RICCIONE. «Perché ognuno è media di se stesso, e chi non comunica non esiste». Lo hanno scritto proprio così, nella presentazione di un singolare corso di comunicazione (appunto). E non all’Università, a teatro, non in qualche circolo culturale o azienda o laboratorio o aula magna, ma in una discoteca, il Cocoricò di Riccione, tra le più note d’Italia. Sotto la piramide di vetro, in cima a una collina dalla quale si vede il mare, per il lungo pomeriggio di una domenica d’estate e poi dentro la sera e nella prima curva della notte un centinaio di ragazzi hanno ascoltato i coach formatori spiegare come si trasforma la comunicazione in denaro, dentro le mirabolanti autostrade della Rete. Hanno preso appunti. Hanno preso atto. E ci hanno pure creduto.
Comunicare è il grande mito del nostro tempo, forse lo specchio della sua illusione. Comunicare per esserci, anzi per “esserci prima”. Comunicare per sentirsi diversi, unici, per avere un pubblico di amici, ma di più, di followers che un bel giorno si dovranno trasformare in clienti, in contatti d’affari, insomma in soldi. Si è già oltre la fase dei selfie compulsivi e della bulimia espressiva, o dell’incontinenza da Twitter: questa è ormai la frontiera del commercio, forse la salvezza dell’informazione. Essere, tutti, media di tutto e prima ancora di noi stessi. Tutti inviati, cronisti, corrispondenti, testimoni oculari, cameramen, opinionisti. E farsi pagare il disturbo. Crescono, questi corsi, quasi più della speranza di chi si iscrive. Il mito di diventare giornalisti, mestiere splendido ma un po’ frusto, è ora il sogno di costruirsi comunicatori: basta un pc, anzi meno, basta uno smartphone e il gioco è fatto. Ma servono i maestri, i guru. Quelli che ce l’hanno fatta e ti spiegano come puoi farcela anche tu.
Ed eccoci dunque sotto la piramide di Riccione (la definiscono «agorà eccentrica»), quella che due anni fa chiusero per qualche mese perché un sedicenne era appena morto d’ecstasy. Oggi il Cocoricò ha scoperto il giorno, è una location (e cosa, sennò?) anche per incontri, lezioni, seminari e master. I cento aspiranti comunicatori che si siedono col pass al collo, dove c’è scritto «La fabbrica dei leader», hanno un quaderno e una penna forniti dagli organizzatori in cambio di 120 euro d’iscrizione, più la voglia di essere pezzi di quella catena di montaggio, un poco leader del futuro anche loro. E quando un noto televolto come Luca Telese, presentatore della giornata e coach formatore, prende la parola, i cento aspiranti comunicatori si sentono già parte dello show. Perché mica è una barba come a scuola. Ci sono le luci stroboscopiche da discoteca, la musica forte, il fumo scenografico dei concerti. Potevano stupirli con effetti speciali e lo hanno fatto, anche se poi non si sente quello che dice il secondo guru, lo spin-doctor Luigi Crespi, perché il suo microfono ad archetto non funziona e non funzionerà: il bello della comunicazione quando s’inceppa...
Continua sul Venerdì del 15 settembre
Comunicare è il grande mito del nostro tempo, forse lo specchio della sua illusione. Comunicare per esserci, anzi per “esserci prima”. Comunicare per sentirsi diversi, unici, per avere un pubblico di amici, ma di più, di followers che un bel giorno si dovranno trasformare in clienti, in contatti d’affari, insomma in soldi. Si è già oltre la fase dei selfie compulsivi e della bulimia espressiva, o dell’incontinenza da Twitter: questa è ormai la frontiera del commercio, forse la salvezza dell’informazione. Essere, tutti, media di tutto e prima ancora di noi stessi. Tutti inviati, cronisti, corrispondenti, testimoni oculari, cameramen, opinionisti. E farsi pagare il disturbo. Crescono, questi corsi, quasi più della speranza di chi si iscrive. Il mito di diventare giornalisti, mestiere splendido ma un po’ frusto, è ora il sogno di costruirsi comunicatori: basta un pc, anzi meno, basta uno smartphone e il gioco è fatto. Ma servono i maestri, i guru. Quelli che ce l’hanno fatta e ti spiegano come puoi farcela anche tu.
Ed eccoci dunque sotto la piramide di Riccione (la definiscono «agorà eccentrica»), quella che due anni fa chiusero per qualche mese perché un sedicenne era appena morto d’ecstasy. Oggi il Cocoricò ha scoperto il giorno, è una location (e cosa, sennò?) anche per incontri, lezioni, seminari e master. I cento aspiranti comunicatori che si siedono col pass al collo, dove c’è scritto «La fabbrica dei leader», hanno un quaderno e una penna forniti dagli organizzatori in cambio di 120 euro d’iscrizione, più la voglia di essere pezzi di quella catena di montaggio, un poco leader del futuro anche loro. E quando un noto televolto come Luca Telese, presentatore della giornata e coach formatore, prende la parola, i cento aspiranti comunicatori si sentono già parte dello show. Perché mica è una barba come a scuola. Ci sono le luci stroboscopiche da discoteca, la musica forte, il fumo scenografico dei concerti. Potevano stupirli con effetti speciali e lo hanno fatto, anche se poi non si sente quello che dice il secondo guru, lo spin-doctor Luigi Crespi, perché il suo microfono ad archetto non funziona e non funzionerà: il bello della comunicazione quando s’inceppa...
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