Il Venerdì

Da Toscanini a Ezra Pound: 60 anni in bilico tra Due Mondi

L'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano a Spoleto nel 2015 (Agf) 
Il Festival di Spoleto continua ad attirare anche oggi i più grandi artisti. Reportage tra memorabilia e aneddoti. Per esempio quella notte in cui Florinda Bolkan si eclissò con...  
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SPOLETO. Nell’ora più calda di una domenica di giugno, la coppia di sposi saltella allegra sulla discesa dell’Arringo, verso il Duomo. Lei altissima su tacchi vertiginosi, Messalina biondo oro, superba nell’abito bianco stile impero che contrasta col pancione di sette mesi; lui bassino, goffo, indaffaratissimo a far selfie con due cellulari e a dare istruzioni a una coppia di fotografi da matrimonio. Non è una scena di Don Matteo, che si appresta a girare l’undicesima stagione a Spoleto, ma il desiderio di sentirsi protagonisti in uno degli scorci più scenografici d’Italia, davanti alla facciata del XIII secolo che cela celebri assunzioni e visitazioni e presentazioni e madonne con bambino, sulla piazza dove quest’anno ballerà Roberto Bolle (il 15 luglio) e si esibirà Riccardo Muti nel consueto concerto finale dello storico Festival (il 16). È la città d’arte scelta nel 1957 da Gian Carlo Menotti (1911-2007) come palcoscenico e culla delle arti, per quel Festival dei Due Mondi che, dopo lo scellerato interregno del figlio Francis, ha recuperato il primitivo entusiasmo grazie al direttore Giorgio Ferrara (e un gruppo di fedelissimi appassionati, Luca Ronconi prima, Robert Wilson poi). Spoleto apre le porte alla Sessantesima edizione con la consueta generosità, l’entusiasmo di chi sa quanto le due abbondanti settimane di euforia creativa (quest’anno dal 30 giugno al 16 luglio) abbiano allargato gli orizzonti della cultura e arricchito – non solo artisticamente – il nobile borgo umbro. 

«Al Festival sono passate cose che nessuno aveva mai visto prima. Pensavo fosse un sogno finito ormai, che il libro delle firme di mia madre, con quella di Toscanini in testa, rimanesse chiuso per sempre, invece la manifestazione ha ancora la possibilità di far partire cose nuove» dice Valeria Sapori, titolare della bottega antiquaria Palatium, qui dal 1965. «Non è Don Matteo che porta ricchezza in città, quello è un tipo di “pellegrinaggio” mordi e fuggi, non ne abbiamo bisogno». Leonardo Moro, 30 anni, che vende quadri e oggetti d’arte a Piazza del Mercato, non ha dubbi: «Il Festival di Ferrara porta a Spoleto gli estimatori del bello. Si vendono oggetti di design che nel resto dell’anno restano esposti alla polvere. Ora più che mai, con l’incubo del terremoto che ci ha sfiorato, abbiamo bisogno di un evento che riconcili il turismo con l’Umbria».

Il Festival di Spoleto è un evento che ha un compito persino più arduo di questi tempi, riconciliare gli italiani con la cultura, dopo un ventennio di politica dissennata che ha sdoganato l’equazione arte uguale spreco uguale indebitamento, e rendere la manifestazione appetibile ai giovani con l’inserimento in cartellone di musica elettronica: l’anno scorso con Jeff Mills, quest’anno con Henrik Schwarz (insieme a Mario Biondi e la Roma Sinfonietta), entrambi presenti grazie al testardo interessamento di Tommaso Clarici Monini, 23 anni, rampollo degli industriali dell’olio d’oliva sostenitori del Festival fin dagli esordi. Gli spoletini son tutti d’accordo: ha avuto un bel fegato Ferrara ad assumere la direzione del Festival in un momento in cui nessuno avrebbe più scommesso un centesimo sulla ripresa della magia che Menotti aveva portato in città. 

Nel 1964, dopo anni di gestione pionieristica, il maestro supplicò Filippo Hanke, di origine austriaca, di trasformare la casa diroccata del pittore Francesco Santoro, in posizione strategica sotto la Rocca Albornoziana con vista mozzafiato sul Ponte delle Torri, in una struttura alberghiera dove poter ospitare gli artisti che, ora come allora, soggiornano a lungo in città per mettere a punto i vari spettacoli. La moglie Marisa, 88 anni, e il figlio Pier Giulio, che ancora gestiscono il suggestivo Hotel Gattapone, sono una fonte inesauribile di aneddoti sulla Spoleto arredata da scultori come Henry Moore, Eduardo Chillida, Alexander Calder, Giacomo Manzù (che ordinava Dom Perignon a colazione) e più recentemente Fernando Botero; visitata da poeti come Ungaretti, Quasimodo, Ezra Pound, Osborne e Allen Ginsberg; adorata da registi come Visconti, Polanski e Ken Russell; riverita da étoiles, attori, musicisti, direttori… una valanga di eccellenze che solo a vederne i nomi scritti uno dopo l’altro sulle pareti di Casa Menotti (che è diventato un museo gestito dalla Fondazione Monini) fa venire la pelle d’oca. «Spoleto diventò subito un laboratorio» ricorda Hanke, che nella hall conserva manifesti storici, come quello per l’edizione del ‘69 disegnato da Steinberg, quello del ‘77 di Folon, quello dell’81 di Mirò. «Non c’erano camerini, gli artisti si cambiavano dietro le siepi, all’ospitalità provvedevano i notabili della città come la contessa Paolozzi, mettendo a disposizione dimore storiche come Palazzo Campello. Il Festival dei Due Mondi fa ancora il punto sullo stato dell’arte. Non vengono qui a caccia di favolosi cachet ma per il prestigio e il piacere di esserci».

Gli artisti si sentono liberi a Spoleto, il conformismo già sconfitto da Menotti, che in città portava intrighi e passioni (al Gattapone c’era una “stanza francescana” di cui nessuno conosceva l’esistenza dove si eclissavano Marina Cicogna e Florinda Bolkan, e tutte le coppie che agli occhi del mondo non erano coppie). Ci sarà un motivo se il carismatico e fascinoso direttore Thomas Schippers volle che le sue ceneri fossero tumulate sul muraglione di Piazza Duomo, di fronte al Teatro Caio Melisso (ristrutturato dalla Fondazione Carla Fendi), anziché accanto alla bella moglie Elaine Lane Phipps, morta anch’essa giovane quattro anni prima. Devozione a Menotti, che era più di un amico e un mecenate (in una remota edizione l’Msi organizzò un volantinaggio per protestare contro «l’invasione omosessuale» della città nei giorni del Festival). 
Con le dovute eccezioni – due anni fa Bernard-Henri Lévy fece sudare sette camicie a Ferrara che non riusciva a trovargli un hotel all’altezza del Carlyle di Manhattan, il preferito dal filosofo – gli artisti considerano speciale e rigenerante il tempo trascorso a Spoleto. È recentissima e romantica l’immagine di Baryshnikov, intento a ripassar la parte noncurante dei passanti, sui gradini di Palazzo Dragoni, residenza d’epoca con affaccio sulla Valle Umbra trasformata in romantico hangout dove quest’anno alloggeranno Bolle, Muti e alcuni dei protagonisti del Don Giovanni diretto da James Conlon, scenografie dei premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, ultimo atto della trilogia mozartiana con cui Giorgio Ferrara, regista, apre tradizionalmente il Festival (il 30 giugno al Teatro Nuovo intitolato a Giancarlo Menotti).

I sessant’anni di storia sono custoditi in un gigantesco capannone in località Santo Chiodo, periferia di Spoleto, che contiene anche il laboratorio tecnico al servizio del Festival diretto dall’appassionato Ottorino Neri. Giorgio Ferrara ci guida tra fondali, ribalte, costumi, bozzetti, manifesti, programmi affastellati non per incuria ma per infiniti problemi burocratici: prima i sigilli dell’autorità giudiziaria che fecero seguito all’indebitata gestione di Francis, poi per rimuovere la copertura in amianto. Ferrara accarezza le quinte utilizzate per il Gianni Schicchi diretto da Woody Allen al Teatro Nuovo nel 2009. Gli elementi in papier mâché o cartongesso rendono l’ambiente surreale. Qui corpi travolti dal fango appartenuti a un Parsifal e le statue per l’allestimento de La Piccola Volpe Astuta, là una cabina gialla per The Telephone di Menotti e il vecchio camioncino del Festival, un Lupetto Fiat rosso e giallo di cinquant’anni fa. Nel soppalco sono conservati centinaia di costumi approssimativamente catalogati, le incerate impolverate rivelano meraviglie create da Tosi per Visconti, elaboratissime mantelle goffrate, pellicce e copricapi stravaganti, gigantesche gorgiere forse utilizzate per uno dei tanti Mozart. «Certo non mollo» dice Ferrara, il cui mandato è stato rinnovato fino al 2020. Ed elenca i must dell’edizione 2017: «Gli spettacoli di Emma Dante e Ricci/Forte colmano l’assenza di Ronconi. Imperdibile il Requiem civile commissionato a Silvia Colasanti, Memorie di Adriana (protagonista la Asti, sua moglie, ndr), La Paranza dei Bambini di Saviano. Bolle, Muti, la Abbagnato, la Mannoia e Wilson non hanno bisogno di raccomandazioni». Poi si eclissa con Ottorino a «sistemare le bare» per il suo Don Giovanni ambientato in un cimitero.


(23 giugno 2017)