«Il 13 maggio apparve Maria, a tre pastorelli...Ave, Ave, Ave Maria…»: nella sua esagerata semplicità la canzoncina non supera il livello di nenia, di cantilena. Per cent’anni invece, è stata una “bomba intelligente”, forse la più possente dell’arsenale cattolico. Dopo due secoli dalle “modernizzazioni” massoniche di metà Settecento dovute al marchese di Pombal, nel 1910 con la nascita della prima Repubblica, il Portogallo ricadde nelle ubbie di un liberalismo elitario, militarista, anticattolico, litigioso e autoritario. Nel dicembre del 1917 il generale Sidonio Pais, divenne il quarto presidente della neonata forma di governo, e fu presto “liquidato” come i suoi predecessori: verrà infatti assassinato nel dicembre del 1918. Durante il suo breve governo cercò di rendere la Repubblica “più accettabile” a monarchici e cattolici ristabilendo relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Una scelta confermata dal liberal-massone Antonio José de Almeida quando, dopo la guerra civile del 1919, salì al potere. Oltre a non interrompere le relazioni con la Roma Cattolica, vi fece ricorso per superare l’ennesima crisi di governo del 1921.
Molto più tardi, agli inizi degli anni Settanta, l’antropologo americano Raoul Weston La Barre conierà il termine crisis cult per quelle forme di religiosità popolare con le quali le culture non complesse affrontano epoche di oppressione e privazioni per restare in attesa del riscatto e del miglioramento delle condizioni di libertà. Anche Antonio Gramsci vi vedeva una forma di “resistenza” delle classi subalterne soggiogate da una volontà politica considerata estranea. Ernesto De Martino, attribuendogli lo stesso significato, le denominava «folklore dinamico». E che la devozione alla Madonna di Fatima fosse un potente mezzo per formare tra le bistrattate comunità credenti del secolo scorso (intese come soggetti sociali) una cultura capace di affrontare quel tormentato “presente”, fu subito chiaro. Il caso o la Provvidenza volle che mentre a Fatima la Madonna si rivelava a Lucia, Giacinta e Francisco, a Roma veniva consacrato vescovo Eugenio Pacelli. Più tardi rivelò che, dopo la consacrazione, mentre rientrava in Vaticano, assistette stupefatto al “miracolo del sole” che avveniva a Fatima. Con questo “segno” iniziò la sua missione diplomatica prima in Baviera poi in Prussia e infine nell’intera Germania. E da quell’osservatorio, ove resterà per tutti gli anni Venti, oltre alla disgregazione degli imperi centrali ebbe modo di scrutare le velleità della Repubblica di Weimar e le convulse vicende che animarono, dal 1917 al 1921, la guerra civile russa fino alla nascita dell’Unione Sovietica nel 1922.
Come “culto di resistenza”, Fatima, i suoi messaggi e i suoi “segreti” hanno egregiamente svolto il compito di mantenere viva la comunicazione dei credenti con quei valori che diedero senso all’esistenza cristiana anche durante la guerra civile spagnola, le persecuzioni hitleriane e l’annichilimento esistenziale e spirituale delle persecuzioni marxiste-leniniste. Non è un caso che uno degli “apostoli” più ferventi delle apparizioni di Fatima, Massimiliano Kolbe, sia morto martire ad Auschwitz. L’altra faccia della medaglia è che la stessa funzionalità del crisis cult si è manifestata nella società-Chiesa. E a partire dagli anni Sessanta prima in Austria poi negli ambienti tradizionalisti brasiliani, un falso testo di Lucia annunciava la fine del mondo e la rovina della Chiesa cattolica. Erano gli anni del Concilio Vaticano II e l’apocrifo terzo segreto era sempre accompagnato da liste di proscrizione di cardinali e vescovi accusati di essere massoni, ebrei e tanto altro. Una polemica così forte da spingere Giovanni Paolo II, che ai “passatisti” concesse allegramente ruoli e poteri, a rivelare il cosiddetto “terzo segreto” . E, sempre nel 2000, a recarsi a Fatima per dare voce a quel dramma cosmico della universale e contemporanea persecuzione anticristiana, con lui papa martirizzato ma mantenuto vivo dalla Vergine della Cova de Iria, alla testa della schiera dei martiri del secondo Millennio. Altri tempi. In un mondo diventato complesso, Francesco preferisce cristiani “normali” che affrontino le crisi senza inventare altri eroi, né in cielo né in terra.
(5 maggio 2017)
Molto più tardi, agli inizi degli anni Settanta, l’antropologo americano Raoul Weston La Barre conierà il termine crisis cult per quelle forme di religiosità popolare con le quali le culture non complesse affrontano epoche di oppressione e privazioni per restare in attesa del riscatto e del miglioramento delle condizioni di libertà. Anche Antonio Gramsci vi vedeva una forma di “resistenza” delle classi subalterne soggiogate da una volontà politica considerata estranea. Ernesto De Martino, attribuendogli lo stesso significato, le denominava «folklore dinamico». E che la devozione alla Madonna di Fatima fosse un potente mezzo per formare tra le bistrattate comunità credenti del secolo scorso (intese come soggetti sociali) una cultura capace di affrontare quel tormentato “presente”, fu subito chiaro. Il caso o la Provvidenza volle che mentre a Fatima la Madonna si rivelava a Lucia, Giacinta e Francisco, a Roma veniva consacrato vescovo Eugenio Pacelli. Più tardi rivelò che, dopo la consacrazione, mentre rientrava in Vaticano, assistette stupefatto al “miracolo del sole” che avveniva a Fatima. Con questo “segno” iniziò la sua missione diplomatica prima in Baviera poi in Prussia e infine nell’intera Germania. E da quell’osservatorio, ove resterà per tutti gli anni Venti, oltre alla disgregazione degli imperi centrali ebbe modo di scrutare le velleità della Repubblica di Weimar e le convulse vicende che animarono, dal 1917 al 1921, la guerra civile russa fino alla nascita dell’Unione Sovietica nel 1922.
Come “culto di resistenza”, Fatima, i suoi messaggi e i suoi “segreti” hanno egregiamente svolto il compito di mantenere viva la comunicazione dei credenti con quei valori che diedero senso all’esistenza cristiana anche durante la guerra civile spagnola, le persecuzioni hitleriane e l’annichilimento esistenziale e spirituale delle persecuzioni marxiste-leniniste. Non è un caso che uno degli “apostoli” più ferventi delle apparizioni di Fatima, Massimiliano Kolbe, sia morto martire ad Auschwitz. L’altra faccia della medaglia è che la stessa funzionalità del crisis cult si è manifestata nella società-Chiesa. E a partire dagli anni Sessanta prima in Austria poi negli ambienti tradizionalisti brasiliani, un falso testo di Lucia annunciava la fine del mondo e la rovina della Chiesa cattolica. Erano gli anni del Concilio Vaticano II e l’apocrifo terzo segreto era sempre accompagnato da liste di proscrizione di cardinali e vescovi accusati di essere massoni, ebrei e tanto altro. Una polemica così forte da spingere Giovanni Paolo II, che ai “passatisti” concesse allegramente ruoli e poteri, a rivelare il cosiddetto “terzo segreto” . E, sempre nel 2000, a recarsi a Fatima per dare voce a quel dramma cosmico della universale e contemporanea persecuzione anticristiana, con lui papa martirizzato ma mantenuto vivo dalla Vergine della Cova de Iria, alla testa della schiera dei martiri del secondo Millennio. Altri tempi. In un mondo diventato complesso, Francesco preferisce cristiani “normali” che affrontino le crisi senza inventare altri eroi, né in cielo né in terra.
(5 maggio 2017)