Il Venerdì

Quei ragazzi di Atene con le rotelle al posto giusto

Vassilis Aramvoglou davanti a Color Skates (Alexandros Tzorouchof) 
Lo skateboard non è solo uno sport (dal 2020 presente anche alle Olimpiadi di Tokyo), ma uno stile di vita. E di socialità alternativa. Per Vassilis Aramvoglou è anche un modo per sfidare la crisi greca
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ATENE. Quando Vassilis Aramvoglou ha aperto Color Skates in una stradina poco battuta del centro di Atene, era il giugno del 2008 e il sole splendeva, le banche ti accoglievano con sorrisi e tazzine di caffè; vendere skateboard e t-shirt sembrava una scommessa vincente. E lo era. Vassilis sullo skate ci va da quando aveva 12 anni, ora ne ha 40, è un mondo che per lui non ha segreti. Gli affari andavano bene, ma neanche il tempo di spegnere la prima candelina e sul Paese si era formata la tempesta perfetta della crisi economica. In banca non sorridevano più: «Ci chiamavano ogni giorno, chiedevano di rientrare con il prestito che ci avevano concesso solo pochi mesi prima! Una follia. Ma non ci siamo fatti spaventare».

Non ti metti paura facilmente se sei abituato a buttarti con la tavoletta giù per le ripide discese del Licabetto, la collina che fronteggia l’Acropoli. Puoi romperti le ossa, come se provi a fare impresa in un Paese nel caos. Oltre sette anni di tagli e sacrifici non sono praticamente serviti a nulla e i greci non ce la fanno più a reggere nuove misure. «Sopravvivere qui è come fare dieci master in business» ride amaro Vassilis. «Dovrebbero chiamarci ad Harvard che gli spieghiamo come si fa». E la storia di questa piccola community di skater è una bella lezione su come si può costruire quando intorno tutto va in pezzi. Odos Protogenous si trova nella parte alta di Monastiraki, un tempo il cuore ottomano della capitale greca. È in pieno centro, la spudorata grazia turistica della Plaka non è lontana, più a nord ci sono i locali punk e i graffiti di Exarchia, il quartiere ribelle. Color Skates è un seminterrato al n.5, riconoscibile dalla saracinesca multicolor. La vetrina è quasi sempre a tema, «l’abbiamo usata in modo creativo per distinguerci e farci conoscere. Perché qui non ci passi per caso, non è una via principale, per questo l’affitto è conveniente. È un po’ come la parte decadente di Soho a Londra. Abbiamo aperto la strada, dopo Color sono arrivati anche altri negozi di streetstyle e ora la zona è molto più cool».

Fare gli apripista non è stato facile. «La Grecia è strana. All’inizio eravamo incazzati, ma l’autocompassione non fa per noi. Abbiamo detto: ok, lavoriamo senza farci condizionare dalla crisi. Facciamo qualcosa di positivo che sia di ispirazione per tutti. I primi tempi non riuscivamo quasi a pagare l’affitto, però avevamo la nostra squadra». Quando la crisi ha cominciato a colpire pesante, gli sponsor che fino a un attimo prima foraggiavano la piccola ma esuberante scena skate ellenica, si sono volatilizzati. Color adesso fa da fornitore ufficiale a un team di una decina di ragazzi, tra cui il 23enne Michalis Vasilakis, che da queste parti è una piccola star. Anche per questo il loro ruolo è importante. «La cosa pazzesca è che gli anni più neri sono quelli in cui abbiamo fatto più cose in assoluto. Siamo partiti con un negozio e ora ce ne sono due, c’è il team, abbiamo lanciato due brand di tavole e abbigliamento, Color e Goodbie, facciamo molto lavoro solidale, per costruire skate park, avvicinare i ragazzi a questo mondo. Nel 2010, in piena crisi, siamo andati coi nostri prodotti al Bright Tradeshow a Berlino, la più importante fiera europea del settore. La scena skate greca non è mai stata viva come adesso. Mentre tutto andava in pezzi, abbiamo costruito».
 
Lo skate non è mai stato solo uno sport, non per niente è l’unico senza una divisa, lo fai con gli stessi vestiti con cui vai a scuola o al lavoro. Di tutte le sottoculture è forse la più completa, mette insieme musica, stile, ribellione, autoproduzione, video, fanzine. È anche architettura e intervento urbano, se si pensa a come negli anni Settanta i giovani skater californiani, emarginati dalle città, conquistavano spazi alternativi nelle piscine delle ville svuotate dalla siccità, per poi improvvisarsi carpentieri e muratori e fabbricare in proprio i primi parchi con scivoli e ostacoli. C’è chi avvicina la California o la New York anni Settanta alla Grecia di oggi, mondi alle prese con austerity, disoccupazione, casse vuote: «Fare tanto con poco» sintetizza Vassilis. «In questi anni è rimasto chi ama davvero lo skate, gli altri sono scappati. Ma c’è un sacco di gente che ci sostiene e con cui facciamo rete, dalla comunità gay agli artisti ai fotografi». Un esempio vincente è il sodalizio con Bondex. Per le loro consegne in città i ragazzi di Color si servono esclusivamente di questo servizio che usa solo biciclette, fondato ad Atene da Haris Skaftouros, ex proprietario di uno skate shop. Tavolette e bici, del resto, hanno in comune la loro bella vocazione eco.

Vassilis mi spiega che ci sono due valori fondamentali che si possono imparare dallo skate per sopravvivere ai tempi difficili. «La prima è: quando cadi, ti devi rialzare. Risali sulla tavola, prova di nuovo, non mollare. La seconda è: lo skate si impara insieme agli amici. Non da un istruttore. Impari dalla vita. Vengono nel negozio a chiedere: sai chi può insegnare lo skate a mio figlio? Io rispondo: qua non ci sono maestri. Si impara con gli amici. È un clichè ma è così». È difficile trovare il basement di Color Skates vuoto. For the poor and beautiful è uno degli slogan più efficaci inventati per la loro comunità. Poveri ma belli con le felpe e le t-shirt stampate con le loro parole d’ordine, con le tavole spesso frutto di collaborazioni creative. Quelle che non puoi non notare sono illustrate con sirene, marinai, icone bizantine: «Così insegniamo ai ragazzi ad amare le loro radici. Ma non siamo nazionalisti, ci tengo a precisarlo, qui appena ti fai un selfie accanto a qualcosa di antico lo prendono per un segno di orgoglio etnico».

Nel 2020 alle Olimpiadi di Tokyo ci sarà per la prima volta anche lo skate. C’è chi pensa “era ora” e chi teme di vedere snaturata una cultura per sua natura poco incline alle regole. Vassilis è per il bicchiere mezzo pieno. «Gli americani sono in una posizione privilegiata, per loro fare o non fare le Olimpiadi non cambia molto. Però per la Grecia e gli altri Paesi europei, specie quelli più deboli, questa è una vera occasione. Porterà investimenti nel settore, spingerà le amministrazioni a costruire più parchi. È facile dire fanculo alle Olimpiadi, siamo underground, dobbiamo essere liberi. Ma se vogliamo avvicinare più ragazzi a questo mondo dobbiamo aprire le porte. Sfruttare la situazione. In fondo, in uno skate park siamo tutti liberi».  

E il futuro? «Non esiste. Siamo in Grecia, possiamo fare piani da qui a due mesi, punto. È già incredibile essere riusciti a fare della nostra passione un modo per vivere. Dopo, chissà. Ci potrebbero essere elezioni anticipate, potremmo essere fuori dall’euro entro la fine dell’anno. Potremmo anche decidere di portare Color all’estero, perché no? sbarcare a Milano, o a Berlino. La verità è che questa storia può finire in ogni momento»,Vassilis tira un bel respiro, «conosco chi ha perso tutto perché amava troppo il suo business e non si è fermato in tempo. Siamo greci, più è dura, più abbiamo voglia di provarci».

(28 aprile 2017)