Li ha scritti uno dei più grandi romanzieri americani, quasi tutti negli ultimi cinque anni della sua vita. Sono inediti (tranne un paio pubblicati nel 2012 sul New Yorker), e adesso escono tutti insieme, contemporaneamente negli Stati Uniti e in Europa, con lo stesso titolo tradotto nelle diverse lingue, Per te morirei e altri racconti perduti: in realtà non perduti, ma abbandonati e dimenticati. Infatti i loro originali, talvolta consultati da studiosi, se ne stavano negli archivi dell’Università di Princeton, la “sua” università, cui li aveva donati negli anni 50 Scottie Fitzgerald, unica amatissima figlia dell’autore, Francis Scott Fitzgerald: contemporaneamente i suoi romanzi venivano riscoperti e per esempio Il Grande Gatsby aveva ricominciato a vendere negli Usa (e vende tuttora) attorno al mezzo milione di copie l’anno, ispirando una serie di film, l’ultimo, per ora, bruttino come le precedenti versioni, diretto nel 2013 da Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan.
Gli scritti della nuova raccolta sono comunque nuovi perché mai pubblicati, cestinati al loro tempo, cioè nella seconda metà degli anni 30, dalle stesse riviste a grande diffusione che si erano contese ogni parola dell’autore, quando era giovane e celebre, bello e dannato, l’inventore del termine “l’Età del Jazz”, che aveva saputo raccontare e pure viverla, con tutti i suoi eccessi, la smemoratezza, l’opulenza, il suo dissolversi inesorabile con la crisi del ’29. La curatrice, Anne Margaret Daniel, illustra gli itinerari affannosi di ogni racconto, da cosa lo aveva ispirato, e in quale momento ormai difficile della vita dell’autore, alle speranze che lui riponeva in loro e all’inesorabilità del rifiuto. E per esempio nel 1936, inviando al suo agente il dattiloscritto di Per te morirei, Fitzgerald gli raccomanda di venderlo al più presto, perché è al verde. Ma è la storia di un suicidio, cupa, inaspettata da uno scrittore come lui, e la respingono ben sei riviste, dal Post a Cosmopolitan: gli chiedono di cambiarne i toni, ma lui rifiuta e si fa restituire il manoscritto. Quell’anno, dopo una stroncatura feroce sul Post, Scott tenta il suicidio con pastiglie di morfina, ma le vomita e scrive al suo agente, «l’ho pagata cara e mi sono sentito un imbecille».
Ormai dal 1930 la sua bellissima moglie Zelda, con cui ha vissuto gli anni meravigliosi della passione, dello spreco, della fama, dei primi cocktail parties, dei viaggi e delle eccentricità estreme, entra ed esce da costosi ricoveri mentali, e il costante timore di lui è che lei trovi il modo di farsi male. È per saperla protetta in un luogo di cura dove sia accudita con ogni premura, quindi molto costoso, che ha bisogno di denaro, ma anche per mantenere Scottie, che ormai è una ragazza, in collegi prestigiosi come Vassar. L’amore, che male non è un racconto ma il soggetto originale per un film che non sarà mai realizzato, come non lo sarà nessuno dei suoi progetti. Non è letteratura, e quindi è scritto in modo trasandato, forse pensando che così la fauna cinematografica, che lui disprezza, capirà meglio; ed è una lunga storia confusa e anche sciocca come molto cinema di quegli anni, con una ricca giovinetta avventurosa, un agente segreto straniero misterioso e affascinante, due studenti di Princeton, un po’ commedia sentimentale, un po’ thriller bellico: a leggerlo si immaginano Cary Grant e Claudette Colbert che si detestano e poi si amano. È la fine del 1939 e da due anni Fitzgerald è a Hollywood dove, sperando in folli guadagni, stanno emigrando scrittori come Dorothy Parker, Aldous Huxley, Nathanael West e William Faulkner: ma per lui sarà un disastro umiliante.
Il 4 novembre, ancora pieno di speranza, parla a Scottie (Lettere a Scottie, Archinto, 2003) del film Tre camerati, diretto da Frank Borzage, tratto dal romanzo di E.M. Remarque e di cui lui è uno dei due sceneggiatori, «Joan Crawford aveva messo le grinfie sul ruolo principale ma poi si è convinta che è un film da uomo; dal momento che Loretta Young non è disponibile, la scelta attualmente è caduta su Margaret Sullavan. Certo sarà molto meglio di Joan Crawford per la parte …». È l’unico film che cita Fitzgerald nei titoli di testa, anche se poi il copione è stato pesantemente riscritto dal produttore Mankiewicz. Lo scrittore lavora inutilmente per un paio di settimane a Via col Vento, Infedeltà con la Crawford viene abbandonato perché giudicato immorale, Anita Loos, autrice di Gli uomini preferiscono le bionde, lo sostituisce alla sceneggiatura del divertente Donne, diretto da Cukor dalla commedia di Clare Boothe Luce, perché la sua è considerata poco brillante. Eppure lui è pieno di speranze e scrive alla figlia: «Sono quasi distrutto dal lavoro, sopraffatto eppure vagamente più felice di quanto sia stato per mesi. L’ultima parte di un lavoro è sempre triste e difficilissima, ma sono orgoglioso di quanto ho prodotto nel corso dell’anno e non ho molto da lamentare».
Tra le frustrazioni del lavoro e gli insolvibili problemi finanziari, tra il proprio alcolismo e la penosa malattia di Zelda, in una Hollywood che lo ignora e una sua rassegnata eppure fiduciosa quotidianità austera cui si è adattato senza rimpianti, Fitzgerald riscopre l’amore, la passione, la compagnia di una donna speciale. Lui è un perdente e ha avuto un passato di splendore, lei è una vincente e ha conosciuto miseria e abbandono; lui ha 41 anni, è americano e cattolico, ha perso il fascino smilzo della giovinezza, l’azzurro dei suoi occhi si è appannato, lei ne ha 34, è inglese ed ebrea, molto bella, bionda e assomiglia in qualche modo a Zelda; lui è di famiglia modesta ma è stato ammesso all’università di Princeton, ha amici intellettuali come Edmund Wilson e a 24 anni ha pubblicato il suo primo romanzo di immediato successo, Di qua dal Paradiso, poi ci sono stati Belli e dannati, Il Grande Gatsby e nel 1934 Tenera è la notte, che invece ha deluso; lei è una degli otto figli di un sarto di origine ucraina sfuggito a un pogrom, ha vissuto in uno degli slum più poveri di Londra, con una madre addetta alle pulizie dei bagni pubblici, è cresciuta in un orfanotrofio, a 16 anni, molto carina, è diventata dimostratrice in un grande magazzino. Poco più che ventenne, a un ballo Fitzgerald ha conosciuto la deliziosa, gioiosa, imprevedibile Zelda, e l’ha sposata nel 1920 per iniziare insieme una vita di stordente eccentricità ed ebbrezza; a 18 anni Sheilah Graham ha sposato un uomo molto più vecchio che accettava i suoi tradimenti, da sola è partita per gli Stati Uniti, è diventata ballerina di fila in un music hall e ha divorziato. Hollywood sta distruggendo il grande colto scrittore, la sconosciuta, ignorante avventuriera la conquista, a lui bocciano ogni parola, a lei affidano una rubrica quotidiana di notiziole divistiche, che terrà per 35 anni, collegata a 178 giornali locali americani, superando le altre due grandi pettegole del momento, Louella Parsons ed Elsa Maxwell.
Il loro è un vero, generoso amore, Sheilah abbandona il nobile fidanzato per dedicarsi a quell’uomo sfinito, pieno di debiti, che non trova più lavoro; cerca di tenerlo sobrio, ridandogli fiducia, lasciandolo per i suoi attacchi di violenza e poi riprendendolo. Con lei, a Scott pare di rinascere, però continua ad occuparsi di Zelda, con un compassionevole senso del dovere, ad organizzare delle brevi vacanze insieme che finiscono sempre in terribili litigi e lo fanno precipitare nuovamente nell’alcol: al centro del suo cuore e dei suoi pensieri c’è sempre Scottie, cui scrive molto spesso, severamente, per controllare una vivacità che gli pare esagerata, per consigliarle letture, comportamenti, impegni, perché non ripeta gli errori dei suoi genitori.
Nel nuovo libro c’è un racconto-soggetto del 1939, Le donne di casa, che Fitzgerald ambienta a Hollywood, protagonisti un divo del cinema «dotato di una bellezza straordinaria» che potrebbe essere Tyrone Power, e una diva svampita tipo anni 20 che potrebbe essere Jean Harlow. Lo rifiutano sia gli editori che il suo agente e l’autore lo archivia alla voce “false partenze”. In quell’autunno informa “Scottina”: «Ho cominciato a scrivere forse una cosa importante che mi impegnerà per quattro o sei mesi. Forse non frutterà un soldo ma coprirà la spese ed è il primo lavoro che faccio con passione… In ogni caso sono di nuovo vivo: è valso qualcosa superare l’ottobre con tutte le sue tensioni e necessità e umiliazioni e battaglie. Non bevo. Non sono un grand’uomo, ma a volte penso che nella qualità impersonale e oggettiva del mio talento e nel sacrificarlo, a tratti, per preservarne il valore essenziale, vi sia una sorta di grandezza epica». Questa sua nuova opera in cui crede tanto è, come scrive il suo biografo Arthur Mizener (Leonardo editore, 1972) «un complicato romanzo che è contemporaneamente un realistico ritratto di Hollywood, una storia d’amore intensamente sentita e una favola della vita americana».
Il protagonista di The Last Tycoon, nelle edizioni italiane Gli ultimi fuochi, è il produttore Monroe Stahr, che dicono ispirato alla figura di Irving Thalberg, morto poco prima di polmonite, a 37 anni; è affascinante e autoritario, temuto e adorato e beve troppo, ma quando si innamora, lo fa con la trepidazione e il desiderio di salvezza che Scott ha provato innamorandosi di Sheilah, a cui Kathleen, la donna amata dal produttore, assomiglia molto: «Subito ella gli disse cose audaci e provocanti, avvicinando il viso di lui al proprio. Poi con le ginocchia, si liberò di qualcosa, sempre restando in piedi e tenendolo per un braccio, e con il piede spinse la cosa accanto all’impermeabile. Stahr non tremava più, ora, e di nuovo la strinse mentre si inginocchiavano insieme e scivolavano sull’impermeabile a terra». (Mondadori 1959). Anche Sheilah scrisse di questo amore, in due libri, Il resto della storia e Adorabile infedele, che nel 1959 divenne uno stucchevole film di Henry King, con Deborah Kerr come Sheilah e Gregory Peck come Fitzerald.
Nella bella prefazione della prima edizione italiana, Fernanda Pivano ricorda come in quel periodo Fiztgerald, con disperato cinismo, raccontava che molti lo credevano morto, e che un’attrice famosa aveva scambiato il suo nome per quello di un personaggio dei fumetti. Subiva nuovi attacchi di tubercolosi, anche d’estate girava con sciarpa e cappotto, aveva lasciato la villa di Malibu dove viveva con Sheilah e si era rifugiato in una casetta di Encino, a scrivere il suo romanzo, quello che doveva essere il ritorno se non alla fama, almeno a una forma di personale rispetto. Fu Sheilah Graham a trovare nel soggiorno del suo appartamento a West Hollywood il corpo di Scott, colpito da un secondo mortale infarto. Era il 21 dicembre 1940, lui aveva appena compiuto 44 anni, il giorno prima aveva scritto le prime pagine del VI capitolo di The Last Tycoon. Era a meno della metà del suo progetto; lo scrittore ed amico Edmund Wilson integrò quella stesura incompiuta con gli appunti e il riassunto del seguito della vicenda. Così il romanzo, l’ultima speranza di uno scrittore sfinito, poté essere pubblicato. E nella sua incompletezza, è un capolavoro.
(28 aprile 2017)
Gli scritti della nuova raccolta sono comunque nuovi perché mai pubblicati, cestinati al loro tempo, cioè nella seconda metà degli anni 30, dalle stesse riviste a grande diffusione che si erano contese ogni parola dell’autore, quando era giovane e celebre, bello e dannato, l’inventore del termine “l’Età del Jazz”, che aveva saputo raccontare e pure viverla, con tutti i suoi eccessi, la smemoratezza, l’opulenza, il suo dissolversi inesorabile con la crisi del ’29. La curatrice, Anne Margaret Daniel, illustra gli itinerari affannosi di ogni racconto, da cosa lo aveva ispirato, e in quale momento ormai difficile della vita dell’autore, alle speranze che lui riponeva in loro e all’inesorabilità del rifiuto. E per esempio nel 1936, inviando al suo agente il dattiloscritto di Per te morirei, Fitzgerald gli raccomanda di venderlo al più presto, perché è al verde. Ma è la storia di un suicidio, cupa, inaspettata da uno scrittore come lui, e la respingono ben sei riviste, dal Post a Cosmopolitan: gli chiedono di cambiarne i toni, ma lui rifiuta e si fa restituire il manoscritto. Quell’anno, dopo una stroncatura feroce sul Post, Scott tenta il suicidio con pastiglie di morfina, ma le vomita e scrive al suo agente, «l’ho pagata cara e mi sono sentito un imbecille».
Ormai dal 1930 la sua bellissima moglie Zelda, con cui ha vissuto gli anni meravigliosi della passione, dello spreco, della fama, dei primi cocktail parties, dei viaggi e delle eccentricità estreme, entra ed esce da costosi ricoveri mentali, e il costante timore di lui è che lei trovi il modo di farsi male. È per saperla protetta in un luogo di cura dove sia accudita con ogni premura, quindi molto costoso, che ha bisogno di denaro, ma anche per mantenere Scottie, che ormai è una ragazza, in collegi prestigiosi come Vassar. L’amore, che male non è un racconto ma il soggetto originale per un film che non sarà mai realizzato, come non lo sarà nessuno dei suoi progetti. Non è letteratura, e quindi è scritto in modo trasandato, forse pensando che così la fauna cinematografica, che lui disprezza, capirà meglio; ed è una lunga storia confusa e anche sciocca come molto cinema di quegli anni, con una ricca giovinetta avventurosa, un agente segreto straniero misterioso e affascinante, due studenti di Princeton, un po’ commedia sentimentale, un po’ thriller bellico: a leggerlo si immaginano Cary Grant e Claudette Colbert che si detestano e poi si amano. È la fine del 1939 e da due anni Fitzgerald è a Hollywood dove, sperando in folli guadagni, stanno emigrando scrittori come Dorothy Parker, Aldous Huxley, Nathanael West e William Faulkner: ma per lui sarà un disastro umiliante.
Il 4 novembre, ancora pieno di speranza, parla a Scottie (Lettere a Scottie, Archinto, 2003) del film Tre camerati, diretto da Frank Borzage, tratto dal romanzo di E.M. Remarque e di cui lui è uno dei due sceneggiatori, «Joan Crawford aveva messo le grinfie sul ruolo principale ma poi si è convinta che è un film da uomo; dal momento che Loretta Young non è disponibile, la scelta attualmente è caduta su Margaret Sullavan. Certo sarà molto meglio di Joan Crawford per la parte …». È l’unico film che cita Fitzgerald nei titoli di testa, anche se poi il copione è stato pesantemente riscritto dal produttore Mankiewicz. Lo scrittore lavora inutilmente per un paio di settimane a Via col Vento, Infedeltà con la Crawford viene abbandonato perché giudicato immorale, Anita Loos, autrice di Gli uomini preferiscono le bionde, lo sostituisce alla sceneggiatura del divertente Donne, diretto da Cukor dalla commedia di Clare Boothe Luce, perché la sua è considerata poco brillante. Eppure lui è pieno di speranze e scrive alla figlia: «Sono quasi distrutto dal lavoro, sopraffatto eppure vagamente più felice di quanto sia stato per mesi. L’ultima parte di un lavoro è sempre triste e difficilissima, ma sono orgoglioso di quanto ho prodotto nel corso dell’anno e non ho molto da lamentare».
Tra le frustrazioni del lavoro e gli insolvibili problemi finanziari, tra il proprio alcolismo e la penosa malattia di Zelda, in una Hollywood che lo ignora e una sua rassegnata eppure fiduciosa quotidianità austera cui si è adattato senza rimpianti, Fitzgerald riscopre l’amore, la passione, la compagnia di una donna speciale. Lui è un perdente e ha avuto un passato di splendore, lei è una vincente e ha conosciuto miseria e abbandono; lui ha 41 anni, è americano e cattolico, ha perso il fascino smilzo della giovinezza, l’azzurro dei suoi occhi si è appannato, lei ne ha 34, è inglese ed ebrea, molto bella, bionda e assomiglia in qualche modo a Zelda; lui è di famiglia modesta ma è stato ammesso all’università di Princeton, ha amici intellettuali come Edmund Wilson e a 24 anni ha pubblicato il suo primo romanzo di immediato successo, Di qua dal Paradiso, poi ci sono stati Belli e dannati, Il Grande Gatsby e nel 1934 Tenera è la notte, che invece ha deluso; lei è una degli otto figli di un sarto di origine ucraina sfuggito a un pogrom, ha vissuto in uno degli slum più poveri di Londra, con una madre addetta alle pulizie dei bagni pubblici, è cresciuta in un orfanotrofio, a 16 anni, molto carina, è diventata dimostratrice in un grande magazzino. Poco più che ventenne, a un ballo Fitzgerald ha conosciuto la deliziosa, gioiosa, imprevedibile Zelda, e l’ha sposata nel 1920 per iniziare insieme una vita di stordente eccentricità ed ebbrezza; a 18 anni Sheilah Graham ha sposato un uomo molto più vecchio che accettava i suoi tradimenti, da sola è partita per gli Stati Uniti, è diventata ballerina di fila in un music hall e ha divorziato. Hollywood sta distruggendo il grande colto scrittore, la sconosciuta, ignorante avventuriera la conquista, a lui bocciano ogni parola, a lei affidano una rubrica quotidiana di notiziole divistiche, che terrà per 35 anni, collegata a 178 giornali locali americani, superando le altre due grandi pettegole del momento, Louella Parsons ed Elsa Maxwell.
Il loro è un vero, generoso amore, Sheilah abbandona il nobile fidanzato per dedicarsi a quell’uomo sfinito, pieno di debiti, che non trova più lavoro; cerca di tenerlo sobrio, ridandogli fiducia, lasciandolo per i suoi attacchi di violenza e poi riprendendolo. Con lei, a Scott pare di rinascere, però continua ad occuparsi di Zelda, con un compassionevole senso del dovere, ad organizzare delle brevi vacanze insieme che finiscono sempre in terribili litigi e lo fanno precipitare nuovamente nell’alcol: al centro del suo cuore e dei suoi pensieri c’è sempre Scottie, cui scrive molto spesso, severamente, per controllare una vivacità che gli pare esagerata, per consigliarle letture, comportamenti, impegni, perché non ripeta gli errori dei suoi genitori.
Nel nuovo libro c’è un racconto-soggetto del 1939, Le donne di casa, che Fitzgerald ambienta a Hollywood, protagonisti un divo del cinema «dotato di una bellezza straordinaria» che potrebbe essere Tyrone Power, e una diva svampita tipo anni 20 che potrebbe essere Jean Harlow. Lo rifiutano sia gli editori che il suo agente e l’autore lo archivia alla voce “false partenze”. In quell’autunno informa “Scottina”: «Ho cominciato a scrivere forse una cosa importante che mi impegnerà per quattro o sei mesi. Forse non frutterà un soldo ma coprirà la spese ed è il primo lavoro che faccio con passione… In ogni caso sono di nuovo vivo: è valso qualcosa superare l’ottobre con tutte le sue tensioni e necessità e umiliazioni e battaglie. Non bevo. Non sono un grand’uomo, ma a volte penso che nella qualità impersonale e oggettiva del mio talento e nel sacrificarlo, a tratti, per preservarne il valore essenziale, vi sia una sorta di grandezza epica». Questa sua nuova opera in cui crede tanto è, come scrive il suo biografo Arthur Mizener (Leonardo editore, 1972) «un complicato romanzo che è contemporaneamente un realistico ritratto di Hollywood, una storia d’amore intensamente sentita e una favola della vita americana».
Il protagonista di The Last Tycoon, nelle edizioni italiane Gli ultimi fuochi, è il produttore Monroe Stahr, che dicono ispirato alla figura di Irving Thalberg, morto poco prima di polmonite, a 37 anni; è affascinante e autoritario, temuto e adorato e beve troppo, ma quando si innamora, lo fa con la trepidazione e il desiderio di salvezza che Scott ha provato innamorandosi di Sheilah, a cui Kathleen, la donna amata dal produttore, assomiglia molto: «Subito ella gli disse cose audaci e provocanti, avvicinando il viso di lui al proprio. Poi con le ginocchia, si liberò di qualcosa, sempre restando in piedi e tenendolo per un braccio, e con il piede spinse la cosa accanto all’impermeabile. Stahr non tremava più, ora, e di nuovo la strinse mentre si inginocchiavano insieme e scivolavano sull’impermeabile a terra». (Mondadori 1959). Anche Sheilah scrisse di questo amore, in due libri, Il resto della storia e Adorabile infedele, che nel 1959 divenne uno stucchevole film di Henry King, con Deborah Kerr come Sheilah e Gregory Peck come Fitzerald.
Nella bella prefazione della prima edizione italiana, Fernanda Pivano ricorda come in quel periodo Fiztgerald, con disperato cinismo, raccontava che molti lo credevano morto, e che un’attrice famosa aveva scambiato il suo nome per quello di un personaggio dei fumetti. Subiva nuovi attacchi di tubercolosi, anche d’estate girava con sciarpa e cappotto, aveva lasciato la villa di Malibu dove viveva con Sheilah e si era rifugiato in una casetta di Encino, a scrivere il suo romanzo, quello che doveva essere il ritorno se non alla fama, almeno a una forma di personale rispetto. Fu Sheilah Graham a trovare nel soggiorno del suo appartamento a West Hollywood il corpo di Scott, colpito da un secondo mortale infarto. Era il 21 dicembre 1940, lui aveva appena compiuto 44 anni, il giorno prima aveva scritto le prime pagine del VI capitolo di The Last Tycoon. Era a meno della metà del suo progetto; lo scrittore ed amico Edmund Wilson integrò quella stesura incompiuta con gli appunti e il riassunto del seguito della vicenda. Così il romanzo, l’ultima speranza di uno scrittore sfinito, poté essere pubblicato. E nella sua incompletezza, è un capolavoro.
(28 aprile 2017)