ROMA. Ha compiuto un passo storico e ha commosso il Papa. Lui, però, lo racconta come se fosse la cosa più naturale del mondo: «Ci sono terre nell’America del Sud dove la gente ha bisogno di aiuto, ma non ci sono preti. Mi metterò a disposizione del vescovo dovunque decideranno di mandarmi». Un gesto che resterà negli annali del Vaticano perché anche Gianfranco Todisco è un vescovo: da quattordici anni guida la diocesi di Melfi e davanti a sé ne avrebbe avuto almeno altri quattro prima di raggiungere il limite d’età fissato dalle norme ecclesiastiche. Invece a Jorge Mario Bergoglio ha scritto: «Vorrei tornare in missione, anche come semplice prete». E il pontefice lo ha accontentato: lo farà partire per l’Honduras.
Del resto, ai fedeli Todisco lo aveva sempre detto: «Non avevo chiesto né desiderato l’incarico episcopale. Ho accettato solo perché nelle decisioni dei superiori vedo la volontà di Dio». Era stato il cardinale Paolo Romeo a suggerire di affidargli la diocesi lucana. Prima di diventare nunzio in Italia, il porporato era stato infatti il responsabile della diplomazia vaticana in Colombia. E lì, all’inizio degli anni Novanta, aveva incontrato quel religioso che all’epoca gestiva una missione nella città di Garzón per conto degli ardorini, congregazione fondata all’inizio del Novecento da don Gaetano Mauro, un prete calabrese in odore di santità che aveva a cuore l’evangelizzazione nelle zone rurali.
Nelle terre di frontiera Todisco ha vissuto per 21 anni. Dopo il Sudamerica il Canada, tra gli immigrati. «Ho imparato ad arrangiarmi nelle situazioni più imprevedibili: sulla Cordigliera spesso partivo al mattino e mi fermavo a dormire dove capitava. Ci portavamo dietro lo stretto necessario». Poi la svolta: Melfi. Si insedia nel febbraio 2003, dopo la sua ordinazione episcopale. All’interno della curia scopre un giardino stupendo. Lo hanno realizzato nel 1500, su richiesta del vescovo Mario Ruffino. Il grande portale ricorda invece lo sfarzo settecentesco, quando si completò l’ultimo ritocco stilistico all’edificio tirato su dai normanni appena dopo l’anno Mille. Gli storici raccontano che la diocesi dovette addirittura richiedere l’autorizzazione alla Santa Sede per ottenere un mutuo che permettesse di portare a termine gli abbellimenti voluti nel corso dei secoli dai presuli e culminati nella maestosità di una sala del trono degna dei sovrani. «In quelle stanze principesche, quattro volte più grandi di un appartamento comune, mi sono subito sentito a disagio» ricorda il vescovo missionario. Così decide di isolare buona parte del palazzo trasformandolo in un museo. «Abbiamo l’obbligo di preservare ciò che abbiamo ricevuto» spiega. «Ma così almeno la bellezza di quei luoghi resta a disposizione di chi vuole visitarli». E aggiunge che «tutto dipende dallo stile con il quale si vive nel luogo in cui ci si trova».
E il suo modo di fare rivela un modo di interpretare e vivere la vocazione che sembra d’altri tempi. Apre il portale quando suona il citofono, risponde personalmente al telefono. «Molti fedeli hanno il mio numero di cellulare e sanno che possono chiamarmi se hanno bisogno». Lo chiamano “padre Gianfranco”, perché non è mai voluto diventare “monsignor Todisco”. E insieme ai titoli ha rifiutato anche i privilegi: «Mi sembra naturale fare la fila quando vado alla posta. L’unico vantaggio che apprezzo nell’essere vescovo è che trovo sempre un parcheggio quando vado da qualche parte per un incontro o una celebrazione» ammette sorridendo. Giornali e tv lo hanno scoperto quando ha difeso i lavoratori dello stabilimento Fca (Fiat Chrysler Automobiles), chiedendo il rispetto del riposo festivo: «Scrissi a Marchionne, non perché pensassi alla messa domenicale ma per difendere il diritto degli operai a riposarsi insieme alle famiglie. In quell’occasione non ricevetti nessuna risposta ma non me ne sono mai fatto un cruccio. Ci sono battaglie che vanno combattute. Come quella per offrire ai giovani lucani la possibilità di restare nella loro regione». In questo senso, il Sud Italia è un po’ una zona di missione: «È l’India di quaggiù», come sostenevano i gesuiti. E il pensiero corre altrove. «In Honduras ci sono appena due sacerdoti per una città come Danlì che conta duecentomila abitanti. Nelle aree interne i fedeli impiegano ore per andare a piedi a messa».
Troppo forte il richiamo di quelle terre e di quella gente. E così nel novembre scorso Todisco scrive al Papa. Bergoglio legge la lettera e si commuove: quel presule si è spinto più in là di quanto il pontefice potesse immaginare. Rinunciare ai privilegi nel nome di una Chiesa «in uscita». E Francesco, al contrario di Marchionne, risponde: «Caro fratello, grazie. La tua lettera mi ha fatto bene. Ci penserò, pregherò e cercherò una risposta». Che arriva dopo due telefonate di Bergoglio che chiede: «Davvero vuoi andare in missione?». È un sì che non ammette ripensamenti. Le dimissioni sono accettate. La notizia giunge proprio mentre nell’episcopato italiano si fanno più caldi i contatti in vista l’assemblea che dal 21 al 25 maggio dovrà eleggere il nuovo presidente della Cei. Questioni di potere dalle quali Todisco è fuori: non potrà essere votato e nemmeno esprimere una preferenza. L’ultimo atto è il messaggio ai fedeli e ai preti della diocesi: «Qualcuno potrebbe pensare che, dietro questa scelta, si nascondano altre motivazioni magari legate a difficoltà o insoddisfazioni. Nulla di tutto ciò». Racconta che un sacerdote gli ha inviato un sms sostenendo che la sua decisione gli ha ricordato Benedetto XVI. «Quella del papa emerito» commenta Todisco «è stata per me una scelta profetica: mi ha aiutato a capire che quando non sei attaccato ai privilegi, accetti gli incarichi come servizio e sei pronto ad andare ovunque senza tradire il tuo ministero».
(19 maggio 2017)
Del resto, ai fedeli Todisco lo aveva sempre detto: «Non avevo chiesto né desiderato l’incarico episcopale. Ho accettato solo perché nelle decisioni dei superiori vedo la volontà di Dio». Era stato il cardinale Paolo Romeo a suggerire di affidargli la diocesi lucana. Prima di diventare nunzio in Italia, il porporato era stato infatti il responsabile della diplomazia vaticana in Colombia. E lì, all’inizio degli anni Novanta, aveva incontrato quel religioso che all’epoca gestiva una missione nella città di Garzón per conto degli ardorini, congregazione fondata all’inizio del Novecento da don Gaetano Mauro, un prete calabrese in odore di santità che aveva a cuore l’evangelizzazione nelle zone rurali.
Nelle terre di frontiera Todisco ha vissuto per 21 anni. Dopo il Sudamerica il Canada, tra gli immigrati. «Ho imparato ad arrangiarmi nelle situazioni più imprevedibili: sulla Cordigliera spesso partivo al mattino e mi fermavo a dormire dove capitava. Ci portavamo dietro lo stretto necessario». Poi la svolta: Melfi. Si insedia nel febbraio 2003, dopo la sua ordinazione episcopale. All’interno della curia scopre un giardino stupendo. Lo hanno realizzato nel 1500, su richiesta del vescovo Mario Ruffino. Il grande portale ricorda invece lo sfarzo settecentesco, quando si completò l’ultimo ritocco stilistico all’edificio tirato su dai normanni appena dopo l’anno Mille. Gli storici raccontano che la diocesi dovette addirittura richiedere l’autorizzazione alla Santa Sede per ottenere un mutuo che permettesse di portare a termine gli abbellimenti voluti nel corso dei secoli dai presuli e culminati nella maestosità di una sala del trono degna dei sovrani. «In quelle stanze principesche, quattro volte più grandi di un appartamento comune, mi sono subito sentito a disagio» ricorda il vescovo missionario. Così decide di isolare buona parte del palazzo trasformandolo in un museo. «Abbiamo l’obbligo di preservare ciò che abbiamo ricevuto» spiega. «Ma così almeno la bellezza di quei luoghi resta a disposizione di chi vuole visitarli». E aggiunge che «tutto dipende dallo stile con il quale si vive nel luogo in cui ci si trova».
E il suo modo di fare rivela un modo di interpretare e vivere la vocazione che sembra d’altri tempi. Apre il portale quando suona il citofono, risponde personalmente al telefono. «Molti fedeli hanno il mio numero di cellulare e sanno che possono chiamarmi se hanno bisogno». Lo chiamano “padre Gianfranco”, perché non è mai voluto diventare “monsignor Todisco”. E insieme ai titoli ha rifiutato anche i privilegi: «Mi sembra naturale fare la fila quando vado alla posta. L’unico vantaggio che apprezzo nell’essere vescovo è che trovo sempre un parcheggio quando vado da qualche parte per un incontro o una celebrazione» ammette sorridendo. Giornali e tv lo hanno scoperto quando ha difeso i lavoratori dello stabilimento Fca (Fiat Chrysler Automobiles), chiedendo il rispetto del riposo festivo: «Scrissi a Marchionne, non perché pensassi alla messa domenicale ma per difendere il diritto degli operai a riposarsi insieme alle famiglie. In quell’occasione non ricevetti nessuna risposta ma non me ne sono mai fatto un cruccio. Ci sono battaglie che vanno combattute. Come quella per offrire ai giovani lucani la possibilità di restare nella loro regione». In questo senso, il Sud Italia è un po’ una zona di missione: «È l’India di quaggiù», come sostenevano i gesuiti. E il pensiero corre altrove. «In Honduras ci sono appena due sacerdoti per una città come Danlì che conta duecentomila abitanti. Nelle aree interne i fedeli impiegano ore per andare a piedi a messa».
Troppo forte il richiamo di quelle terre e di quella gente. E così nel novembre scorso Todisco scrive al Papa. Bergoglio legge la lettera e si commuove: quel presule si è spinto più in là di quanto il pontefice potesse immaginare. Rinunciare ai privilegi nel nome di una Chiesa «in uscita». E Francesco, al contrario di Marchionne, risponde: «Caro fratello, grazie. La tua lettera mi ha fatto bene. Ci penserò, pregherò e cercherò una risposta». Che arriva dopo due telefonate di Bergoglio che chiede: «Davvero vuoi andare in missione?». È un sì che non ammette ripensamenti. Le dimissioni sono accettate. La notizia giunge proprio mentre nell’episcopato italiano si fanno più caldi i contatti in vista l’assemblea che dal 21 al 25 maggio dovrà eleggere il nuovo presidente della Cei. Questioni di potere dalle quali Todisco è fuori: non potrà essere votato e nemmeno esprimere una preferenza. L’ultimo atto è il messaggio ai fedeli e ai preti della diocesi: «Qualcuno potrebbe pensare che, dietro questa scelta, si nascondano altre motivazioni magari legate a difficoltà o insoddisfazioni. Nulla di tutto ciò». Racconta che un sacerdote gli ha inviato un sms sostenendo che la sua decisione gli ha ricordato Benedetto XVI. «Quella del papa emerito» commenta Todisco «è stata per me una scelta profetica: mi ha aiutato a capire che quando non sei attaccato ai privilegi, accetti gli incarichi come servizio e sei pronto ad andare ovunque senza tradire il tuo ministero».
(19 maggio 2017)