In Colombia sul set di Narcos 3 arrivano i "cavalieri"
di Elena MartelliUscito di scena Escobar, nella nuova stagione della serie di Netflix è il momento del Cartello di Cali. E dei boss eleganti, ma spietati. Siamo andati dietro le quinte
BOGOTA'. Un bagno rivestito di marmi rosa della casa di Miguel Rodríguez Orejuela. Due uomini della Dea sotto l’occhio dell’ispettore Peña (Pedro Pascal) stanno trapanando un muro, sperando di scovare Miguel nascosto nell’intercapedine. La faccia disperata, la mascherina dell’ossigeno alla bocca, il sudore. Il boss sembra avere i minuti contati ma nel monitor vediamo che qualcuno ferma l’operazione. Peña, che nella terza stagione è tornato dall’America ed è diventato il capo della Dea, guarda i colleghi poliziotti con la sua solita aria depressa.
Marzo 2017. In Colombia si gira la terza stagione di Narcos che sarà disponibile su Netflix a partire dal primo settembre. Siamo stati invitati sul set, ma possiamo assistere a questa unica scena del settimo episodio. E in scena entra l’attore venezuelano Francisco Denis nei panni di Miguel Rodríguez Orejuela, uno dei nuovi boss della serie. Dopo l…
Marzo 2017. In Colombia si gira la terza stagione di Narcos che sarà disponibile su Netflix a partire dal primo settembre. Siamo stati invitati sul set, ma possiamo assistere a questa unica scena del settimo episodio. E in scena entra l’attore venezuelano Francisco Denis nei panni di Miguel Rodríguez Orejuela, uno dei nuovi boss della serie. Dopo l…
BOGOTA'. Un bagno rivestito di marmi rosa della casa di Miguel Rodríguez Orejuela. Due uomini della Dea sotto l’occhio dell’ispettore Peña (Pedro Pascal) stanno trapanando un muro, sperando di scovare Miguel nascosto nell’intercapedine. La faccia disperata, la mascherina dell’ossigeno alla bocca, il sudore. Il boss sembra avere i minuti contati ma nel monitor vediamo che qualcuno ferma l’operazione. Peña, che nella terza stagione è tornato dall’America ed è diventato il capo della Dea, guarda i colleghi poliziotti con la sua solita aria depressa.
Marzo 2017. In Colombia si gira la terza stagione di Narcos che sarà disponibile su Netflix a partire dal primo settembre. Siamo stati invitati sul set, ma possiamo assistere a questa unica scena del settimo episodio. E in scena entra l’attore venezuelano Francisco Denis nei panni di Miguel Rodríguez Orejuela, uno dei nuovi boss della serie. Dopo la morte di Pablo Escobar è lui, insieme al fratello Gilberto Rodríguez, al dandy Pacho e a Chepe, a prendere le redini del business del narcotraffico. In Colombia li chiamavano i “cavalieri” del Cartello di Cali per il loro understatement.
Siamo nel 1994: i fratelli Orejuela frequentano i banchieri di Wall Street, comprano all’asta quadri importanti, sparano a sangue freddo e indossano vestiti di buon taglio. Gilberto è alla finanza, Miguel all’organizzazione. Pacho e Chepe sono alla sicurezza. All’uomo solo al comando subentra insomma un quadrumvirato. Sono spietati come Escobar, ma meno appariscenti. Corrompono tutta la città, dalla polizia ai taxisti, dai parlamentari fino ai ministri, ma sono più “presentabili” di quel contadino mitomane in t-shirt di Medellín, così ben interpretato nelle prime due stagioni da Wagner Moura.
«Questa» dice Pedro Pascal «non è una serie che parla solamente della lotta alla coca, della violenza o dell’ambiguità morale. A fare la differenza è il modo in cui questa storia viene raccontata. Quando ho rivisto il primo episodio, ho risentito gli odori e i rumori della strada di Medellìn in cui avevamo girato. Camion che passavano, gente che suonava. Una parte importante della storia è il paesaggio senza stereotipi della Colombia vera».
Fuori dagli studi la città è tutta in costruzione, ma nella Zona Rosa (il quartiere dei locali e dei negozi di lusso) il traffico scorre anche grazie al TransMilenio, uno dei sistemi di trasporto urbano di cui va fiera la capitale, in piena rinascita architettonica. Forse proprio questo nuovo contesto culturale spiega perché una serie come Narcos possa essere girata in questi studios, dove prima si producevano solo telenovelas. Dice lo scenografo messicano Salvador Parra, che ha lavorato con Pedro Almodóvar in Volver e con Julian Schnabel in Prima che sia notte: «Quando sono arrivato qui, in Colombia, il primo anno, lo staff non era abituato a lavorare con standard internazionali. Non c’era nemmeno la cultura delle maestranze. Così abbiamo dovuto fare scuola, “allevando” falegnami, marmisti, pittori, architetti. Ora che hanno imparato il metodo di lavoro è una grande soddisfazione». Di fatto, aggiunge, «abbiamo fondato un’industria cinematografica».
La troupe si è spostata per tutta la Colombia e le location più interessanti – e impressionanti – sono quelle reali. Vuoi mettere girare nelle vere case abbandonate dei narcos? «Quella di Pacho» continua Parra «è proprio la sua. Ora, come tante altre appartenute al Cartello, è di proprietà del governo. Nessuno vuole quelle case, quindi sono distrutte o abbandonate. Noi le abbiamo ristrutturate. Anche se i marmi non sono veri, era fondamentale per noi che tutta la ricostruzione fosse molto accurata».
Parlando con la troupe appare chiaro che con Narcos è in gioco, dal punto di vista culturale, l’immagine stessa della Colombia: per gli spettatori la serie è un grande romanzo noir e politico sulla storia recente del Paese, per i colombiani è soprattutto l’occasione di fare i conti fino in fondo con la propria storia recente, troppo a lungo rimossa. E infatti, proprio sull’onda del successo della serie, sono tanti i film sui narcos che vengono girati di questi tempi. «Quindici anni fa» dice Parra «era impossibile raccontare la storia di Escobar. La gente o lo difendeva o lo odiava – e questo dipendeva da quanto la tua famiglia aveva sofferto. Ora invece i colombiani hanno accettato di parlare del loro passato e sono pronti per elaborarlo. Nella serie noi non trattiamo mai i narcos da eroi». Eppure il mito di Pablo sembra resistere. «Soprattutto sulle magliette dei turisti, però. E per la gente più umile, che tratta Pablo Escobar come se fosse Elvis Presley: una leggenda».
L’inizio di Narcos 3 presenta il Cartello di Cali nel momento dell’ascesa. La storia dei Cavalieri, collusi con il potere, è molto diversa da quella di Escobar, in perenne guerriglia contro il sistema. «Il loro obiettivo» dice Andrés Baiz, regista di molti episodi della serie, «è corrompere le élites colombiane. E quindi l’approccio ai loro personaggi è diverso rispetto alle due serie precedenti. I Cavalieri controllano la polizia, hanno orecchie e occhi dappertutto. A ispirarci sono stati film come Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck e La conversazione di Francis Ford Coppola».
Ma dentro, poi, c’è anche tutta l’anima, struggente e carnale, che ha attraversato le precedenti serie di Narcos e che si fonda sul sentimento profondo di un popolo e di una terra dove tutti hanno il loro ricordo legato a Escobar. «Quando ero piccolo, negli anni Novanta» dice il regista, 46 anni, nato e cresciuto a Cali, «il Cartello faceva parte della nostra vita. L’economia era in pieno boom, e anche se sapevamo che quella crescita era falsata dal narcotraffico, ci sentivamo “protetti”». L’attore Alberto Ammann che interpreta Pacho Herrera racconta: «A un certo punto quest’anno mi si è avvicinato un ragazzo della troupe e mi ha raccontato la sua storia. Il padre, costruttore, era stato ucciso dal Cartello perché voleva uscire da un business che aveva avviato con alcuni di loro, senza sapere che erano legati all’organizzazione. Erano tre anni che voleva dirmelo. Quella scena che stavamo girando lui l’aveva vissuta nella realtà».
Aggiunge Andrés Baiz: «Se volevi costruire un palazzo, avviare un’attività commerciale o anche incidere una canzone dovevi venire a patti con i narcotrafficanti. In quel periodo vivevamo come in uno strano sogno. Non eravamo capaci di guardarci allo specchio. Poi, ci siamo improvvisamente risvegliati. Quando il Cartello fu sconfitto l’economia della città andò a rotoli e ci abbiamo messo anni per recuperare. Ma è come se il significato profondo di quella storia fosse rimasto in ombra». E una serie come Narcos è quasi un risveglio alla normalità.
(11 agosto 2017)
Marzo 2017. In Colombia si gira la terza stagione di Narcos che sarà disponibile su Netflix a partire dal primo settembre. Siamo stati invitati sul set, ma possiamo assistere a questa unica scena del settimo episodio. E in scena entra l’attore venezuelano Francisco Denis nei panni di Miguel Rodríguez Orejuela, uno dei nuovi boss della serie. Dopo la morte di Pablo Escobar è lui, insieme al fratello Gilberto Rodríguez, al dandy Pacho e a Chepe, a prendere le redini del business del narcotraffico. In Colombia li chiamavano i “cavalieri” del Cartello di Cali per il loro understatement.
Siamo nel 1994: i fratelli Orejuela frequentano i banchieri di Wall Street, comprano all’asta quadri importanti, sparano a sangue freddo e indossano vestiti di buon taglio. Gilberto è alla finanza, Miguel all’organizzazione. Pacho e Chepe sono alla sicurezza. All’uomo solo al comando subentra insomma un quadrumvirato. Sono spietati come Escobar, ma meno appariscenti. Corrompono tutta la città, dalla polizia ai taxisti, dai parlamentari fino ai ministri, ma sono più “presentabili” di quel contadino mitomane in t-shirt di Medellín, così ben interpretato nelle prime due stagioni da Wagner Moura.
«Questa» dice Pedro Pascal «non è una serie che parla solamente della lotta alla coca, della violenza o dell’ambiguità morale. A fare la differenza è il modo in cui questa storia viene raccontata. Quando ho rivisto il primo episodio, ho risentito gli odori e i rumori della strada di Medellìn in cui avevamo girato. Camion che passavano, gente che suonava. Una parte importante della storia è il paesaggio senza stereotipi della Colombia vera».
Fuori dagli studi la città è tutta in costruzione, ma nella Zona Rosa (il quartiere dei locali e dei negozi di lusso) il traffico scorre anche grazie al TransMilenio, uno dei sistemi di trasporto urbano di cui va fiera la capitale, in piena rinascita architettonica. Forse proprio questo nuovo contesto culturale spiega perché una serie come Narcos possa essere girata in questi studios, dove prima si producevano solo telenovelas. Dice lo scenografo messicano Salvador Parra, che ha lavorato con Pedro Almodóvar in Volver e con Julian Schnabel in Prima che sia notte: «Quando sono arrivato qui, in Colombia, il primo anno, lo staff non era abituato a lavorare con standard internazionali. Non c’era nemmeno la cultura delle maestranze. Così abbiamo dovuto fare scuola, “allevando” falegnami, marmisti, pittori, architetti. Ora che hanno imparato il metodo di lavoro è una grande soddisfazione». Di fatto, aggiunge, «abbiamo fondato un’industria cinematografica».
La troupe si è spostata per tutta la Colombia e le location più interessanti – e impressionanti – sono quelle reali. Vuoi mettere girare nelle vere case abbandonate dei narcos? «Quella di Pacho» continua Parra «è proprio la sua. Ora, come tante altre appartenute al Cartello, è di proprietà del governo. Nessuno vuole quelle case, quindi sono distrutte o abbandonate. Noi le abbiamo ristrutturate. Anche se i marmi non sono veri, era fondamentale per noi che tutta la ricostruzione fosse molto accurata».
Parlando con la troupe appare chiaro che con Narcos è in gioco, dal punto di vista culturale, l’immagine stessa della Colombia: per gli spettatori la serie è un grande romanzo noir e politico sulla storia recente del Paese, per i colombiani è soprattutto l’occasione di fare i conti fino in fondo con la propria storia recente, troppo a lungo rimossa. E infatti, proprio sull’onda del successo della serie, sono tanti i film sui narcos che vengono girati di questi tempi. «Quindici anni fa» dice Parra «era impossibile raccontare la storia di Escobar. La gente o lo difendeva o lo odiava – e questo dipendeva da quanto la tua famiglia aveva sofferto. Ora invece i colombiani hanno accettato di parlare del loro passato e sono pronti per elaborarlo. Nella serie noi non trattiamo mai i narcos da eroi». Eppure il mito di Pablo sembra resistere. «Soprattutto sulle magliette dei turisti, però. E per la gente più umile, che tratta Pablo Escobar come se fosse Elvis Presley: una leggenda».
L’inizio di Narcos 3 presenta il Cartello di Cali nel momento dell’ascesa. La storia dei Cavalieri, collusi con il potere, è molto diversa da quella di Escobar, in perenne guerriglia contro il sistema. «Il loro obiettivo» dice Andrés Baiz, regista di molti episodi della serie, «è corrompere le élites colombiane. E quindi l’approccio ai loro personaggi è diverso rispetto alle due serie precedenti. I Cavalieri controllano la polizia, hanno orecchie e occhi dappertutto. A ispirarci sono stati film come Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck e La conversazione di Francis Ford Coppola».
Ma dentro, poi, c’è anche tutta l’anima, struggente e carnale, che ha attraversato le precedenti serie di Narcos e che si fonda sul sentimento profondo di un popolo e di una terra dove tutti hanno il loro ricordo legato a Escobar. «Quando ero piccolo, negli anni Novanta» dice il regista, 46 anni, nato e cresciuto a Cali, «il Cartello faceva parte della nostra vita. L’economia era in pieno boom, e anche se sapevamo che quella crescita era falsata dal narcotraffico, ci sentivamo “protetti”». L’attore Alberto Ammann che interpreta Pacho Herrera racconta: «A un certo punto quest’anno mi si è avvicinato un ragazzo della troupe e mi ha raccontato la sua storia. Il padre, costruttore, era stato ucciso dal Cartello perché voleva uscire da un business che aveva avviato con alcuni di loro, senza sapere che erano legati all’organizzazione. Erano tre anni che voleva dirmelo. Quella scena che stavamo girando lui l’aveva vissuta nella realtà».
Aggiunge Andrés Baiz: «Se volevi costruire un palazzo, avviare un’attività commerciale o anche incidere una canzone dovevi venire a patti con i narcotrafficanti. In quel periodo vivevamo come in uno strano sogno. Non eravamo capaci di guardarci allo specchio. Poi, ci siamo improvvisamente risvegliati. Quando il Cartello fu sconfitto l’economia della città andò a rotoli e ci abbiamo messo anni per recuperare. Ma è come se il significato profondo di quella storia fosse rimasto in ombra». E una serie come Narcos è quasi un risveglio alla normalità.
(11 agosto 2017)