È strano che nessuno, per quanto ne so, abbia fatto appello a Isaiah Berlin per cercare di capire quello che sta succedendo da un po’ di tempo a questa parte in Catalogna, perché il grande pensatore è uno che ha ragionato con lucidità sul nazionalismo, e la sua visione si applica in gran parte anche a noi. Secondo Berlin, il nazionalismo è innanzitutto una reazione a un atteggiamento di disprezzo nei confronti dei valori tradizionali di una società, il risultato di un orgoglio ferito e di un sentimento di umiliazione nei suoi esponenti socialmente più consapevoli, che a un certo punto produce rabbia e autoaffermazione.
Questa ferita inflitta al sentimento collettivo di una società non è una condizione sufficiente perché insorga il nazionalismo (la società in questione deve avere anche un gruppo di persone che cercano un riferimento per il loro bisogno di lealtà o autoidentificazione, o una base per il loro potere e, almeno nella testa dei suoi membri più sensibili, un’immagine di se stessa come nazione fondata su un qualche fattore di unificazione generale, come una lingua o una storia comune, reale o inventata); insomma, questa ferita collettiva non è una condizione sufficiente, ma di certo è una condizione necessaria, o almeno così è stato storicamente: Berlin cita spesso l’esempio del primo nazionalismo, quello tedesco, che germinò nel XVII secolo con una difesa della cultura germanica di fronte alla prepotenza francese e sfociò in un’esplosione di sciovinismo aggressivo durante e dopo l’invasione napoleonica; fatte salve le tante differenze, qualcosa di simile è avvenuto in Catalogna negli ultimi anni. Berlin afferma che un sentimento nazionale ferito è come un ramo flessibile, piegato con tanta violenza che quando lo si lascia andare colpisce con furia.
Anche se il nazionalismo catalano quasi mai è stato violento, in Catalogna ora siamo proprio nel mezzo della furia.
È evidente che il franchismo ha inflitto una ferita collettiva al sentimento nazionale catalano, non attenuata dal fatto evidente che molti catalani furono franchisti, né dal fatto che non furono solo i catalani a essere feriti: il franchismo ferì (o uccise) mezza Spagna. La ferita catalana, tuttavia, è innegabile: la lingua catalana fu perseguitata, la cultura catalana fu umiliata e sminuita, le istituzioni catalane furono abolite; insomma, il franchismo, un’ipertrofia mostruosa del nazionalismo spagnolo, cercò di cancellare il nazionalismo catalano. Però dagli anni 50 del secolo scorso alcuni catalani feriti cominciarono a costruire contro il franchismo un discorso sull’orgoglio di essere catalani, sulla dignità della Catalogna, della sua lingua, della sua cultura e delle sue istituzioni, e dopo il franchismo riuscirono non solo a rendere tale discorso egemone, ma anche a portarlo a controllare la Generalitat, l’istituzione che dal 1980 governa l’amplissima autonomia catalana introdotta dalla democrazia, che consentì, fra tante altre cose, la nobilitazione della lingua e della cultura catalane.
Fu una battaglia dura, nobile e legittima, guidata in gran parte dall’uomo più vilipeso di Catalogna, da quando, nel 2014, dichiarò, molto probabilmente per proteggere i suoi figli dai procedimenti giudiziari, che da decenni possedeva una fortuna all’estero: Jordi Pujol, presidente della Generalitat dal 1980 al 2003 e senza dubbio il politico catalano più importante del XX secolo. Durante i suoi oltre vent’anni di potere incontrastato, Pujol ha contribuito in modo decisivo a restituire l’orgoglio ai catalani; il problema è che, nelle mani dei suoi figli (quelli biologici e quelli politici), questo orgoglio si è tramutato in superbia, se non addirittura in bullismo.
La manifestazione più chiara di questa superbia è il cosiddetto derecho a decidir, diritto a decidere, un’aberrazione linguistica (il verbo decidir è transitivo: non si può decidir in astratto, bisogna decidir qualcosa) e pertanto un’aberrazione politica e morale, un diritto inesistente che tuttavia è stato eretto a mantra dall’indipendentismo catalano e che sta a significare che, così come durante il franchismo noi catalani non potevamo decidere assolutamente nulla, ora decideremo assolutamente tutto, perfino quello che riguarda tutti gli spagnoli: perché il referendum convocato a forza per il prossimo 1° ottobre non pretende di decidere il futuro della Catalogna (cosa che per fortuna noi catalani facciamo dall’inizio della democrazia, in elezioni municipali, regionali, nazionali ed europee), ma il futuro della Spagna intera (cosa che ovviamente devono decidere tutti gli spagnoli e non solo i catalani).
Superbia, o bullismo, è decidere che noi, i catalani, decideremo per tutti gli spagnoli, o altrimenti violeremo o cercheremo di violare le regole che ci siamo dati fra tutti. Superbia, o bullismo, è pretendere di negoziare con il governo spagnolo un’uscita dalla situazione corrente sulla base di un lemma coniato dall’attuale presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, che recita così: «O referendum o referendum», ossia: «O quello che voglio io o quello che voglio io». E puro e semplice bullismo è dire, come ha detto il presidente Puigdemont di fronte a un’assemblea di sindaci indipendentisti, non so se rivolgendosi agli indipendentisti, al governo di Madrid, o al resto della Spagna: «Facciamo paura e ne faremo ancora di più».
È il ramo flessibile di Berlin, che dopo essere stato piegato torna a colpire con furia. Non c’è dubbio che, da quando, nell’estate del 2012, l’indipendentismo, fino ad allora minoritario in Catalogna, schizzò alle stelle sotto la spinta degli effetti demolitori della crisi, e la sua crescita repentina si trasformò nella prima manifestazione del populismo in Spagna, il governo spagnolo avrebbe potuto fare tanto di più di quello che ha fatto per imbrigliare il malcontento (un malcontento importante, naturalmente: l’indipendentismo ha ottenuto il 47 per cento dei voti scrutinati nelle ultime elezioni regionali, più che sufficiente per governare il parlamento catalano, ma del tutto insufficiente per intraprendere un’avventura incerta come quella dell’indipendenza).
Il problema è che a questo punto, con la Generalitat lanciata a tutta velocità contro il muro della legalità democratica, a cominciare dalla stessa legalità catalana, è troppo tardi per domandarsi chi colpirà in Catalogna il ramo di Berlin, perché in un modo o nell’altro ci ha già colpiti tutti: anzi, temo fortemente che arrivati a questo punto l’unica cosa che possiamo domandarci è come minimizzare i danni. Un bel disastro.
Traduzione di Fabio Galimberti
(25 agosto 2017)
Questa ferita inflitta al sentimento collettivo di una società non è una condizione sufficiente perché insorga il nazionalismo (la società in questione deve avere anche un gruppo di persone che cercano un riferimento per il loro bisogno di lealtà o autoidentificazione, o una base per il loro potere e, almeno nella testa dei suoi membri più sensibili, un’immagine di se stessa come nazione fondata su un qualche fattore di unificazione generale, come una lingua o una storia comune, reale o inventata); insomma, questa ferita collettiva non è una condizione sufficiente, ma di certo è una condizione necessaria, o almeno così è stato storicamente: Berlin cita spesso l’esempio del primo nazionalismo, quello tedesco, che germinò nel XVII secolo con una difesa della cultura germanica di fronte alla prepotenza francese e sfociò in un’esplosione di sciovinismo aggressivo durante e dopo l’invasione napoleonica; fatte salve le tante differenze, qualcosa di simile è avvenuto in Catalogna negli ultimi anni. Berlin afferma che un sentimento nazionale ferito è come un ramo flessibile, piegato con tanta violenza che quando lo si lascia andare colpisce con furia.
Anche se il nazionalismo catalano quasi mai è stato violento, in Catalogna ora siamo proprio nel mezzo della furia.
È evidente che il franchismo ha inflitto una ferita collettiva al sentimento nazionale catalano, non attenuata dal fatto evidente che molti catalani furono franchisti, né dal fatto che non furono solo i catalani a essere feriti: il franchismo ferì (o uccise) mezza Spagna. La ferita catalana, tuttavia, è innegabile: la lingua catalana fu perseguitata, la cultura catalana fu umiliata e sminuita, le istituzioni catalane furono abolite; insomma, il franchismo, un’ipertrofia mostruosa del nazionalismo spagnolo, cercò di cancellare il nazionalismo catalano. Però dagli anni 50 del secolo scorso alcuni catalani feriti cominciarono a costruire contro il franchismo un discorso sull’orgoglio di essere catalani, sulla dignità della Catalogna, della sua lingua, della sua cultura e delle sue istituzioni, e dopo il franchismo riuscirono non solo a rendere tale discorso egemone, ma anche a portarlo a controllare la Generalitat, l’istituzione che dal 1980 governa l’amplissima autonomia catalana introdotta dalla democrazia, che consentì, fra tante altre cose, la nobilitazione della lingua e della cultura catalane.
Fu una battaglia dura, nobile e legittima, guidata in gran parte dall’uomo più vilipeso di Catalogna, da quando, nel 2014, dichiarò, molto probabilmente per proteggere i suoi figli dai procedimenti giudiziari, che da decenni possedeva una fortuna all’estero: Jordi Pujol, presidente della Generalitat dal 1980 al 2003 e senza dubbio il politico catalano più importante del XX secolo. Durante i suoi oltre vent’anni di potere incontrastato, Pujol ha contribuito in modo decisivo a restituire l’orgoglio ai catalani; il problema è che, nelle mani dei suoi figli (quelli biologici e quelli politici), questo orgoglio si è tramutato in superbia, se non addirittura in bullismo.
La manifestazione più chiara di questa superbia è il cosiddetto derecho a decidir, diritto a decidere, un’aberrazione linguistica (il verbo decidir è transitivo: non si può decidir in astratto, bisogna decidir qualcosa) e pertanto un’aberrazione politica e morale, un diritto inesistente che tuttavia è stato eretto a mantra dall’indipendentismo catalano e che sta a significare che, così come durante il franchismo noi catalani non potevamo decidere assolutamente nulla, ora decideremo assolutamente tutto, perfino quello che riguarda tutti gli spagnoli: perché il referendum convocato a forza per il prossimo 1° ottobre non pretende di decidere il futuro della Catalogna (cosa che per fortuna noi catalani facciamo dall’inizio della democrazia, in elezioni municipali, regionali, nazionali ed europee), ma il futuro della Spagna intera (cosa che ovviamente devono decidere tutti gli spagnoli e non solo i catalani).
Superbia, o bullismo, è decidere che noi, i catalani, decideremo per tutti gli spagnoli, o altrimenti violeremo o cercheremo di violare le regole che ci siamo dati fra tutti. Superbia, o bullismo, è pretendere di negoziare con il governo spagnolo un’uscita dalla situazione corrente sulla base di un lemma coniato dall’attuale presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, che recita così: «O referendum o referendum», ossia: «O quello che voglio io o quello che voglio io». E puro e semplice bullismo è dire, come ha detto il presidente Puigdemont di fronte a un’assemblea di sindaci indipendentisti, non so se rivolgendosi agli indipendentisti, al governo di Madrid, o al resto della Spagna: «Facciamo paura e ne faremo ancora di più».
È il ramo flessibile di Berlin, che dopo essere stato piegato torna a colpire con furia. Non c’è dubbio che, da quando, nell’estate del 2012, l’indipendentismo, fino ad allora minoritario in Catalogna, schizzò alle stelle sotto la spinta degli effetti demolitori della crisi, e la sua crescita repentina si trasformò nella prima manifestazione del populismo in Spagna, il governo spagnolo avrebbe potuto fare tanto di più di quello che ha fatto per imbrigliare il malcontento (un malcontento importante, naturalmente: l’indipendentismo ha ottenuto il 47 per cento dei voti scrutinati nelle ultime elezioni regionali, più che sufficiente per governare il parlamento catalano, ma del tutto insufficiente per intraprendere un’avventura incerta come quella dell’indipendenza).
Il problema è che a questo punto, con la Generalitat lanciata a tutta velocità contro il muro della legalità democratica, a cominciare dalla stessa legalità catalana, è troppo tardi per domandarsi chi colpirà in Catalogna il ramo di Berlin, perché in un modo o nell’altro ci ha già colpiti tutti: anzi, temo fortemente che arrivati a questo punto l’unica cosa che possiamo domandarci è come minimizzare i danni. Un bel disastro.
Traduzione di Fabio Galimberti
(25 agosto 2017)