NEW YORK Quando ha diretto il suo primo film come regista, Paul Auster aveva compiuto da poco quarantotto anni, un’età anomala per un debutto cinematografico. Amava il cinema sin da piccolo, ma fino a quel momento non aveva mai pensato concretamente di cimentarsi in un linguaggio estraneo a quello delle parole. Avvenne quasi fortuitamente: il suo magnifico racconto Smoke, pubblicato in un’edizione natalizia del New York Times, era diventato immediatamente di culto, suscitando molto interesse per un’eventuale trasposizione. Un paio di anni prima c’era stata una versione cinematografica di La musica del caso, diretta da Philip Haas, ma, nonostante un ottimo cast (James Spader, Mandy Patinkin e Joel Grey, oltre a un cameo dello stesso Auster), e una buona accoglienza nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes, non era riuscito ad attirare un grande pubblico. Sembrava insomma che l’avventura fosse già terminata, ma quella storia natalizia aveva conquistato il cuore di lettori e produttori, nonché l’interesse di Wayne Wang, reduce dal successo di Il circolo della fortuna e della felicità. Ripensando all’esperienza di Smoke, Wang ricorda oggi che nel cinema si ha potere in base a quanto ha incassato il tuo ultimo film, mentre Auster racconta la stessa verità in maniera più disincantata: «Wayne si trovò per la prima e forse ultima volta in una situazione di potere, ed entrambi decidemmo di sfruttare quei quindici minuti, irripetibili».
Il passo successivo fu quello di decidere di condividere la regia, mentre Harvey Weinstein decideva di finanziare il film, rendendo possibile un cast di primissimo ordine, capeggiato da Harvey Keitel, William Hurt, Stockard Channing, Ashley Judd e Forest Whitaker. Il film venne girato a Brooklyn, non lontano da dove abita lo scrittore, e divenne ancora più di culto del racconto. Semplice e seducente, colto e misterioso, propone tutti i temi della narrativa dello scrittore, a cominciare da una struggente empatia per i personaggi, un atteggiamento mai sconfitto di fronte alle coincidenze che sembrano guidare le vicende umane, e una dignità venata di malinconia con cui i personaggi affrontano la fragilità dell’esistenza. Questo approccio pieno di calore ha una dimensione puramente autobiografica, testimoniato dalla scelta di chiamare il personaggio principale Paul Benjamin (quest’ultimo è il suo secondo nome) e dal riferimento a invenzioni letterarie del passato: la storia del ragazzo che trova il corpo congelato del padre in una montagna compare anche nella Trilogia di New York. Il film è talmente riuscito da far passare in secondo piano alcune incongruenze, come il fatto che Forest Whitaker e Harold Perrinau interpretano padre e figlio ma hanno in realtà due anni di distanza: Smoke si rivelò un grande successo del circuito art-house, con un incasso di circa quaranta milioni di dollari a fronte di un budget di sette. Nonostante l’ottimo lavoro di Wang, fu identificato quasi esclusivamente con Auster, il quale girò in autonomia un sequel, intitolato Blue in the Face, che ebbe meno successo, nonostante la presenza nel cast di amici quali Madonna, Lou Reed e Jim Jarmusch.
Fu un momento di scelte fondamentali: Auster raccontava agli amici di essere felice sul set, e di sentirsi creativamente appagato. Passarono quattro anni prima che pubblicasse il suo romanzo successivo, intitolato Timbuctù, scritto mentre cominciava a preparare il film successivo, Lulu on the Bridge, nel quale invitò a recitare Salman Rushdie. Lo scrittore indiano accettò con gran divertimento, ma non ci fu assicurazione disposta ad assumersi il rischio: all’epoca non era stata ancora ritirata la fatwa sul suo nome. Auster scritturò allora un altro amico, Willem Dafoe, e non fu l’unica sostituzione: Juliette Binoche fu rimpiazzata all’ultimo momento da Mira Sorvino. Auster rimase molto affascinato da come interpreti chiamati all’ultimo momento riescano a cambiare l’essenza di un film, e in quei giorni si divertì a teorizzare sull’intima sostanza artistica di una forma espressiva affidata non solo al linguaggio delle immagini ma anche ai budget, ai volti, ai set e a numerose coincidenze.
Nonostante le ottime interpretazioni di Dafoe e Sorvino, Lulu on the Bridge stentò dal punto di vista degli incassi anche nel circuito d’essai, e tra quel film e il successivo, intitolato La vita interiore di Martin Frost passarono nove anni, nei quali scrisse quattro romanzi: Il libro delle illusioni, La notte dell’oracolo, Follie di Brooklyn e Viaggi nello scriptorium. Soprattutto il terzo fu accolto da un notevole successo, ma nel momento in cui si trovò nuovamente sul set, Auster sentì di abitare una casa che non aveva mai abbandonato. Il film, interpretato da Irène Jacob, David Thewlis e la figlia dello scrittore Sophie, fu accolto con freddezza, ma Auster ne parla tuttora come di un’esperienza magnifica, che sarebbe felice di ripetere ancora.
Sono passati dieci anni da allora, e la passione non è diminuita: il cinema compare nei suoi libri, a volte con film e registi mai esistiti. Può sembrare un’operazione cerebrale, ma nasce in verità dalla riflessione costante, e a volte dolente, sul confine labile tra la realtà e l’illusione, e la necessità di creare qualcosa che funga da riferimento e ispirazione. Tutti i suoi personaggi, sia cinematografici che letterari – inclusi i cineasti inventati per i libri – soffrono di pene autentiche, secondo l’insegnamento di Pirandello. E sono autentici i loro sogni, le speranze e gli aneliti: esistono perché per Auster una creazione artistica ha la dignità della vita, a prescindere dalla forma espressiva utilizzata. Non è un caso che in questi ultimi anni abbia intensificato la partecipazione a dibattiti e incontri sul cinema, facendo dell’analisi dell’immagine lo spunto di una riflessione sul senso ultimo dell’esistenza. Parla spesso di sue grandi passioni come Jean Renoir e Robert Bresson: ha sempre prediletto infatti i grandi film francesi, non necessariamente della Nouvelle Vague, ma ama con uguale forza Frederic Wilhelm Murnau, Satjavit Ray e Jacques Tourneur, del quale ritiene che Le catene della colpa sia uno dei film più grandi di tutti i tempi. La lista dei film e registi preferiti ne rivela immediatamente l’animo indipendente ma poi, quando si scalda a parlare di cinema, spiega che Hollywood può raggiungere l’assoluta grandezza anche con film realizzati all’interno dello studio system, come I migliori anni della nostra vita di William Wyler.
Se fosse credente, Auster direbbe di essere alla ricerca costante dell’anima: da ateo, quale si definisce, cerca di comprendere il mistero del cuore dell’essere umano. Una volta mi disse che è innegabile che Smoke racconti un percorso di redenzione, ma che non per questo si debba per forza parlare di religione. E quando gli feci notare che l’evoluzione spirituale del protagonista di Follie di Brooklyn, da disperato a felice, è analoga a quella del protagonista di La vita è meravigliosa di Frank Capra, mi rispose: «È vero, ma lui era un cattolico, e sapeva bene cosa fosse la grazia e la Provvidenza. Io invece vedo nella coincidenza tra la dichiarazione di felicità e l’imminenza della tragedia un mistero beffardo e insondabile». Scandisce le parole con una solennità ironica, leggera, ma poi ripensa alla grandezza di Frank Capra e sorride.
(6 ottobre 2017)
Il passo successivo fu quello di decidere di condividere la regia, mentre Harvey Weinstein decideva di finanziare il film, rendendo possibile un cast di primissimo ordine, capeggiato da Harvey Keitel, William Hurt, Stockard Channing, Ashley Judd e Forest Whitaker. Il film venne girato a Brooklyn, non lontano da dove abita lo scrittore, e divenne ancora più di culto del racconto. Semplice e seducente, colto e misterioso, propone tutti i temi della narrativa dello scrittore, a cominciare da una struggente empatia per i personaggi, un atteggiamento mai sconfitto di fronte alle coincidenze che sembrano guidare le vicende umane, e una dignità venata di malinconia con cui i personaggi affrontano la fragilità dell’esistenza. Questo approccio pieno di calore ha una dimensione puramente autobiografica, testimoniato dalla scelta di chiamare il personaggio principale Paul Benjamin (quest’ultimo è il suo secondo nome) e dal riferimento a invenzioni letterarie del passato: la storia del ragazzo che trova il corpo congelato del padre in una montagna compare anche nella Trilogia di New York. Il film è talmente riuscito da far passare in secondo piano alcune incongruenze, come il fatto che Forest Whitaker e Harold Perrinau interpretano padre e figlio ma hanno in realtà due anni di distanza: Smoke si rivelò un grande successo del circuito art-house, con un incasso di circa quaranta milioni di dollari a fronte di un budget di sette. Nonostante l’ottimo lavoro di Wang, fu identificato quasi esclusivamente con Auster, il quale girò in autonomia un sequel, intitolato Blue in the Face, che ebbe meno successo, nonostante la presenza nel cast di amici quali Madonna, Lou Reed e Jim Jarmusch.
Fu un momento di scelte fondamentali: Auster raccontava agli amici di essere felice sul set, e di sentirsi creativamente appagato. Passarono quattro anni prima che pubblicasse il suo romanzo successivo, intitolato Timbuctù, scritto mentre cominciava a preparare il film successivo, Lulu on the Bridge, nel quale invitò a recitare Salman Rushdie. Lo scrittore indiano accettò con gran divertimento, ma non ci fu assicurazione disposta ad assumersi il rischio: all’epoca non era stata ancora ritirata la fatwa sul suo nome. Auster scritturò allora un altro amico, Willem Dafoe, e non fu l’unica sostituzione: Juliette Binoche fu rimpiazzata all’ultimo momento da Mira Sorvino. Auster rimase molto affascinato da come interpreti chiamati all’ultimo momento riescano a cambiare l’essenza di un film, e in quei giorni si divertì a teorizzare sull’intima sostanza artistica di una forma espressiva affidata non solo al linguaggio delle immagini ma anche ai budget, ai volti, ai set e a numerose coincidenze.
Nonostante le ottime interpretazioni di Dafoe e Sorvino, Lulu on the Bridge stentò dal punto di vista degli incassi anche nel circuito d’essai, e tra quel film e il successivo, intitolato La vita interiore di Martin Frost passarono nove anni, nei quali scrisse quattro romanzi: Il libro delle illusioni, La notte dell’oracolo, Follie di Brooklyn e Viaggi nello scriptorium. Soprattutto il terzo fu accolto da un notevole successo, ma nel momento in cui si trovò nuovamente sul set, Auster sentì di abitare una casa che non aveva mai abbandonato. Il film, interpretato da Irène Jacob, David Thewlis e la figlia dello scrittore Sophie, fu accolto con freddezza, ma Auster ne parla tuttora come di un’esperienza magnifica, che sarebbe felice di ripetere ancora.
Sono passati dieci anni da allora, e la passione non è diminuita: il cinema compare nei suoi libri, a volte con film e registi mai esistiti. Può sembrare un’operazione cerebrale, ma nasce in verità dalla riflessione costante, e a volte dolente, sul confine labile tra la realtà e l’illusione, e la necessità di creare qualcosa che funga da riferimento e ispirazione. Tutti i suoi personaggi, sia cinematografici che letterari – inclusi i cineasti inventati per i libri – soffrono di pene autentiche, secondo l’insegnamento di Pirandello. E sono autentici i loro sogni, le speranze e gli aneliti: esistono perché per Auster una creazione artistica ha la dignità della vita, a prescindere dalla forma espressiva utilizzata. Non è un caso che in questi ultimi anni abbia intensificato la partecipazione a dibattiti e incontri sul cinema, facendo dell’analisi dell’immagine lo spunto di una riflessione sul senso ultimo dell’esistenza. Parla spesso di sue grandi passioni come Jean Renoir e Robert Bresson: ha sempre prediletto infatti i grandi film francesi, non necessariamente della Nouvelle Vague, ma ama con uguale forza Frederic Wilhelm Murnau, Satjavit Ray e Jacques Tourneur, del quale ritiene che Le catene della colpa sia uno dei film più grandi di tutti i tempi. La lista dei film e registi preferiti ne rivela immediatamente l’animo indipendente ma poi, quando si scalda a parlare di cinema, spiega che Hollywood può raggiungere l’assoluta grandezza anche con film realizzati all’interno dello studio system, come I migliori anni della nostra vita di William Wyler.
Se fosse credente, Auster direbbe di essere alla ricerca costante dell’anima: da ateo, quale si definisce, cerca di comprendere il mistero del cuore dell’essere umano. Una volta mi disse che è innegabile che Smoke racconti un percorso di redenzione, ma che non per questo si debba per forza parlare di religione. E quando gli feci notare che l’evoluzione spirituale del protagonista di Follie di Brooklyn, da disperato a felice, è analoga a quella del protagonista di La vita è meravigliosa di Frank Capra, mi rispose: «È vero, ma lui era un cattolico, e sapeva bene cosa fosse la grazia e la Provvidenza. Io invece vedo nella coincidenza tra la dichiarazione di felicità e l’imminenza della tragedia un mistero beffardo e insondabile». Scandisce le parole con una solennità ironica, leggera, ma poi ripensa alla grandezza di Frank Capra e sorride.
(6 ottobre 2017)