Il Venerdì

Avanti Popolo, c'è una vita online

 Una militante del Pci con una copia dell'Unità durante una manifestazione a Roma negli anni Settanta (Team/Archivio Alinari Firenze) 
La crisi dei giornali di partito (e dei partiti) ha cancellato molte testate storiche. Di destra e di sinistra. Ma c’è chi resiste e lotta ancora. Su internet
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ROMA. E alcuni audaci in tasca il cellulare: la traduzione 2017 dell’eskimo gucciniano, quello dal quale spuntava identitaria l’Unità, è scritta in caratteri digitali e si scarica in Pdf nel tardo pomeriggio. Nella morìa generalizzata della stampa di partito anche il Pd ha gettato la spugna (e la testata) sostituendo il giornale fondato da Antonio Gramsci con Democratica, redazione al secondo piano del Nazareno, dieci giornalisti diretti da Andrea Romano e l’ambizione di diventare una specie di hub dove far confluire la comunicazione dem nella prossima campagna elettorale.

C’è da dire che l’Unità è arrivata buona ultima alla fine di un quindicennio da tempesta perfetta, durante il quale la crisi dei partiti, la fine del finanziamento pubblico diretto e la cotta un po’ adolescenziale per l’innovazione digitale hanno decimato l’esercito di quelli che nel Novecento si fregiavano dell’onorevole e un po’ roboante titolo di “organo di”. Una strage di carta, sostanzialmente. Perché quasi tutti, in diverse e a volte stravaganti forme, sono migrati sul web, mezzo più economico e soprattutto habitat elettivo per una politica che usa la narrazione come sostituzione delle idee e la leadership personale come un passepartout universale.

Vedi la Lega non più Nord di Matteo Salvini. La Padania e l’omonima radio che ci hanno deliziato per quasi vent’anni con titoli sofisticati come Roma ladrona e occhielli pieni di vu’ cumprà e terroni, non ci sono più. Il giornale ha chiuso nel 2014 e tre anni dopo l’emittente ha ceduto le frequenze a Rtl. Resta solo internet e Il Populista.it, che è tutta un’altra storia. Grafica aggressiva e rubriche su trash e sesso per un prodotto ultrapop ma agile e moderno, cucito come un vestito addosso al linguaggio del suo leader. Il neonato sito salvinista, diretto dal quarantenne Alessandro Morelli con la “paterna” condirezione del segretario politico, riceve tra le trecento e le quattrocentomila visite al mese (fonte Similarweb.com).

Dieci anni prima della Padania, ai tempi in cui Umberto Bossi urlava contro i “vescovoni”, si spegneva la voce del Popolo, nel cui Pantheon direttoriale figurano niente di meno che Aldo Moro e il presidente Mattarella. Ma (sorpresa) non tutto è perduto della stampa scudocrociata. Sarà per i buoni auspici di un fondatore come Alcide De Gasperi, ma La discussione vive e lotta assieme a noi addirittura (sorpresa numero due) in versione cartacea una volta alla settimana. In redazione erano in 47, sono rimasti in otto: «Distribuiamo in dodici regioni e vendiamo qualche centinaio di copie» dice Giampiero Catone, curriculum che si dipana lungo l’asse delle infinite sigle post Dc (guai giudiziari compresi finiti in assoluzioni o prescrizioni): «Sul web abbiamo 20 mila visite al giorno, viviamo di autofinanziamento e con un po’ di pubblicità. Una presenza solo di testimonianza? Niente affatto. Presidiamo il pluralismo e la nostra cultura politica».         
            
Sono invece solo in due, giovani e agguerriti, i redattori che mantengono in vita un altro brand storico della Prima Repubblica. L’Avanti! di Nenni e Pertini ha chiuso i battenti nel lontano 1993 e da quel giorno la testata ha vissuto sull’ottovolante: dopo essere stata spericolatamente “clonata” dal faccendiere Lavitola è entrata nel gioco delle chiusure e riaperture legate alla diaspora socialista. Oggi è un giornale solo online con la micro-redazione nella sede del Partito socialista, fa seimila contatti al giorno e presto si darà un restyling della homepage: «Conteniamo al massimo i costi, consapevoli che per la nostra militanza, in prevalenza anziana, leggerci su internet può non essere agevole» spiega il direttore Mauro Del Bue, una vita passata all’ombra del garofano e una grande passione per la musica lirica. «Ma le cose stanno cambiando, anche i non più giovani imparano a stare sul web. In ogni caso, il compito che ci diamo è conservare la memoria e la storia politica italiana». Gli eredi di Turati nostalgici della carta si possono però consolare con Mondoperaio, la rivista fondata da Nenni e oggi diretta da un altro ex parlamentare socialista di lungo corso, Luigi Covatta.

Se qualcuno rimpiange i tempi dell’aureo pentapartito può guardare anche altrove. La Voce Repubblicana online ha la testata verde come l’immortale edera con cui Forattini copriva le intimità di Giovanni Spadolini, non è un sito ma un giornale in versione digitale al quale, volendo, ci si può abbonare. Anche se nell’ultima filiazione del giornale sul quale scriveva anche Sandro Ciotti non deve tirare una bella aria, visto che l’ultimo numero disponibile annuncia via editoriale le dimissioni (polemiche) del direttore Paolo Morelli. Non manca all’appello della nostalgia neanche il Partito Liberale Italiano, quello di Zanone e Altissimo, ma anche di Luigi Einaudi, che dopo aver distribuito la sua classe dirigente un po’ ovunque, da Forza Italia all’Ulivo, si è ricostituito e ha una serissima rivista ufficiale su internet che si chiama Rivoluzione liberale. Un po’ più frizzante e aggiornata in tempo reale è L’Opinione delle Libertà, di area liberale tendente a destra. Il direttore? Una vecchia conoscenza degli esordi della Seconda Repubblica, Arturo Diaconale.    

Una  vecchia conoscenza della Prima Repubblica, anzi dell’Italia  monarchica, è Il Giornale d’Italia. Il direttore del quotidiano ideato dalla destra storica di Sidney Sonnino, che poi è anche il foglio che inventò la terza pagina sulla quale scriveva perfino Pirandello, è Francesco Storace, che lo ha riaperto sul web e ne ha fatto il giornale del Movimento nazionale per la sovranità. L’ex governatore del Lazio, iperattivo nel viralizzare i contenuti sui social, ne fa una specie di ragione di vita: «Ci lavoriamo in una decina, c’è il sito e il pdf, io ci sto sopra a tempo pieno. I soldi sono pochi, e se devo sponsorizzare un contenuto su twitter uso la mia carta di credito personale».  Malgrado ciò, Storace non nasconde di sognare il ritorno in edicola: «Certo che mi piacerebbe, magari».

Il suo ex compagno di partito Italo Bocchino, invece, al cartaceo non ci pensa proprio. Anzi snocciola con una certa fierezza i numeri del Secolo d’Italia online, del quale è direttore editoriale: «Abbiamo centomila utenti unici al giorno, una newsletter che sfiora i 200 mila destinatari e 12 mila abbonati all’edizione sfogliabile». Nella sede storica di via della Scrofa che fu dell’Msi e poi di An lavorano sedici giornalisti, quasi tutti provenienti dalla redazione del Secolo cartaceo. Dopo essere stato la voce missina e poi finiana ora è organo della Fondazione An, vicino a Fratelli d’Italia senza esserne però il giornale ufficiale. Sul lato opposto della barricata Rifondazione comunista è rimasta invece a bocca asciutta. Gravata dai conti in rosso, Liberazione ha abbandonato le edicole nel 2012 e due anni dopo anche internet. Sul sito del partito resta lo sfogliabile in pdf dire, fare, Rifondazione, sei numeri l’anno dal non troppo invitante occhiello “pagine per l’organizzazione”.

 Tirando le somme della tempesta perfetta, che si è abbattuta mentre Grillo con un triplo salto mortale faceva il percorso inverso e trasformava un blog-giornale in un partito, a finire sott’acqua in questi anni è forse l’idea stessa di giornale di partito. I suoi tempi, le sue liturgie, il suo scarso sex appeal. Ma gli organi “ufficiali” in qualche modo resistono. Mischiati al flusso sempre un po’ ibrido della comunicazione online, spesso indistinguibili dal sito del partito, a volte nascosti nelle nicchie di una libreria. Però sono lì. E, a volte, ritornano.

(8 settembre 2017)