Il Venerdì

Veli, payot, turbanti e crocifisso. A lezione di italiano

Alcuni partecipanti al corso di Ravenna voluto dal Ministero degli Interni (Gianpiero Corelli) 
Ci sono musulmani ed ebrei ortodossi, evangelici e sikh, al primo corso per rappresentanti di fedi non cattoliche. Si tiene a Ravenna. Materia di studio? La Costituzione
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RAVENNA. «Mi scusi, vedo che i vostri turbanti hanno colori diversi. La cosa riveste un particolare significato religioso o culturale?». Risposta: «Dipende con che camicia dobbiamo abbinarli». I sikh del Punjab sono una delle delegazioni giunte da tutta Italia al primo “Corso per esponenti delle comunità religiose che non hanno firmato intese con lo Stato” (come valdesi e buddisti) iniziato a Ravenna nel maggio scorso. Passato alla cronaca come “il corso universitario per gli imam”, ospita in realtà esponenti di spicco di tutte le comunità non cattoliche d’Italia: non solo musulmani, ma anche ebrei ortodossi, aderenti ad altri culti cristiani non cattolici, come evangelisti e pentecostali, e appunto i sikh.

Gli “studenti” sono una trentina, e vengono dal Veneto alla Sicilia. La pausa caffé è il momento migliore per rompere il ghiaccio, magari  davanti al piccolo buffet di benvenuto. «Cosa c’è in quelli?» domandano via via i religiosi. «Sono dolcetti di mandorle. Abbiamo evitato tutti gli alimenti non consentiti alle varie religioni» risponde la ragazza che sta dietro al bancone. «Niente prosecco?», ma questa volta a fare la domanda è un giornalista venuto alla presentazione del corso. Lei non cade nella piccola provocazione: «Niente alcol signore, mi dispiace. Ma abbiamo del succo di frutta...». «Un giardino in cui i fiori sono tutti dello stesso colore non sarà mai bello quanto un giardino in cui ci sono tanti colori diversi» filosofeggia uno dei sikh. È di Brescia e di lavoro fa il camionista, ma è qui come sacerdote del culto e anche per questo indossa i suoi sgargianti abiti tradizionali. Come gli altri è venuto per imparare a conoscere i fondamenti dell’ordinamento giuridico italiano e per capire come far interagire la propria comunità con lo Stato italiano. Ovviamente coltiva anche il desiderio di utilizzare questo canale ufficiale per far ascoltare le proprie rivendicazioni. «Ci sono diverse incomprensioni da sanare, come ad esempio la questione del kirpan, il pugnale rituale di noi sikh che, pur non essendo un’arma perché non è affilato, ha sollevato tante polemiche». Polemiche sfociate in una sentenza della Corte di Cassazione che il 16 maggio ha imposto a un uomo di religione sikh un’ammenda di 2.000 euro perché, recita la sentenza, «portava fuori dalla propria abitazione, senza un giustificato motivo, un coltello della lunghezza complessiva di 18,5 centimetri idoneo all’offesa per le sue caratteristiche».

Ci sono anche tre donne iscritte al corso, e sono tutte di religione musulmana. Oggi però ne sono venute solo due. Indossano entrambe il chador bianco sul capo. Una viene da Roma, l’altra è di Ravenna e rappresenta la Federazione islamica italiana. Quando le chiedo di parlarmi della propria comunità ci tiene a precisare in modo netto: «Non credo esista una comunità islamica o non islamica, io credo solo nella comunità umana. La mia vicina di casa è la mia comunità a prescindere dalla religione. Se sono qui è proprio per apprendere come spiegare meglio questo concetto». Un altro musulmano, vestito in abiti tradizionali del Marocco, aggiunge: «Vogliamo capire bene come funzionano certe leggi. Ad esempio come e dove possiamo costruire moschee senza creare problemi. Inoltre vorrei chiedere notizie anche sulle pratiche di divorzio. Creano parecchie difficoltà ad alcuni marocchini e egiziani che vivono in Italia. Sa, da noi divorziare è una pratica molto semplice, mentre qui è lunga e costosa». Un gruppo di uomini dalla pelle chiarissima, con barba lunga e payot (i riccioli tradizionali) se ne sta in disparte. Sono gli ebrei ortodossi, tra loro parlano in russo. Si scattano selfie uno via l’altro e sembrano molto contenti di essersi incontrati: «Non ci eravamo mai visti tra noi. Sono felice di aver finalmente conosciuto i colleghi che vivono come me in Italia. Siamo nati quasi tutti in Moldavia, tranne lui che è ucraino. Non si vede che è strano?». E ridono. «Anche noi siamo qui perché vogliamo capire bene le leggi italiane che ci riguardano per evitare problemi e scoprire in che modo possiamo far riconoscere i nostri diritti e la nostra autonomia».

Intorno al tavolo del buffet c’è anche monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo della diocesi di Ravenna-Cervia. Anche lui è vestito con l’abito nero da cerimonia su cui indossa un grosso crocifisso di metallo: «È un’ottima iniziativa. Tutti hanno i propri diritti e le proprie abitudini, come pure i propri luoghi di culto che vanno sempre rispettati. Tutti però devono conoscere il diritto italiano e i limiti in cui possono muoversi». Il monsignore chiede a uno dei sikh come sono i dolcetti di mandorle. Lui, a guance piene, si lascia andare a un cenno di approvazione.

(7 luglio 2017)