Il Venerdì

L'estate delle tartarughe italiane

Tartaruga Caretta Caretta nel Mediterraneo (Michel Gunther / WWF) 
In Italia, già solo fino alla fine di luglio, sono stati trovati una quarantina di nidi di Caretta caretta. Ma, dice il Wwf, la specie resta a rischio. Da noi e nel mondo. Ecco perché
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Federica ha scelto le spiagge dell’Isola d’Elba per deporre le uova, a pochi metri dagli ombrelloni dei bagnanti. È la tartaruga marina che ha nidificato più a nord in Italia, almeno tra quelle di cui si ha notizia. Che non sono pochissime: dalla Toscana alla Sicilia sono già stati identificati, a metà estate, una quarantina di nidi di Caretta caretta, la specie più diffusa nel Mediterraneo che è l’unica a riprodursi anche sulle nostre coste. Una ventina sono sotto la tutela del  Wwf, impegnato nell’annuale campagna di difesa della specie (www.wwf.it/tartarugamarina/). In ogni nido si trovano decine di uova. L’incubazione dura tra i 45 e i 70 giorni. Poi le tartarughine se ne vanno in mare, guidate dal bagliore dell’orizzonte, sempre che le luci artificiali delle spiagge non le confondano portandole verso le strade. L’inquinamento luminoso è infatti, con quello delle acque, una delle minacce per questa specie che deve fare i conti anche con i troppi rumori, la cementificazione delle coste, la pesca e il cambiamento climatico: il sesso delle tartarughine è determinato infatti dalla temperatura dello strato di sabbia in cui sono sepolte le uova, con il riscaldamento globale nascono sempre meno maschi e questo rappresenta un problema per la tenuta riproduttiva delle popolazioni.

«Le deposizioni di uova sembrano essere in aumento, ma è anche vero che, grazie al nostro lavoro di sensibilizzazione, i bagnanti sono diventati più attenti a segnalare le tracce di tartarughe sulle spiagge» dice il biologo Gianluca Cirelli dell’Oasi Wwf di Policoro, in Basilicata. «Poi c’è stato un incremento degli sforzi di volontari, ricercatori e operatori, che ogni anno pattugliano le spiagge alla ricerca di nidi». E se quaranta ritrovamenti possono sembrare pochi (ma l’anno scorso in tutta l’estate furono 60), va ricordato che la Caretta caretta nel Mediterraneo si riproduce, con circa settemila nidi l’anno, quasi esclusivamente in Grecia, Turchia, Cipro e Libia. Per questa specie i nostri mari sono invece un’importante area di sosta e passaggio: acque pericolose. Ogni anno si contano circa 120 mila catture (le tartarughe marine sono vittime del bycatch, la pesca accidentale con ami e reti) e 40 mila morti, dovute, appunto, alla pesca, ma anche alla collisione con le barche e all’ingestione di pezzi di plastica. E sono dati sottostimati, perché frutto unicamente delle segnalazioni dei centri di recupero, una ventina di presidi per lo più autofinanziati che ogni anno curano e rimettono in mare centinaia di esemplari: per il bene della specie, della ricerca (le tartarughe rilasciate vengono marcate con targhette per poterne ricostruire le rotte di navigazione nel caso fossero “ripescate”) e delle acque, visto che questi antichissimi rettili lavorano per gli ecosistemi marini, per esempio tenendo sotto controllo le praterie di posidonia.

Anche a livello globale  (Caretta caretta arriva negli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano) la specie è tuttora un’osservata speciale della Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, che la etichetta come “vulnerabile”. Quindi, oggi, la priorità è la conservazione della specie: è appena partito il progetto Life Euroturtles, protagonisti italiani il Wwf e l’Università la Sapienza di Roma, per sperimentare l’uso di droni nella ricerca dei nidi, di reti con sistemi di sicurezza che permettano alle tartarughe di liberarsi e di un’app dedicata ai pescatori per segnalare gli esemplari e contribuire a definire quanti se ne trovino nei nostri mari. Ma c’è bisogno anche di ricerca. «Restano lacune nelle nostre conoscenze» spiega Cirelli, «per esempio non è chiaro dove le tartarughe trascorrano i primi cinque-dieci anni di vita. Appena nate, una volta raggiunta l’acqua, si attivano meccanismi fisiologici che le spingono a nuotare, ma non sappiamo dove vadano, perché sono troppo piccole per poterle dotare di radiotrasmettitori. Si conosce pochissimo anche sulla genetica delle popolazioni, ma sembra che nel Mediterraneo ci sia una sottopopolazione italica, la più antica della specie».

Intanto dai centri di recupero arrivano storie eccezionali, come quella di Homerous, una femmina recuperata nove anni fa da un pescatore siciliano e affidata al Centro soccorso e cura tartarughe marine di Lampedusa patrocinato dal Wwf. «Quando è arrivata aveva il carapace fratturato e le pinne posteriori lesionate, forse a causa dell’urto con un’elica di motoscafo» racconta Daniela Freggi, la biologa che gestisce il centro. «Le tartarughe nuotano con le pinne anteriori, per cui l’abbiamo medicata e rimessa in mare, scoprendo però che girava su sé stessa. Una radiografia ha evidenziato anche una frattura all’omero della pinna anteriore sinistra, da cui il nome che le abbiamo dato». Nelle tartarughe le fratture non guariscono del tutto, per cui sembrava impensabile rimetterla in acqua. Poi la testardaggine di chi, a Lampedusa, 365 giorni all’anno si dedica alle tartarughe ha avuto la meglio. «Abbiamo provato con la fisioterapia: ogni giorno, grazie ai volontari, Homerous è stata messa in acqua in una baia tranquilla. Il nuoto migliorava anno dopo anno e lei era sempre più forte. Così lo scorso ottobre l’abbiamo liberata». Grazie alla Fondation Octopus è stato acquistato un radiotrasmettitore per seguirne gli spostamenti: lo scorso inverno, quando, come ogni anno per cercare cibo, le tartarughe del Mediterraneo avevano raggiunto le acque del Golfo di Gabès, sulla costa della Tunisia, anche Homerous era là. Le sue tracce si sono perse lo scorso maggio, forse perché le pile del radiotrasmettitore si sono esaurite, ma i dati dicono che il 60 per cento del tempo ha nuotato contro corrente, segno di forza e salute. «È la prima volta che un animale viene rimesso in libertà dopo otto anni» sottolinea Freggi. «Homerous insegna che l’istinto naturale riesce a superare anche difficoltà apparentemente insormontabili».

(11 agosto 2017)