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Se quindici evasi vi sembran troppi...

Una pattuglia di Carabinieri impegnata nelle ricerche dei due evasi dal carcere di Rebibbia a Roma (Claudio Peri/ Ansa) 
Le fughe dall’inizio dell’anno sono più che raddoppiate rispetto al 2016. Gli agenti penitenziari se la prendono con le «politiche buoniste». In realtà i numeri raccontano altro. Inchiesta
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ROMA. Il giorno che Gina, alias Petya, alias Penka e chissà quanti altri nomi ancora, sbarcò a Fiumicino dalla Germania per essere accompagnata a Rebibbia, non fece nemmeno in tempo a conoscere la sua cella. Accusata dalle procure di mezza Europa, la donna bulgara di 30-35 anni (anche l’età non è mai stata accertata) avrebbe dovuto scontare quattro anni per furto. Ma nel penitenziario sulla Tiburtina Gina-Petya-Penka è rimasta appena mezz’ora. Il tempo di confondersi fra i visitatori, parenti di altre detenute, e di uscire serenamente dalla porta principale mentre in ufficio erano in corso le pratiche per il suo ingresso.

Quella della giovane ladra dell’Est è solo una delle evasioni di un 2017 da record per le carceri italiane: sbarre tagliate come il burro, lenzuola calate nei cortili, bombole del gas per alimentare fiamme ossidriche introdotte chissà come nelle celle. E una polemica sulla sicurezza nelle carceri che…
ROMA. Il giorno che Gina, alias Petya, alias Penka e chissà quanti altri nomi ancora, sbarcò a Fiumicino dalla Germania per essere accompagnata a Rebibbia, non fece nemmeno in tempo a conoscere la sua cella. Accusata dalle procure di mezza Europa, la donna bulgara di 30-35 anni (anche l’età non è mai stata accertata) avrebbe dovuto scontare quattro anni per furto. Ma nel penitenziario sulla Tiburtina Gina-Petya-Penka è rimasta appena mezz’ora. Il tempo di confondersi fra i visitatori, parenti di altre detenute, e di uscire serenamente dalla porta principale mentre in ufficio erano in corso le pratiche per il suo ingresso.

Quella della giovane ladra dell’Est è solo una delle evasioni di un 2017 da record per le carceri italiane: sbarre tagliate come il burro, lenzuola calate nei cortili, bombole del gas per alimentare fiamme ossidriche introdotte chissà come nelle celle. E una polemica sulla sicurezza nelle carceri che non si accenna a placare. I sindacati di polizia penitenziaria contano ben 15 fughe dall’inizio dell’anno. Erano  state 6 nel 2016: «Ovviamente parliamo soltanto delle evasioni classiche, quelle dall’interno di istituti penitenziari» dice Aldo Di Giacomo, segretario del Spp, il sindacato del corpo di polizia penitenziaria che da qualche settimana gira le carceri di tutta Italia e fa lo sciopero della fame per denunciare le scarse condizioni di sicurezza degli agenti. «Perché se aggiungiamo anche le 17 evasioni da permesso premio, le 11 da lavoro esterno, le altre 11 dalla semilibertà e i 21 mancati rientri di internati, la cifra sale, e di molto».

C’è da dire che quasi sempre gli evasi vengono riacciuffati. L’ultimo caso è stato quello dei tre detenuti di Favignana, un carcere di massima sicurezza circondato dal mare che tanto ricorda quel famoso film su Alcatraz: «Capisco le suggestioni cinematografiche» attacca Di Giacomo, «ma qui Alcatraz non c’entra proprio niente. A Favignana non ci sono agenti che controllano le mura di cinta, le telecamere a raggi infrarossi non funzionano, le sbarre delle celle sono di ferro dolce. Tutta colpa dei tagli del ministero e delle politiche buoniste degli ultimi anni, quelle che pensano solo al benessere dei detenuti e dimenticano i poliziotti. Ma perché nessuno dice che ogni giorno 12 colleghi devono ricorrere alle cure mediche per aggressioni in carcere? E non parliamo delle violenze fra detenuti, dei suicidi sempre più frequenti. Il carcere è un inferno, e non solo per chi ha commesso reati. Anzi, lo è soprattutto per chi ci lavora con stipendi da fame».

I tre di Favignana sono stati ripresi dopo cinque giorni di fuga. E non è andata meglio ai due fuggiti  il giorno successivo dal penitenziario di Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, scovati dopo qualche ora. Più difficile è stato riportare in carcere i tre banditi, specializzati in furti in casa, evasi dal carcere di Sollicciano a febbraio. L’ultimo di loro è stato catturato in Olanda a maggio.

Per Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, quelli di Di Giacomo sono  «ragionamenti pretestuosi». Spiega: «I sindacati di polizia strumentalizzano numeri che sono irrilevanti, specialmente se si considerano le evasioni da permesso premio: sono più di 25 mila i detenuti che ne beneficiano, e appena una sessantina non sono rientrati. Un dato fisiologico, comune anche al resto d’Europa». Lo conferma anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando: «Ogni giorno migliaia di detenuti escono dal carcere, vanno a lavorare e poi rientrano. La verità è che l’Italia è il Paese che in Europa ha il minor tasso di evasioni». I numeri gli danno ragione. L’ultimo rapporto Space del Consiglio d’Europa, infatti, colloca il nostro Paese lontanissimo dalla Macedonia (114 evasioni in un anno) e nemmeno troppo vicino a Grecia, Francia, Turchia e Gran Bretagna che oscillano fra le 25 e le 40 fughe dagli istituti penitenziari. «A chi ci accusa di aver tagliato gli organici della polizia penitenziaria mettendo a rischio la sicurezza» rincara Orlando, «consiglio poi di leggere bene i dati delle assunzioni: gli organici sono aumentati di centinaia di unità, e questo non avveniva da anni».

Ma i sindacati non ci sentono e puntano il dito contro la cosiddetta “vigilanza dinamica” e il “regime aperto” che tiene spalancate le porte delle celle per almeno otto ore al giorno consentendo ai detenuti di socializzare molto più che in passato. Un provvedimento legato al sovraffollamento e alle direttive europee che impongono di garantire almeno tre metri per ogni detenuto. Secondo gli ultimi dati, infatti, la capienza massima nelle carceri italiane sarebbe di 50.508 unità, ma ce ne sono almeno settemila in più: «Visto che gli spazi non ci sono» prosegue Di Giacomo, «i detenuti passeggiano liberamente tutto il giorno e per gli agenti è molto più difficile controllarli. Gli insulti e le aggressioni si sono moltiplicati e, purtroppo, anche le fughe. Ecco perché quest’anno abbiamo superato di gran lunga la media di una evasione al mese». Rincara la dose Donato Capece, segretario del Sappe, il sindacato autonomo della Polizia penitenziaria: «Il sistema delle carceri non regge più, e le evasioni ne sono la più evidente dimostrazione».  

L’associazione Antigone, però, difende il “regime aperto” che, sottolinea Gonnella, «serve soprattutto al recupero di chi è finito dietro le sbarre. Sarebbe forse meglio tenere la gente in cella 22 ore al giorno su 24 aumentando così il tasso di aggressività? Del resto, cos’altro avrebbe potuto fare il ministero dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’Uomo che nel 2013 ha definito le condizioni carcerarie italiane inaccettabili? Facciamo in modo che la pena sia utile, offriamo ai detenuti lavoro, scuola, teatro: l’ozio produce aggressività, la prima regola che impone la legge è la rieducazione di chi finisce in carcere». Come accade nel carcere di Massa, considerato un modello, che offre ai detenuti corsi e possibilità di recupero. «Altri istituti, però, non sono in grado di garantirli e spesso in quelle ore fuori dalle celle le persone non fanno nulla» ammette un funzionario del ministero. «È chiaro che per gli agenti, in quelle condizioni diventa tutto più difficile. Con la minaccia dell’Isis adesso devono anche monitorare i fenomeni di proselitismo e radicalizzazione. Poi ci sono i casi paradossali come quel detenuto che ha lasciato una scritta in arabo sui muri della cella ed è scattato un piano di emergenza. Alla fine si è scoperto che era solo un messaggio. Alla mamma».

(8 dicembre 2017)