Il Venerdì

Spoleto e gli altri che nel loro piccolo fanno grandi opere

"Le nozze di Figaro" al Festival di Spoleto nel 2016 (Agf) 
Da Barolo a Vasto, da Cortona a Ravello, sono ormai tantissimi i paesi d’Italia che nei festival hanno trovato una nuova vocazione. Culturale. Tutto cominciò sessant’anni fa...
 
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I festival culturali sono un nostro insolito record europeo. Nomisma ne ha contati 927, il Forum del libro 1.200, mentre quando l’ultimo Salone di Torino ne ha chiamati a raccolta i principali, le risposte sono state settantadue. Tanti. Ma cosa succede ai borghi grandi e piccoli che li ospitano? Stando a Eli Gottlieb, scrittore americano che qualche anno fa ha partecipato al festival Isola delle storie di Gavoi, nel cuore della Sardegna, accade che la terra si ritrae e lascia il posto a qualcos’altro: «Per il breve e meraviglioso spazio di qualche giorno ho pensato di essere morto e rinato in Paradiso» scrisse ancora fresco di incontri e banchetti barbaricini. La Sardegna, si sa, d’estate fa miracoli. Ma il continente?

La più celebre di tutte le rassegne che trasformano la provincia in capitale è il Festival dei Due Mondi di Spoleto, che dal 1958 proietta una delle tante perle dell’Umbria medievale al centro della scena, prima culturale, poi mondana, turistica, perfino immobiliare: già alla terza edizione si contavano 80mila spettatori, e su Paese Sera Adele Cambria raccontava della granitica devozione del sindaco comunista per il maestro Menotti che aveva compiuto il prodigio. 
Ma se a Spoleto da sessant’anni si canta, si recita, si suona e si balla, a Mantova esattamente da venti scrittori e spettatori si danno convegno semplicemente per parlare e ascoltare. Spoleto ha potuto inserire nella lista del Patrimonio dell’umanità la sua splendida basilica longobarda, Mantova l’intero centro storico: ci sarebbero riuscite senza festival? Per quanto paradossale, la domanda è lecita per l’ormai perfetta identificazione tra luoghi che sono palcoscenici ed eventi che sembrano celebrazioni: «Quando dico che sono di Mantova, la risposta è sempre la stessa: ah, la città del festival!» sorride Marzia Corraini, una delle magnifiche (e magnifici) otto che nel 1997 fondarono Festivaletteratura. 

Prima ancora di Spoleto c’era Ravello, in costiera amalfitana, dove un’infilata di hotel Parsifal, hotel Graal e bar Klingsor ricordano che il celebre festival fu fondato nel 1953 per amore di Richard Wagner. Oggi è rimasta la grande musica, che a seconda delle annate e delle direzioni artistiche si accompagna ad arte, prosa o danza. Ravello ha 2.500 abitanti, quattro alberghi a cinque stelle, un magnifico parco che in dieci anni ha raddoppiato ingressi e incassi, e lo spirito di Gore Vidal che ancora la aiuta nel ghiotto mercato americano: «Noi del festival non abbiamo bisogno» dice un albergatore sfiduciato per la cronica mancanza di programmazione della Fondazione titolare della kermesse. Eppure. Eppure si ripete la magia delle rassegne culturali che graziano i gioielli di provincia: Ravello è prima di tutto quel palco a strapiombo sul mare dove – come dice la brochure del festival – «l’imperfezione dell’udito è ampiamente compensata dalla magnificenza della vista».

Il festival in realtà costa tanto e rende poco: nel 2015 due milioni e mezzo di budget per 62 eventi e 19mila presenze, lo scorso anno 300mila euro in più di spesa per trenta spettacoli e 11mila spettatori in meno. Ma al paese tutto questo non importa: quello che conta cresce sopra, sotto e attorno alla splendida kermesse. Il miliardario turco che ha appena requisito due alberghi a cinque stelle per il matrimonio della figlia, avrebbe scelto Ravello se non fosse stato folgorato dall’immagine dei violini a picco sul Tirreno? Nel dubbio i locali si accontentano di monitorare la rapida crescita della vera industria del paese: da aprile a settembre a Ravello si celebrano almeno quattrocento matrimoni. Quando chiediamo se tra i promessi sposi sono molti i napoletani, i salernitani o gli altri campani, in piazza Duomo ci guardano con compatimento: «Il più povero è l’amico di Erdogan, il più vicino viene dalla Nuova Zelanda». 


Al Festival di Ravello sette spettatori su dieci sono stranieri. Come al Rossini Opera Festival di Pesaro. Chissà se sono gli stessi: «A volte i nostri clienti arrivano direttamente in elicottero» dicono a Villa Cattani Stuart, splendido albergo pesarese con tanto di eliporto. «Ma di solito vengono da Montecarlo». Rossini è così: attira le taglie (economicamente) forti. E la ricchezza che si accompagna al gusto del bello è sempre la benvenuta nei centri minori del Belpaese: «In quelle due settimane di agosto la nostra città è preda di una specie di euforia» dice Silvana Ratti, alla guida dell’omonima, lussuosissima boutique di via Rossini. «Le nostre sale si riempiono di clienti francesi, svizzeri, giapponesi che comprano borse, scarpe e cravatte a un ritmo che è secondo solo al Natale». Lavorano i ristoranti, i tassisti, i parrucchieri: secondo una ricerca del 2011 il Rossini Opera Festival aumenta del 41 per cento le entrate degli alberghi e del 10 quelle dei fiorai. Ce n’è per tutti insomma: «Rossini è il nostro centravanti di sfondamento» scherza Matteo Ricci, sindaco e presidente dell’Opera festival. «Ma negli anni sono nate tante altre rassegne, di musica, cinema, gastronomia». Sembra un programma da bengodi ma è figlio diretto della crisi: «Il festival rossiniano ci sta aiutando a trasformarci in città di cultura, perché noi siamo sempre stati un centro manifatturiero e gli ultimi anni sono stati devastanti». Nel distretto del mobile di Pesaro fino al 2009 la disoccupazione era all’1,4, oggi supera l’8 per cento: «Nel 2016 abbiamo avuto mille lavori stagionali in più» conclude il sindaco. «Secondo me siamo sulla strada giusta».

Perché il punto è sempre quello: soprattutto in Italia e soprattutto in provincia, con la cultura si mangia, anche in senso proprio. Gian Mario Villalta, storico patron di Pordenonelegge, per dare l’idea dell’impatto del suo festival sull’economia cittadina cita un ristoratore negli uffici della locale Camera di Commercio: «All’inizio si lamentava a suon di “cossa servi ‘sta roba qua!”, l’anno scorso sempre in dialetto ha proposto: “Ma ‘sto festival, no se podaria farlo due volte l’anno?”». A ribaltare lo scetticismo in entusiasmo sono stati diciassette anni di successi, e una crisi che come a Pesaro non ha ancora finito di mischiare le carte: «Dagli anni Cinquanta è la prima volta che le nostre terre si confrontano con la difficoltà di trovare lavoro» analizza Villalta. Ma mentre chiudevano le fabbriche, la cultura prendeva a girare a pieno regime: «In questi anni tutto è calato tranne noi che non abbiamo mai smesso di crescere: oltre che un volano economico, i tanti festival culturali di Pordenone sono stati un presidio di orgoglio civico in tempi difficili». Una provincia che si era sempre identificata con il sudore delle fabbriche, la fatica dei campi e il piacere del conto in banca, scopre improvvisamente le gioie della cultura: «Negli anni Ottanta solo un marziano poteva pensare di vivere di libri a Pordenone» aggiunge Villalta. «Oggi tra città e dintorni ci saranno almeno quindici scrittori che pubblicano con grandi case editrici». Oltre a una marea di trattorie che a settembre fanno i doppi e i tripli turni in nome della letteratura universale.

Con la cultura quindi si mangia. Ma quanto? Guido Guerzoni, docente dell’Università Bocconi, da dieci anni analizza l’impatto economico delle rassegne culturali. Nel 2012 ha monitorato i 37 principali festival italiani rilevando una media di 50 mila presenze per 396 mila euro di investimento. Se si parla di soldi, la parola magica di chi fa il tifo per la cultura in piazza è “moltiplicatore”: sempre Guerzoni nel 2014 ha calcolato che per ogni euro investito in Pordenonelegge ne rimbalzano 7,27 sull’economia del territorio. A Mantova lo stesso indicatore sfiora la decina, al Festival Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo oscilla tra 3,5 e 4, mentre a Pesaro le entrate sul territorio doppiano l’investimento pubblico e a Umbria Jazz addirittura lo triplicano. Ma forse tante cifre non valgono l’impressione di prima mano che queste cittadine danno in tempo di festival: «Il terzo fine settimana di settembre a Modena, Carpi e Sassuolo sono filosofici anche i menù dei ristoranti» dice Daniele Francesconi, che ha appena sostituito alla guida del Festival emiliano la storica direttrice Michelina Borsari. «È una pacifica invasione» incalza Gian Mario Villalta. Ma proprio a Nordest, Guerzoni ha lavorato più di fino, dedicandosi alla lettura dei bilanci della rassegna pordenonese: a fronte di 297 mila euro di contributi pubblici per l’edizione 2016, il solo ritorno fiscale per le casse regionali è stato di 418 mila euro. Come dire che la cultura dà da mangiare anche all’Agenzia delle entrate.

A pancia piena possiamo quindi tornare alla passione predominante di tanti festival: «Siamo il maggior attrattore culturale di tutta la Sicilia» dice Pierfrancesco Pinelli, commissario dell’Istituto nazionale dramma antico che cura la stagione del Teatro greco di Siracusa. «Tra maggio e giugno accogliamo 120 mila spettatori per oltre tre milioni di incasso, ma l’orgoglio vero sono i 37 mila studenti che grazie a noi toccano con mano la forza della tragedia e della commedia antica». 

Lo stesso orgoglio del Festival Filosofia, dove ogni anno 35 mila appassionati seguono una media di ben sei incontri a testa: «Grazie a noi la parola argomentata è tornata al centro dello spazio pubblico» dice Francesconi. «E ha risvegliato energie felici di mettersi in rete: con il festival aprono oltre trenta mostre ispirate alle nostre scelte tematiche». Ed è la stessa soddisfazione della mantovana Marzia Corraini: «La cosa più incredibile è che, a inizio estate, la nostra sede viene presa letteralmente d’assalto dai ragazzi che vogliono fare i volontari». Perché vanno bene i magnati turchi, i ricchi francesi e i bilanci in ordine. Ma i festival culturali sono soprattutto sliding doors che trasformano la provincia in trampolino. Prendi Leonardo Goi: è un giovane e brillante ricercatore sociale attualmente impegnato in Colombia. Cresciuto a Pordenone, ha imparato presto l’inglese e a vent’anni si è conquistato uno strapuntino nel festival della sua città: «Accompagnavo gli scrittori, e non so se mi ha emozionato di più Ian McEwan che voleva sapere il punto esatto dove da ragazzo mio padre pescava sul fiume Noncello, Martin Amis che mi parlava dei suoi vent’anni o Peter Cameron che poi sono andato a trovare a New York». 

Alle città che li ospitano, i festival culturali costano e rendono. Ma a chi li frequenta possono offrire ritorni molto difficili da monetizzare.

(23 giugno 2017)