Il Venerdì

Mimmo Cuticchio: la mia vita con Orlando (il paladino)

I pupi di Mimmo Cuticchio (Mauro D'Agati) 
Non vuole essere chiamato puparo. Ma ha salvato e rinnovato una grande tradizione. Siamo andati a trovarlo. Niente politica per carità: «Quella è tutt’altro teatrino» 
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PALERMO. I mattatori sognano di morire sul palcoscenico. Mimmo Cuticchio invece a teatro c’è nato. Andò così. Gela, 29 marzo 1948: il pubblico – tutti uomini, per lo più pescatori – sta prendendo posto in sala, lo spettacolo dei Pupi inizierà a momenti. Nell’attesa si fuma, si fiuta tabacco, si sgranocchia calia e simenza, ceci e semi di zucca tostati. All’entrata c’è la signora Pina Patti, coniugata Cuticchio, che sbiglietta. Ma deve interrompersi. Ha avuto un mancamento. È al nono mese di gravidanza e le sono cominciate le doglie. «Mio nonno fece uscire tutti» racconta Mimmo. «Mandò a chiamare la mammana. Le panche vennero spostate per fare posto al letto del parto. Papà stava tornando in carretto da Licata dov’era andato a ritirare l’armatura di un Paladino. Quando arrivò, la gente gli disse che cosa era successo e lui passò la notte a passeggiare davanti al teatrino. All’alba del 30 marzo nacqui io». È il primo maschio. Nonno Mommo (Girolamo) corre ad abbracciare il figlio Giacomo, già padre di due femmine: «Giacumè, finalmente ti nascìu u masculiddu, si’ cuntentu?». E l’altro: «Certo ca sugnu cuntentu, mi dispiaci sulu ca mi fici perdiri l’incasso d’a serata!». Sipario.

Non chiamate Mimmo Cuticchio “puparo”. La definizione non lo offende, ma è riduttiva. Perché tecnicamente “puparo” è chi costruisce pupi. E lui ne fabbrica. Però soprattutto è “oprante”, cioè capocomico di una compagnia pupara; e “cuntista” o “contastorie”, ossia narratore di saghe epico-cavalleresche, da non confondere col “cantastorie”, che con accompagnamento musicale affabulava su fatti di cronaca e politica, insomma: attualità. Oggi magari avrebbe strimpellato sulle prossime Regionali siciliane. Cuticchio andrà a votare? «No. Sarò a Roma a inaugurare la mia mostra di Pupi al Quirinale. Ne porteremo 250» dice con visibile sollievo. Di politica non vuole più parlare: «Tutto quello che avevo da dire lo dissi. Adesso un tappo in bocca mi sono messo!». Allude all’annosa, reiterata ma finora infeconda richiesta di creare a Palermo un teatro stabile dei Pupi. Il suo (r)esiste dal ‘73. Con 15 panche per novanta posti.

Mimmo Cuticchio viene da una famiglia di “opranti camminanti”. Portavano i prodigi dei Pupi in giro per i borghi della Sicilia Occidentale, «d’estate in montagna, d’inverno nei posti di mare, per sfruttare il fermo dei pescatori». Il fervore popolare per le gesta di Orlando & co. non si era ancora spento, ma erano gli anni del dopoguerra, macilenti e spopolati. «I giovani emigravano, nei paesi restavano solo vecchi e ragazzini con le facce già adulte». Per assistere agli spettacoli si pagava in natura: «Olio, formaggio, uova, olive. Barba e capelli gratis dal barbiere... Una volta un calzolaio mi fece un paio di scarponi che saranno pesati 20 chili. Indistruttibili. Ma da mio padre pretese in cambio un anno di abbonamento». Vitaccia grama. Papà Giacomo, il capocomico che di figli con Pina ne farà altri quattro, medita di mollare baracca e burattini, andarsene a lavorare in Belgio. Ma la moglie non ci sta: «Che dici? Almeno qui ci corichiamo in mezzo ai Pupi. In Belgio dove ti corichi?». Non era un’alata metafora: i Cuticchio si coricavano davvero tra le marionette. «Finito lo spettacolo toglievamo le panche e sistemavamo i materassi nella sala che era quasi sempre una stalla, un magazzino, una grotta. Le mie sorelle dormivano tra le quinte dove poco prima erano appesi i Pupi».

Vivendo così, il famoso confine tra realtà e finzione non è che diventasse labile, «non esisteva proprio! La famiglia eravamo noi nove più trecento Pupi» ride Mimmo. A quasi settant’anni è ancora un pezzo di marcantonio con una bella faccia da cospiratore mazziniano. Le scuole elementari le ha fatte a zonzo: «Di pomeriggio, dopo i compiti ricopiavo su un quaderno i canovacci di mio padre sulle avventure dei Paladini e su tutto quello che serviva a portarle in scena: fondali, oggetti, macchine per gli effetti sonori... Per me il baule con gli appunti di papà era lo scrigno di mago Merlino». Di quelle tavole della legge pupara Cuticchio ha conservato tutto il conservabile. Nel suo compound palermitano (teatro, laboratori, abitazione) lungo via Bara dell’Olivella, mi mostra i pizzini vergati dal padre in stampatello preciso-preciso. Ma lì accanto c’è il suo di forziere. Quello di Mimmo. È una scatola da scarpe.Timberland. Dentro, scritte a mano su carta recuperata e fermate ognuna da una graffa, stanno impilate le 107 storie dei paladini di Francia ora raccolte da Cuticchio nel libro Alle armi, cavalieri!, in uscita da Donzelli. «L’ho scritto tutto di getto in qualche mese. A memoria. Come un cieco» dice, omerico.  

Si comincia da Pipino in cerca di una sposa per finire con La solitudine di Carlo Magno. Nell’indice, salvo mie sviste di conteggio, i nomi sono 237. Tutti sbalorditivi: Agolaccio, Altisidora, Bulugante, Buovo d’Agramonte, Dragontina, Dudone della Mazza, Galinferno, Gran Barbassore della Montagna, Gran Barbassore di Russia, Sibiliana, Tramontes, Uggero il Danese... Solo a scorrerli ti viene su una voglia feroce di catapultarti in quella matassa allucinante di parentele, complotti, viaggi, incantesimi, battaglie, ostinate lealtà, mefistofeliche doppiezze, tradimenti, duelli, moltissimi amori e altrettante morti – tutte violente. «Di storie avrei potuto mettercene oltre trecento, ma non volevo appesantire. Già siamo sopra le seicento pagine. È la prima volta che questo ciclo epico da sempre tramandato in forma orale diventa un libro» dice Mimmo, ma senza l’aria trionfante del cavaliere che fece l’impresa. Malinconico, confessa: «Vede, in vita mia ho sempre scritto, ancora oggi continuo a girare con un taccuino in tasca. Ma non avevo mai voluto pubblicare. Chiedere a un contastorie di bloccare il racconto su una pagina è come chiedere a un millepiedi di spiegare come cammina: resterebbe paralizzato». Se alla fine s’è convinto è perché nel suo universo «è tutta questione di memoria». E la memoria pupara svapora a vista d’occhio. «Io ricordo molto meno di mio padre. E lui ricordava meno dei suoi maestri». Quindi un omaggio al genitore? Sì e no. Perché, come in ogni vera tragedia, Mimmo Cuticchio non avrebbe compiuto il proprio destino, non sarebbe diventato l’ultimo grande Paladino dell’arte pupara, se non ne avesse violato la legge arcaica. Se non avesse commesso parricidio. «Negli anni 60 il pubblico tradizionale non c’era più. Se l’erano mangiato cinema e tv. Agli spettacoli venivano solo turisti. Papà continuava con le gesta di Orlando e Rinaldo, ma era costretto a modificarle secondo i desiderata dei nuovi spettatori. I tour operator chiedevano rappresentazioni brevi,  meno poesia e più duelli, battaglie, scene ad effetto. Vidi mio padre arrendersi. “Se andiamo avanti così muoriamo” gli ripetevo. Ma lui voleva proseguire sulla stessa strada: “Qui si fa quello che dico io. Chi ci sta ci sta, e per chi non ci sta la porta è aperta”».

La prima rottura si consumò dopo un viaggio a Parigi, anno 1967: «Ci avevano invitato per una serie di spettacoli all’Ambasciata e all’Istituto Italiano di Cultura. Poi li portammo pure nella “cave” di una libreria a Boulevard Saint-Michel. Un successone. Ci chiesero di prolungare la tournée, ma papà voleva rientrare. “Lascia almeno tuo figlio” gli dissero. Ma lui niente: lasciò un assistente. Non glielo perdonai. Capirà: a 19 anni ero stregato da Parigi. Al ritorno cambiammo a Torino per prendere il Treno del Sole diretto in Sicilia. I vagoni erano stracolmi di emigranti. Quando il capotreno fischiò dissi a mio padre: “Scendo un attimo a riempire la bottiglia d’acqua alla fontanella”. Mentre il convoglio partiva vedevo papà sbracciarsi: “Sali! Sali!». E io: “Un ti preoccupari, ca pigghiu l’autru trenu e ti raggiungo!”. Infatti presi il treno successivo. Ma non per Palermo: per Parigi». Sipario. Per reinventare una tradizione boccheggiante Cuticchio ha “pupizzato” Macbeth e Manon Lescaut, Iliade e Odissea, Tosca e Don Giovanni, portando spettacoli dall’Egitto all’Indonesia, dal Giappone al Vietnam. Ma non è che abbia rottamato le gesta degli antichi Prodi, che «restano pur sempre i fondamentali dell’arte pupara» e quindi rivanno in scena ogni sabato e domenica nel suo teatro palermitano. Anche se in versione depurata da ogni accento anti-maomettano, ché «di scontri di civiltà ne abbiamo già abbastanza».

Con 371 rappresentazioni da due ore l’una, l’intero ciclo dei Paladini poteva durare fino a due anni. Ma la sua suggestione tracimava oltre il recinto teatrale. Dalla metà dell’800 – quando in Sicilia le storie cavalleresche iniziano ad essere raccontate con marionette in arme – il “paladinismo” prese a contaminare il parlato, i nomi da dare ai nascituri, i dolci delle feste, i giochi dei ragazzini – che pure, come le donne, agli spettacoli non erano ammessi per ragioni di decoro: i commenti della platea su quanto accadeva in scena essendo giudicati troppo osé. Si è molto scritto e ancor più ricamato sul grado di immedesimazione dei siciliani nelle traversie dei Pupi. Lo studioso Antonio Pasqualino riferiva  di fiammate d’ira e aggressioni fisiche contro la marionetta dell’odiato traditore Gano di Maganza, con «uso di armi da fuoco e spartizioni rituali del fantoccio malvagio». Perciò i censori della Belle Époque tuonavano contro «il malvezzo delle vandaliche rappresentazioni» che «fanno vedere troppe spade e troppi pugnali ai nostri monelli».

Ma si arrivava davvero allo psicodramma? «Beh, a Balestrate, vicino Palermo, c’era un habitué, tale Don Caloriu – Calogero – che una notte venne a bussarci in lacrime. Un po’ brillo, era angosciato per le sorti di Rinaldo che aveva visto finire privo di sensi in un trabocchetto. Supplicò mio padre di metterlo in salvo accanto agli altri Paladini. Ma prima volle baciare e abbracciare il suo eroe» ricorda Mimmo nel laboratorio. Una Wunderkammer che sembra la materializzazione di tutti i nostri sogni di ragazzini. Dal soffitto pendono ippogrifi, mongolfiere, galeoni, aragoste, pappagalli, e ovviamente cavalieri. Pupi ovunque : «Qui ne avrò un 1.100». Anche in camera da letto. Tanto alla palermitana («80/90 centimetri d’altezza, tra 7 e 15 chili di peso) che alla catanese («alti fino a 1 metro e mezzo e pesanti fino a 35 chili, sempre con  baffetti all’insù, spada in pugno, visiera alzata, ma le ginocchia che non si piegano»). Mi mostra la scatola da cui esce il rumore della pioggia, la ruota per il vento, la lastra metallica per i tuoni, le noci di cocco per il clop-clop dei cavalli. E una maga Alcina dalle tre facce: fanciulla, demonio, morte. Poi una Bradamante: «Unica donna-guerriera con la capigliatura non intagliata nel legno e non nascosta dall’elmo: capelli veri. Questi sono di mia sorella».

Mi racconta come avveniva  la manutenzione dei Pupi: «Intingevamo mezzo limone nella sabbia per poi strofinarlo sulle armature. Dopo le sciacquavamo con acqua di mare e asciugavamo con la segatura. Per renderle più lucenti ci si passava sopra un tampone con polvere di calce». Quanto ci vuole per fabbricare un Pupo? «Circa un mesetto». Di costruttori quanti ne rimangono? «Oltre a mio fratello Nino che fa solo Pupi per il teatro, ne restano un paio che però li mettono anche in vendita». Prezzi dai 500 ai 1.000 euro. E di famiglie “pupare”quante ne sopravvivono? «A non aver mai smesso ci siamo solo noi e i Napoli di Catania. Poi ci sono quelle che negli anni 70 interruppero l’attività adesso ripresa dai nipoti». Facendo slalom nel groviglio di trattorie che lussureggiano lungo via Bara dell’Olivella ripenso al povero Don Calogero che si disperava per il destino di Rinaldo. Un po’ lo capisco. In scena non c’è morte più commovente di quella d’una marionetta. Creatura metafisica nella quale, in barba ai foschi tormenti dell’anima romantica, Heinrich Von Kleist riconosceva l’ultimo rifugio della Grazia.

(20 ottobre 2017)