C'era una volta un emiro mediorientale invaghito di un’aerolinea italiana sull’orlo del crac. Pronto a dar fondo ai suoi risparmi pur di salvarla, chiedendo in cambio ai sindacati un accordo su esuberi e costo del lavoro. C’era una volta e c’è ancora, perché non tutte le storie tra sceicchi e compagnie aeree tricolori finiscono male. Quella tra la casa regnante di Abu Dhabi (con la sua Etihad) e Alitalia è andata come è andata. Ma il flirt tra Qatar Airways e Meridiana è vicino al lieto fine e ai fiori d’arancio.
I monarchi di Doha – salvo sorprese dell’ultima ora – compreranno dall’Aga Khan il 49 per cento del vettore di Olbia, a un passo dal fallimento dopo undici anni di perdite. E la gloriosa ex-Alisarda, puntellata dai petrodollari, proverà a rinascere dalle sue ceneri. A spianare la strada alle nozze sono stati i dipendenti, accettando una ristrutturazione lacrime e sangue ben più pesante di quello respinta – con tanto di referendum – dai cugini dell’ex-compagnia di bandiera. Hanno mandato giù 396 nuovi esuberi e tagli agli stipendi (fino al 20 per cento principalmente per i piloti). Alla fine però – incrociando le dita – tutti i tasselli sono andati a posto. La società è salva. E il “Modello Meridiana” – assicura Matteo Renzi – è la carta vincente per salvare Alitalia: «Non bisogna buttare via soldi pubblici» ripete l’ex presidente del Consiglio in queste ore a chi parla di liquidazione della società in amministrazione controllata. «Questa operazione sembrava impossibile. Ma Qatar ha risolto la questione e la compagnia ha una prospettiva».
Il salvataggio dell’aerolinea sarda in effetti, al netto dei sacrifici imposti ai lavoratori, ha il sapore del miracolo. Tra i buchi in bilancio, licenze di volo provvisorie, aerei sequestrati e persino appelli di papa Francesco, la società è stata mille volte a un passo dalla chiusura. Proprio come Alitalia. Salvo alla fine cavarsela sempre per il rotto della cuffia fino alle nozze mediorientali. La formula magica per la sopravvivenza, a volerne individuare una, è chiara: il tesoro dell’Aga Khan. «Il nostro socio di riferimento non ci ha mai fatto mancare il sostegno finanziario nemmeno nei momenti più difficili», racconta Marco Rigotti, presidente di Meridiana e regista delle trattative che hanno salvato l’azienda dal baratro. Negli ultimi dieci anni il principe ismailita non ha mai staccato la spina alla sua creatura. Ogni volta che c’è stato da mettere mano al portafoglio, anche per correggere i propri errori strategici, l’ha fatto. Conto finale: un salasso da 650 milioni che si è divorato il tesoretto messo assieme vendendo la Costa Smeralda. Più o meno la cifra che rischia di perdere Etihad nella partita Alitalia.
La via crucis della Meridiana è iniziata nel 2009 quando – dopo quattro anni di passivo – l’Aga Khan ha provato a salvarla fondendola con Eurofly. Non è bastato. Come non è servito a niente (anzi) il matrimonio un anno dopo con Air Italy. Meridiana aveva aerei troppo vecchi e costosi per reggere la concorrenza. Air Italy ed Eurofly erano moscerini rispetto a Ryanair e Easyjet. E così nel 2011 è iniziato il braccio di ferro sulla ristrutturazione. Cinque anni interminabili e pieni di tensioni sindacali «ma serviti a far prendere coscienza a tutti di quello che era necessario fare per salvare più posti di lavoro possibili» ammette Nino Cortorillo, segretario generale della Filt-trasporti Cgil.
L’asticella dei sacrifici è stata messa da subito molto in alto: nel 2011 Meridiana ha messo in mobilità poco meno della metà del personale (910 persone) salvo poi concordare con i sindacati un piano di cassa integrazione straordinaria di quattro anni. L’agonia però, complici la crisi dell’euro e la recessione di quell’anno, è continuata. Le casse della società si sono svuotate, l’aeroporto di Firenze – per dare un’idea della gravità della situazione – è riuscito a ottenere il sequestro di un aereo perché il gruppo non lo pagava. L’Enac ha costretto per qualche tempo la società a operare solo con licenze temporanee rinnovate ogni mese. Nel 2014, l’annus horribilis di Meridiana, l’avventura sembrava arrivata al capolinea: la proprietà ha chiesto la mobilità per 1.600 persone, come dire il taglio di due terzi degli organici. A ottobre papa Francesco in persona – di fronte a una delegazione di dipendenti in Vaticano – ha fatto un appello per il loro posto di lavoro. E a quel punto una miscela di novità – l’interesse di Qatar Airways, la discesa in campo del governo Renzi (in particolare di Federica Guidi) e il paziente lavoro di mediazione di Rigotti – ha acceso una timida luce alla fine del tunnel.
«Ognuno ha fatto la sua parte», dice Cortorillo. Il governo ha messo sul piatto le garanzie sugli ammortizzatori. Qatar ha promesso un piano che prevede il rinnovo e il rilancio della flotta. L’azienda – dopo un piano di uscite agevolate – ha ridotto il numero degli esuberi, scesi prima a 900 poi a 539 e quindi – grazie alle prospettive delle nozze mediorientali – a 396. I dipendenti hanno detto sì a giugno scorso al nuovo contratto di lavoro, ridotto come durata da cinque a tre anni, accettando l’allineamento delle retribuzioni a quelle di Air Italy (molto più convenienti) con un taglio del 20 per cento per quelle più alte. Gli stipendi sono stati rivisti con un netto aumento della quota variabile legata alla produttività in busta paga. Malgrado i mugugni di parte del personale (il 70 per cento dei dipendenti è misteriosamente finito in malattia per un giorno in piena alta stagione la scorsa estate) l’intesa è stata firmata senza bisogno di referendum. E Meridiana guarda oggi al futuro con meno patemi d’animo. A bordo sono saliti gli sceicchi del Qatar. E non è detto che – sistemate le cose a Olbia – la strana coppia dei cieli, gli emiri e l’Aga Khan, non provi a dare un’occhiata anche al dossier Alitalia.
(19 maggio 2017)
I monarchi di Doha – salvo sorprese dell’ultima ora – compreranno dall’Aga Khan il 49 per cento del vettore di Olbia, a un passo dal fallimento dopo undici anni di perdite. E la gloriosa ex-Alisarda, puntellata dai petrodollari, proverà a rinascere dalle sue ceneri. A spianare la strada alle nozze sono stati i dipendenti, accettando una ristrutturazione lacrime e sangue ben più pesante di quello respinta – con tanto di referendum – dai cugini dell’ex-compagnia di bandiera. Hanno mandato giù 396 nuovi esuberi e tagli agli stipendi (fino al 20 per cento principalmente per i piloti). Alla fine però – incrociando le dita – tutti i tasselli sono andati a posto. La società è salva. E il “Modello Meridiana” – assicura Matteo Renzi – è la carta vincente per salvare Alitalia: «Non bisogna buttare via soldi pubblici» ripete l’ex presidente del Consiglio in queste ore a chi parla di liquidazione della società in amministrazione controllata. «Questa operazione sembrava impossibile. Ma Qatar ha risolto la questione e la compagnia ha una prospettiva».
Il salvataggio dell’aerolinea sarda in effetti, al netto dei sacrifici imposti ai lavoratori, ha il sapore del miracolo. Tra i buchi in bilancio, licenze di volo provvisorie, aerei sequestrati e persino appelli di papa Francesco, la società è stata mille volte a un passo dalla chiusura. Proprio come Alitalia. Salvo alla fine cavarsela sempre per il rotto della cuffia fino alle nozze mediorientali. La formula magica per la sopravvivenza, a volerne individuare una, è chiara: il tesoro dell’Aga Khan. «Il nostro socio di riferimento non ci ha mai fatto mancare il sostegno finanziario nemmeno nei momenti più difficili», racconta Marco Rigotti, presidente di Meridiana e regista delle trattative che hanno salvato l’azienda dal baratro. Negli ultimi dieci anni il principe ismailita non ha mai staccato la spina alla sua creatura. Ogni volta che c’è stato da mettere mano al portafoglio, anche per correggere i propri errori strategici, l’ha fatto. Conto finale: un salasso da 650 milioni che si è divorato il tesoretto messo assieme vendendo la Costa Smeralda. Più o meno la cifra che rischia di perdere Etihad nella partita Alitalia.
La via crucis della Meridiana è iniziata nel 2009 quando – dopo quattro anni di passivo – l’Aga Khan ha provato a salvarla fondendola con Eurofly. Non è bastato. Come non è servito a niente (anzi) il matrimonio un anno dopo con Air Italy. Meridiana aveva aerei troppo vecchi e costosi per reggere la concorrenza. Air Italy ed Eurofly erano moscerini rispetto a Ryanair e Easyjet. E così nel 2011 è iniziato il braccio di ferro sulla ristrutturazione. Cinque anni interminabili e pieni di tensioni sindacali «ma serviti a far prendere coscienza a tutti di quello che era necessario fare per salvare più posti di lavoro possibili» ammette Nino Cortorillo, segretario generale della Filt-trasporti Cgil.
L’asticella dei sacrifici è stata messa da subito molto in alto: nel 2011 Meridiana ha messo in mobilità poco meno della metà del personale (910 persone) salvo poi concordare con i sindacati un piano di cassa integrazione straordinaria di quattro anni. L’agonia però, complici la crisi dell’euro e la recessione di quell’anno, è continuata. Le casse della società si sono svuotate, l’aeroporto di Firenze – per dare un’idea della gravità della situazione – è riuscito a ottenere il sequestro di un aereo perché il gruppo non lo pagava. L’Enac ha costretto per qualche tempo la società a operare solo con licenze temporanee rinnovate ogni mese. Nel 2014, l’annus horribilis di Meridiana, l’avventura sembrava arrivata al capolinea: la proprietà ha chiesto la mobilità per 1.600 persone, come dire il taglio di due terzi degli organici. A ottobre papa Francesco in persona – di fronte a una delegazione di dipendenti in Vaticano – ha fatto un appello per il loro posto di lavoro. E a quel punto una miscela di novità – l’interesse di Qatar Airways, la discesa in campo del governo Renzi (in particolare di Federica Guidi) e il paziente lavoro di mediazione di Rigotti – ha acceso una timida luce alla fine del tunnel.
«Ognuno ha fatto la sua parte», dice Cortorillo. Il governo ha messo sul piatto le garanzie sugli ammortizzatori. Qatar ha promesso un piano che prevede il rinnovo e il rilancio della flotta. L’azienda – dopo un piano di uscite agevolate – ha ridotto il numero degli esuberi, scesi prima a 900 poi a 539 e quindi – grazie alle prospettive delle nozze mediorientali – a 396. I dipendenti hanno detto sì a giugno scorso al nuovo contratto di lavoro, ridotto come durata da cinque a tre anni, accettando l’allineamento delle retribuzioni a quelle di Air Italy (molto più convenienti) con un taglio del 20 per cento per quelle più alte. Gli stipendi sono stati rivisti con un netto aumento della quota variabile legata alla produttività in busta paga. Malgrado i mugugni di parte del personale (il 70 per cento dei dipendenti è misteriosamente finito in malattia per un giorno in piena alta stagione la scorsa estate) l’intesa è stata firmata senza bisogno di referendum. E Meridiana guarda oggi al futuro con meno patemi d’animo. A bordo sono saliti gli sceicchi del Qatar. E non è detto che – sistemate le cose a Olbia – la strana coppia dei cieli, gli emiri e l’Aga Khan, non provi a dare un’occhiata anche al dossier Alitalia.
(19 maggio 2017)