, nei tribunali italiani dopo che nel 2006 il governo Berlusconi, ministro il leghista Roberto Castelli, cambiò l’articolo del Codice in termini molto più vantaggiosi per chi spara. Fioccano le assoluzioni a Bergamo come a Padova, a Milano come a Firenze. E, anche quando proprio non se ne può fare a meno, perché non c’è alcun pericolo per le vittime, nemmeno “putativo” (cioè giudicato tale da chi viene aggredito), le pene sono così irrisorie da risultare simboliche. Infine, se si aprono le porte del carcere, può arrivare, è successo, la Grazia del presidente della Repubblica. Ma alla Lega nomn basta, non basta alla destra che, brandendo lo slogan secondo il quale “è sempre legittima difesa”, alimenta artatamente una gazzarra e trasforma la politica in impresaria della paura a scopo di consenso. La paura dei cittadini è un buon business, il dividendo elettorale assicurato. Con buona pace per il Verri e il Beccaria, padri del nostro progresso giuridico.
Basterebbe dunque, come disse Galileo ai suoi inquisitori, «guardare nel cannocchiale», quello dove avrebbero potuto vedere le lune di Giove e concludere che la Terra gira intorno al Sole, invece di stare a disquisire con argomentazioni filosofiche di principio. Il cannocchiale, nel nostro caso, è un ripasso delle sentente recenti. La cui salutare lettura sarebbe un buon viatico per una discussione pacata e civile. Si può partire da Venezia, 13 marzo scorso. Quando la Corte d’Appello assolve Franco Birolo, 51 anni, tabaccaio di Civé di Correzzola (Padova) per aver ammazzato nella notte tra il 25 e il 26 aprile del 2012 Igor Ursu, 23 anni, moldavo, che aveva sfondato la vetrina del negozio per rubare sigarette. Un anno prima il giudice Beatrice Bergamasco lo aveva condannato a 2 anni e 8 mesi perché, quando fu esploso il colpo fatale, il ladro era in procinto di uscire dal locale, sulla via di fuga, e il commerciante non era in imminente pericolo. Indipendentisti veneti, Fratelli d’Italia e naturalmente la Lega erano insorti e avevano inscenato proteste davanti al tribunale.
A causa delle continue minacce la Bergamasco era stata messa in regime di sorveglianza. E riferendosi al risarcimento, 325 mila euro, il vescovo di Chioggia monsignor Adriano Tessarollo aveva scritto sul settimanale diocesano Nuova scintilla: «Mi permetta un’ironia, signora giudice. Quello che non era riuscito forse a rubare il ladro da vivo, glielo ha dato il giudice, completando il furto alla famiglia, un bel vitalizio ottenuto per i suoi familiari, con l’incidente accadutogli nel suo lavoro di ladro». Per poi rincarare: «Non bisogna correre il rischio di trasmettere un messaggio del genere: violenti, scassinatori e ladri, continuate tranquillamente la vostra criminale attività, tanto qui siete tutelati per legge, perché nessuno deve farvi del male mentre siete nell’esercizio del vostro lavoro». Parole che avevano fatto insorgere il referente per il Veneto dell’Associazione nazionale magistrati: «Rappresentanti istituzionali non dovrebbero dare giudizi sull’attività di altri organi, come quello giudiziario, senza avere la completa conoscenza dei fatti». A sentenza ribaltata tutti gioiscono, in testa il governatore della Regione Luca Zaia: «Il Parlamento si metta il cuore in pace e legiferi sulla legittima difesa. Perché questa sentenza dichiara che la difesa è sempre legittima».
Non sempre governatore Zaia. Non sempre. Anche se poi si può sempre, questo sì, cercare di correggere le decisioni dei magistrati invocando la volontà popolare e facendo pressioni, chiamando a giudice la piazza. Come ha fatto, a più riprese, il suo leader di partito Matteo Salvini nella Lombardia luogo primigenio della sua ascesa politica. Appassionandosi soprattutto al caso di Antonio Monella, imprenditore bergamasco di Arzago d’Adda che la notte del 6 novembre 2006, svegliato nel sonno da alcuni rumori sospetti, si precipitò sul balcone col suo fucile da caccia, in tempo per vedere la sua auto che si stava allontanando. Al volante, un malvivente albanese di 19 anni, Helvis Hoxa: raggiunto con un colpo morirà dopo alcune ore in ospedale. Era in realtà assai complicato, in un caso del genere, invocare la legittima difesa col ladro ormai lontano (improprio in questo caso definirlo aggressore). Il tribunale di Bergamo in primo grado aveva deciso: 8 anni e 150 mila euro di multa. In appello erano scesi a 6. Davanti all’azienda di Monella la Lega aveva, per solidarietà, allestito un presidio quasi permanente. Il sindaco del paese, Gabriele Riva, anche segretario del Pd provinciale, si era accodato perché «amico» e perché conosceva la sua bontà d’animo.
La strana alleanza Lega-Pd produsse una richiesta di grazia al presidente della Repubblica (corredata da diecimila firme) dopo che per l’imprenditore si erano aperte le porte del carcere. Sergio Mattarella l’ha firmata poco prima dell’ultimo Natale. Monella si è affacciato al balcone da dove sparò facendosi il segno della croce. Ha chiarito di non voler entrare in politica come naturalmente gli è stato chiesto: volevano diventasse il simbolo del bravo cittadino lasciato solo dallo Stato davanti alla criminalità dilagante e che ne deve anche pagare le conseguenze. Ha però abbracciato Salvini in favore di telecamere: per grazia ricevuta. Solo una manciata di chilometri divide Arzago d’Adda da Caravaggio. Dove non c’è stato bisogno di fiaccolate o altre manifestazioni per liberare dai ceppi Angelo Cerioli, un commerciante di articoli per giardinaggio con negozio al pianterreno della sua abitazione lungo l’ex statale Padana superiore. Scena ricorrente. Notte, buio, rumori sospetti (è il 25 novembre 2012). Dalla finestra Cerioli, ora 56 anni, vede due persone che stanno prendendo a mazzate la vetrina del punto vendite, impugna la sua Taurus calibro 38 e fa fuoco tre volte. Sull’asfalto resta, senza vita, il romeno Dimitru Beciu, che pure si stava allontanando. Il gup Ezia Maccora lo assolve perché non c’è prova, secondo lei, che volesse offendere ma solo intimidire; Cerioli non poteva sapere, nell’oscurità, se qualcuno dei complici si stava dileguando proprio in quella porzione di giardino verso la quale aveva rivolto l’arma mentre altri ignoti si accanivano contro la sua vetrina.
Milano, malavita e rapine. Una combinazione che spesso ha ispirato anche il cinema. Purtroppo gli episodi si susseguono. E i giudici si trovano a dover stabilire se qualche mano armata eccede un po’ troppo nella propria difesa. Nel 2009 la prima Corte d’Assise ha scelto una pena minima, un anno e otto mesi, per il tabaccaio Giovanni Petrali. La sua fu “legittima difesa putativa” il 17 maggio 2003, quando sparò sette colpi di pistola, quattro nel negozio e gli altri per la strada mentre inseguiva due rapinatori, Alfredo Merlino, ucciso, e Andrea Solaro, ferito al polmone. Il pm, inascoltato, aveva insistito sulla “vendetta personale” perché prima di reagire Petrali era stato schiaffeggiato e preso a pugni. Durante tutto l’iter giudiziario il tabaccaio ha sempre avuto al suo fianco un collega commerciante, il gioielliere Giuseppe Maiocchi, protagonista di un episodio simile. Il 13 aprile 2004 era uscito in strada per inseguire Mihailo Markovic, montenegrino, dopo aver sentito dei colpi sulla sua vetrina. Ritenendoli spari ne aveva dedotto che gli assalitori, due, erano armati. Non era vero. Li aveva rincorsi sparando in pieno giorno e in una strada affollata. Il figlio Rocco lo aveva raggiunto esplodendo il proiettile mortale. Risultato, un mese a Giuseppe, diciotto mesi a Rocco per omicidio colposo. Nella motivazione della sentenza si legge che non padre e figlio hanno agito “con avvedutezza, compiendo un’erronea valutazione del pericolo”. E tuttavia se la sono cavata con poco. È decisamente curiosa un’attenuante addotta da una guardia giurata per sostenere che lui non voleva affatto ferire. Siamo a Segrate (Milano) in uno stabilimento dismesso. Il vigilante sorprende un gruppo di ladri, spara due colpi mentre fuggono e ne colpisce gravemente uno. Chiama il fratello a deporre per testimoniare che, quando si esercitano al poligono, lui non è uno preciso. Dunque se ha raggiunto il bersaglio è per errore. Gli danno il minimo per un tentato omicidio: 4 anni e otto mesi.
Se si scende la penisola e si fa tappa a Firenze, il risultato non cambia. Simone Barontini, 57 anni, imprenditore conciario di Fucecchio è stato assolto per “legittima difesa”. Il 26 maggio del 2008 un albanese, Lani Lavdnir, era arrivato fin nella sua camera da letto. In mano aveva qualcosa, sembrava un’arma, invece era un cellulare. Colluttazione violenta tra aggressore e vittima finché quest’ultima riesce ad arrivare alla propria pistola. Spara tre colpi, Lavdnir fugge, Barontini dietro, giù per le scale schiaccia il grilletto altre tre volte. Il ladro stramazza al suolo esanime. L’elenco è lungo, il cannocchiale inquadra altre situazioni più o meno simili. Brescia: Giovanni Navarini, 1 anno e 4 mesi per aver ucciso Mirko Trentini, gli stava rubando da casa un decespugliatore, alcune taniche di benzina e un giubbino; prese la mira esattamente da dove arrivava la luce di una torcia. Torino: Pierangelo Conzano assolto per l’omicidio di Francesco Procopio, il quale con un complice aveva tentato una rapina; come poteva il commerciante capire che la pistola in mano all’intruso fosse giocattolo? Roma: un carabiniere, Andrea Puglisi, uccide Filippo Arceri, ladro in fuga. Una perizia lo scagiona, valutando la traiettoria i medici legali concludono che non era sua volontà fare del male.
Così vanno le cose in un Paese che già tutela, in tutta evidenza, i cittadini in pericolo (anche in pericolo solo percepito). Il resto è Far West.
(21 aprile 2017)
Basterebbe dunque, come disse Galileo ai suoi inquisitori, «guardare nel cannocchiale», quello dove avrebbero potuto vedere le lune di Giove e concludere che la Terra gira intorno al Sole, invece di stare a disquisire con argomentazioni filosofiche di principio. Il cannocchiale, nel nostro caso, è un ripasso delle sentente recenti. La cui salutare lettura sarebbe un buon viatico per una discussione pacata e civile. Si può partire da Venezia, 13 marzo scorso. Quando la Corte d’Appello assolve Franco Birolo, 51 anni, tabaccaio di Civé di Correzzola (Padova) per aver ammazzato nella notte tra il 25 e il 26 aprile del 2012 Igor Ursu, 23 anni, moldavo, che aveva sfondato la vetrina del negozio per rubare sigarette. Un anno prima il giudice Beatrice Bergamasco lo aveva condannato a 2 anni e 8 mesi perché, quando fu esploso il colpo fatale, il ladro era in procinto di uscire dal locale, sulla via di fuga, e il commerciante non era in imminente pericolo. Indipendentisti veneti, Fratelli d’Italia e naturalmente la Lega erano insorti e avevano inscenato proteste davanti al tribunale.
A causa delle continue minacce la Bergamasco era stata messa in regime di sorveglianza. E riferendosi al risarcimento, 325 mila euro, il vescovo di Chioggia monsignor Adriano Tessarollo aveva scritto sul settimanale diocesano Nuova scintilla: «Mi permetta un’ironia, signora giudice. Quello che non era riuscito forse a rubare il ladro da vivo, glielo ha dato il giudice, completando il furto alla famiglia, un bel vitalizio ottenuto per i suoi familiari, con l’incidente accadutogli nel suo lavoro di ladro». Per poi rincarare: «Non bisogna correre il rischio di trasmettere un messaggio del genere: violenti, scassinatori e ladri, continuate tranquillamente la vostra criminale attività, tanto qui siete tutelati per legge, perché nessuno deve farvi del male mentre siete nell’esercizio del vostro lavoro». Parole che avevano fatto insorgere il referente per il Veneto dell’Associazione nazionale magistrati: «Rappresentanti istituzionali non dovrebbero dare giudizi sull’attività di altri organi, come quello giudiziario, senza avere la completa conoscenza dei fatti». A sentenza ribaltata tutti gioiscono, in testa il governatore della Regione Luca Zaia: «Il Parlamento si metta il cuore in pace e legiferi sulla legittima difesa. Perché questa sentenza dichiara che la difesa è sempre legittima».
Non sempre governatore Zaia. Non sempre. Anche se poi si può sempre, questo sì, cercare di correggere le decisioni dei magistrati invocando la volontà popolare e facendo pressioni, chiamando a giudice la piazza. Come ha fatto, a più riprese, il suo leader di partito Matteo Salvini nella Lombardia luogo primigenio della sua ascesa politica. Appassionandosi soprattutto al caso di Antonio Monella, imprenditore bergamasco di Arzago d’Adda che la notte del 6 novembre 2006, svegliato nel sonno da alcuni rumori sospetti, si precipitò sul balcone col suo fucile da caccia, in tempo per vedere la sua auto che si stava allontanando. Al volante, un malvivente albanese di 19 anni, Helvis Hoxa: raggiunto con un colpo morirà dopo alcune ore in ospedale. Era in realtà assai complicato, in un caso del genere, invocare la legittima difesa col ladro ormai lontano (improprio in questo caso definirlo aggressore). Il tribunale di Bergamo in primo grado aveva deciso: 8 anni e 150 mila euro di multa. In appello erano scesi a 6. Davanti all’azienda di Monella la Lega aveva, per solidarietà, allestito un presidio quasi permanente. Il sindaco del paese, Gabriele Riva, anche segretario del Pd provinciale, si era accodato perché «amico» e perché conosceva la sua bontà d’animo.
La strana alleanza Lega-Pd produsse una richiesta di grazia al presidente della Repubblica (corredata da diecimila firme) dopo che per l’imprenditore si erano aperte le porte del carcere. Sergio Mattarella l’ha firmata poco prima dell’ultimo Natale. Monella si è affacciato al balcone da dove sparò facendosi il segno della croce. Ha chiarito di non voler entrare in politica come naturalmente gli è stato chiesto: volevano diventasse il simbolo del bravo cittadino lasciato solo dallo Stato davanti alla criminalità dilagante e che ne deve anche pagare le conseguenze. Ha però abbracciato Salvini in favore di telecamere: per grazia ricevuta. Solo una manciata di chilometri divide Arzago d’Adda da Caravaggio. Dove non c’è stato bisogno di fiaccolate o altre manifestazioni per liberare dai ceppi Angelo Cerioli, un commerciante di articoli per giardinaggio con negozio al pianterreno della sua abitazione lungo l’ex statale Padana superiore. Scena ricorrente. Notte, buio, rumori sospetti (è il 25 novembre 2012). Dalla finestra Cerioli, ora 56 anni, vede due persone che stanno prendendo a mazzate la vetrina del punto vendite, impugna la sua Taurus calibro 38 e fa fuoco tre volte. Sull’asfalto resta, senza vita, il romeno Dimitru Beciu, che pure si stava allontanando. Il gup Ezia Maccora lo assolve perché non c’è prova, secondo lei, che volesse offendere ma solo intimidire; Cerioli non poteva sapere, nell’oscurità, se qualcuno dei complici si stava dileguando proprio in quella porzione di giardino verso la quale aveva rivolto l’arma mentre altri ignoti si accanivano contro la sua vetrina.
Milano, malavita e rapine. Una combinazione che spesso ha ispirato anche il cinema. Purtroppo gli episodi si susseguono. E i giudici si trovano a dover stabilire se qualche mano armata eccede un po’ troppo nella propria difesa. Nel 2009 la prima Corte d’Assise ha scelto una pena minima, un anno e otto mesi, per il tabaccaio Giovanni Petrali. La sua fu “legittima difesa putativa” il 17 maggio 2003, quando sparò sette colpi di pistola, quattro nel negozio e gli altri per la strada mentre inseguiva due rapinatori, Alfredo Merlino, ucciso, e Andrea Solaro, ferito al polmone. Il pm, inascoltato, aveva insistito sulla “vendetta personale” perché prima di reagire Petrali era stato schiaffeggiato e preso a pugni. Durante tutto l’iter giudiziario il tabaccaio ha sempre avuto al suo fianco un collega commerciante, il gioielliere Giuseppe Maiocchi, protagonista di un episodio simile. Il 13 aprile 2004 era uscito in strada per inseguire Mihailo Markovic, montenegrino, dopo aver sentito dei colpi sulla sua vetrina. Ritenendoli spari ne aveva dedotto che gli assalitori, due, erano armati. Non era vero. Li aveva rincorsi sparando in pieno giorno e in una strada affollata. Il figlio Rocco lo aveva raggiunto esplodendo il proiettile mortale. Risultato, un mese a Giuseppe, diciotto mesi a Rocco per omicidio colposo. Nella motivazione della sentenza si legge che non padre e figlio hanno agito “con avvedutezza, compiendo un’erronea valutazione del pericolo”. E tuttavia se la sono cavata con poco. È decisamente curiosa un’attenuante addotta da una guardia giurata per sostenere che lui non voleva affatto ferire. Siamo a Segrate (Milano) in uno stabilimento dismesso. Il vigilante sorprende un gruppo di ladri, spara due colpi mentre fuggono e ne colpisce gravemente uno. Chiama il fratello a deporre per testimoniare che, quando si esercitano al poligono, lui non è uno preciso. Dunque se ha raggiunto il bersaglio è per errore. Gli danno il minimo per un tentato omicidio: 4 anni e otto mesi.
Se si scende la penisola e si fa tappa a Firenze, il risultato non cambia. Simone Barontini, 57 anni, imprenditore conciario di Fucecchio è stato assolto per “legittima difesa”. Il 26 maggio del 2008 un albanese, Lani Lavdnir, era arrivato fin nella sua camera da letto. In mano aveva qualcosa, sembrava un’arma, invece era un cellulare. Colluttazione violenta tra aggressore e vittima finché quest’ultima riesce ad arrivare alla propria pistola. Spara tre colpi, Lavdnir fugge, Barontini dietro, giù per le scale schiaccia il grilletto altre tre volte. Il ladro stramazza al suolo esanime. L’elenco è lungo, il cannocchiale inquadra altre situazioni più o meno simili. Brescia: Giovanni Navarini, 1 anno e 4 mesi per aver ucciso Mirko Trentini, gli stava rubando da casa un decespugliatore, alcune taniche di benzina e un giubbino; prese la mira esattamente da dove arrivava la luce di una torcia. Torino: Pierangelo Conzano assolto per l’omicidio di Francesco Procopio, il quale con un complice aveva tentato una rapina; come poteva il commerciante capire che la pistola in mano all’intruso fosse giocattolo? Roma: un carabiniere, Andrea Puglisi, uccide Filippo Arceri, ladro in fuga. Una perizia lo scagiona, valutando la traiettoria i medici legali concludono che non era sua volontà fare del male.
Così vanno le cose in un Paese che già tutela, in tutta evidenza, i cittadini in pericolo (anche in pericolo solo percepito). Il resto è Far West.
(21 aprile 2017)