Il Venerdì

Ecco perché tifare è una partita tra angeli e demoni

Alex Del Piero, Gianni Rivera e Diego Armando Maradona 
Un grande fanatico del calcio spiega perché a lui e ai suoi “colleghi” non occorra sentirsi più bravi degli altri. Ma più giusti, più vittimizzati, più umani. In una parola: più buoni
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«Vincere – proclamava il grande “mister” del football americano, Vince Lombardi – non è tutto: è l’unica cosa che importi». Ma con tutta le reverenza dovuta a un allenatore che vinse cinque campionati quando ancora non erano i soldi a disegnare le formazioni,  i cinquant’anni e molto più della mia vita da tifoso mi suggeriscono di dissentire: non basta vincere, Mister. Per soddisfare la tormentata psicologia del fanatico occorre sentirsi “migliori” degli altri. Non più bravi. Più giusti, più vittimizzati, più umani. In una parola: più buoni.

Nella nostra disperata immaginazione, la nostra squadra, i nostri beniamini, devono rappresentare l’eterna lotta fra il Bene e il Male e non sono vittorie o sconfitte a cambiarci, altrimenti non si spiegherebbe perché ci si ostini a seguire appassionatamente club che non vinceranno mai uno scudetto e a seguirli anche quando precipitano nei purgatori delle serie inferiori. E per incarnare questa certezza di appartenere alle legioni angeliche in battaglia contro quei satanassi delle altre squadre, è necessario individuare un giocatore, non necessariamento il più bravo o famoso, che rappresenti ai nostri occhi la “bontà” della nostra fede.

Per me ragazzo, l’angelo era Gianni Rivera, in eterna dialettica contro il Nemico, Sandro Mazzola, culminata con l’Apocalisse di Città del Messico ‘70 e l’anatema della staffetta. Il grande Gaetano Scirea, protettore della difesa juventina, apparteneva alla categoria dei buoni, purtroppo certificata dalla fine tragica. Ben oltre i goal fatti, i dribbling, la creatività, Alex Del Piero era stato assunto nella confraternita della bontà con i tacchetti e criticarlo, metterne in dubbio la natura angelicata, significava tirarsi addosso la collera di tifosi e tifose, come oggi se la tirerebbe chi osasse affermare che Totti, “il nostro capitano”, è arrivato inesorabilmente alla fine del suo percorso da calciatore.

Possono essere anche allenatori, tecnici, i portabandiera della nostra bontà, indipendetemente dai risultati che ottengono. Se Tommaso Maestrelli, che portò la Lazio allo scudetto, resterà per sempre e giustamente nel santuario delle memorie biancocelesti, come il Bearzot di Spagna ’82 , così abita permanentemente tra i buoni anche Zdenek Zeman, che non ha mai vinto niente e forse per questo non ha mai visto la propria icona scrostata dalla vanità del successo. Quel successo che ha portato personaggi come José Mourinho, Arrigo Sacchi, Marcello Lippi, Antonio Conte ai vertici della loro professione, ma senza incoronarli con l’aureola dei buoni, quella che invece circonda per sempre Giovanni Trapattoni con le sue madonnine, acquesantierie e battaglie con la sintassi.

Per uscire dal facile, infantile manichesimo del fan che deve non soltanto tifare, ma amare i propri campioni – impresa sempre più ardua nel tempo delle maglie girevoli come porte d’albergo – si deve approdare a quella città che unica in Italia, e rara nel mondo, riesce a racchiudere in se stessa tutto il meglio e il peggio della natura umana: Napoli. In Maradona, nel Pibe de Oro, nel «Divino Scorfano» come lo aveva soprannominato Gianni Brera intuendo la contraddizione che lui portava, i tifosi del Napoli trovarono molto più che un fantastico giocatore di pallone. Trovarono lo Yin e lo Yang, lo Zenith e il Nadir della condizione umana, così ben rappresentata dalla città, la ricchezza del talento e la miseria del comportamento, gli angeli e i demoni che convivono dentro ciascuno di noi.

Buoni e Cattivi si succedono e si sostituiscono, perché la panchina della necessità del tifoso di sentirsi dalla parte del Bene è lunga e per un Del Piero che precipita dall’altare viene intronizzato un altro santino con il volto da fanciullo, Paulo Dybala. E se è facile per i tifosi della Juventus trovare un buono più buono, la fede nella bontà dei propri beniamini resiste al tempo e alle legnate della realtà, in ogni passione sportiva. Sappiamo tutti che non sempre il Bene vince, ma che dobbiamo continare a sperare.

(26 maggio 2017)