BARCELLONA. Gli elicotteri della polizia, che per settimane hanno vigilato sulla città dall’aria, hanno smesso di ronzare. Non si sente più il rumore delle caceroladas notturne, non fioriscono più manifestazioni nelle strade del centro. Barcellona vive una tregua elettorale. Ma la tensione rimane sotto traccia in attesa delle elezioni del 21 dicembre. Qualunque sia il risultato, sembra improbabile che le cose possano cambiare. Barcellona soffre. La Catalogna, divisa in due schieramenti che si accusano reciprocamente di fascismo e alimentano un odio crescente, è diventata un Paese difficilmente governabile.
Il governo di Madrid, applicando l’articolo 155 della Costituzione spagnola, ha assunto il potere nella regione. L’ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, è fuggito in Belgio e si è proclamato «presidente in esilio». L’ex vicepresidente, Oriol Junqueras, è in carcere, così come Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, presidenti delle associazioni indipendentiste Asamblea Nacional de Catalunya e Òmnium Cultural. Il colore giallo, con cui si reclama la «libertà dei prigionieri politici», si è trasformato in un simbolo di ribellione. È stata una campagna elettorale strana e sinistra.
In famiglia o al bar si cerca di non parlare di politica per evitare conflitti. Più di 2.500 imprese, fra cui le banche, hanno spostato la loro sede in altre città spagnole. Manuel, giornalista da poco in pensione, se ne andrà da Barcellona prima della fine del mese: per il momento si stabilirà lontano, nel León, all’altra estremità del Nord spagnolo. Victoria, scrittrice, sta organizzandosi per andarsene a Valencia o a Madrid. C’è fatica e sfinimento. Moltissimi barcellonesi sono stufi di vivere in una città in cui, fino a poco tempo fa, mezzo mondo voleva vivere.
Il procés, il processo dalle assonanze kafkiane che doveva condurre la Catalogna all’indipendenza, è stato una grande finzione. Strutture statali, riconoscimento internazionale, impotenza della Spagna, unità del popolo: tutto era falso. Palesemente falso.
Carles Puigdemont, un ex giornalista che non ha mai vinto un’elezione e che per una catena di casualità si è ritrovato prima sindaco di Girona e dopo presidente della Generalitat, ha finito per dichiarare un’indipendenza «sospesa» che nemmeno lui voleva, ma che i suoi alleati più radicali della Coordinadora de unidad popular (Cup), che controllano la piazza, hanno preteso. Ed è arrivato il caos. Un settore della società catalana crede che la Repubblica indipendente abbia già cominciato a esistere, anche se le elezioni sono state convocate da Madrid; un altro settore si è aggrappato al vecchio nazionalismo spagnolo e chiede sempre più repressione. Le bandiere vengono sventolate come insulti. L’assennatezza, il pragmatismo, il più elementare rispetto per la verità e la realtà, sono evaporati da tempo. Chi cerca di fare appello al buon senso, e ammette che gli uni e gli altri possono avere ragione su certe cose, viene screditato come «equidistante»: chi si arrischia a uscire dalla sua trincea si espone al fuoco incrociato. I demoni ancestrali, che da secoli affliggono la Catalogna, sono padroni della situazione.
Lo scrittore Eduardo Mendoza, autore di uno dei romanzi canonici su Barcellona (La città dei prodigi), ha appena pubblicato un opuscolo intitolato ¿Qué está pasando en Cataluña? (Che sta succedendo in Catalogna?). Abbandonando la sua tradizionale ironia, Mendoza fornisce alcune chiavi di lettura per spiegare da dove è nato il malessere che ha condotto alla crisi. Da bravo autore di opere di finzione, dimostra un fiuto molto accurato per scovare finzioni. E tanto Barcellona quanto la Catalogna, che sono due entità opposte, hanno fatto frequentemente ricorso alla menzogna per riscrivere la loro storia.
Fra i segreti che nasconde Barcellona ce n’è uno più oscuro degli altri, e di grande rilevanza. Essendosi unita tardi all’avventura americana (fino alla sconfitta degli Asburgo per mano dei Borboni, nel 1714, aveva il divieto di commerciare con le colonie), l’affare migliore a portata di mano fu quello che gli altri poco a poco stavano rigettando: la tratta degli schiavi. L’alta borghesia barcellonese del XIX secolo, capeggiata da Antonio López, diventò ricca con lo schiavismo. Con quel traffico orrendo fu finanziata la nuova Barcellona, quella dell’Eixample (ampliamento) progettato da Ildefons Cerdá, e con i proventi della schiavitù venne costruita una città magica e illuminata che sembrava germogliata dal fondo del Medioevo: Gaudí, il modernismo, una cattedrale gotica la cui facciata in realtà è stata eretta centocinquant’anni fa, il Rinascimento catalano… Fu un’operazione straordinaria specificamente destinata a occultare la sua origine, l’origine della nuova borghesia, l’origine del denaro che consentì di industrializzare la Catalogna lungo l’asse del fiume Llobregat.
La fantasia barcellonese dovette inevitabilmente essere accompagnata dal recupero delle tradizioni, reali o inventate, della Catalogna ancestrale. E qui cominciarono i problemi. La Catalogna sogna se stessa in ambienti rurali e atavici, puri, estranei alla modernità e pertanto opposti alla grande città: opposti a Barcellona. Il nazionalismo catalano ha sempre rigettato la Barcellona meticcia, industriale, sconvolta nel XX secolo dalle battaglie fra padroni e sindacati, dall’anarchismo violento, dai banditi al soldo degli imprenditori e dal fiume di immigrazione che veniva dal resto della Spagna, sia prima della guerra civile (in cui la borghesia catalana si schierò con Francisco Franco, anche se ora si vuole occultare anche questo) che dopo.
Gli immigrati di lingua spagnola, conviene ricordarlo, si occuparono dei lavori più duri e si videro relegati nei quartieri più insalubri. Quelli che stavano da generazioni a Barcellona e parlavano catalano furono innalzati senza far nulla – semplicemente perché arrivava gente più povera – alla condizione di classe media e alta. La lingua che parlavano, il catalano, acquisì prestigio sociale. E qui sta l’origine di un meccanismo che ha funzionato a pieno ritmo negli ultimi decenni: per essere qualcuno in Catalogna bisogna parlare catalano. L’idioma conferisce rango e nazionalità. Dalla sua ennesima trasformazione, propiziata dalle Olimpiadi del 1992, Barcellona è stata una calamita per il turismo. Aperta, tollerante, bagnata dal mare e dal sole, edonista e felice, si era distaccata dall’industria e, apparentemente, dal suo passato turbolento. Viveva della sua stessa bellezza. Ma questa è la città che fu chiamata “Rosa di Fuoco”. La città che il generale Espartero, reggente di Spagna sotto Isabella II, disse che bisognava prendere a cannonate «almeno una volta ogni cinquant’anni». La città portuale, dura e ribelle che per una ragione o per l’altra non è mai riuscita a sentirsi a proprio agio né con il resto della Catalogna (chiamata con disprezzo «le province») né con il resto della Spagna.
Che cosa succederà a Barcellona? Il futuro immediato appare pessimo. Dopo le elezioni e la pausa natalizia ci si può aspettare che spuntino di nuovo le manifestazioni di massa, sotto la bandiera spagnola o l’estelada (detta anche cubana, perché fu creata dopo l’indipendenza di Cuba per reclamare l’indipendenza della Catalogna), che le migliaia di poliziotti inviati da altre parti della Spagna tornino in strada, che altre persone finiscano in carcere, che gli elicotteri riprendano i loro voli e che la Rosa di Fuoco si infiammi un’altra volta.
Questo conflitto, che durerà anni e il cui esito finale risulta imprevedibile, non sta trasformando soltanto Barcellona. Ha messo fine all’autonomia catalana, almeno come la conoscevamo dalla ricostituzione della Generalitat, nel 1977, e all’insieme del sistema delle autonomie spagnole. Di fatto, ha messo fine anche all’equilibrio costituzionale raggiunto nel 1978. La Spagna diventerà un’altra cosa. E il volto della Spagna futura, intera, divisa o in conflitto permanente, si disegnerà nelle strade di Barcellona.
Enric González è nato a Barcellona nel 1959. Per il quotidiano El País è stato corrispondente da Londra, Parigi, New York, Washington
e Roma. Oggi scrive per El Mundo e per la rivista culturale Jot Down. Tra i suoi libri, Historias de Londres (1999), Historias de Nueva York (2006), Historias del Calcio (2007, in italiano Fuori campo, Aìsara edizioni, 2011), Historias de Roma (2010) e Memorias líquidas (2012)
(traduzione di Fabio Galimberti)
(15 dicembre 2017)
Il governo di Madrid, applicando l’articolo 155 della Costituzione spagnola, ha assunto il potere nella regione. L’ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, è fuggito in Belgio e si è proclamato «presidente in esilio». L’ex vicepresidente, Oriol Junqueras, è in carcere, così come Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, presidenti delle associazioni indipendentiste Asamblea Nacional de Catalunya e Òmnium Cultural. Il colore giallo, con cui si reclama la «libertà dei prigionieri politici», si è trasformato in un simbolo di ribellione. È stata una campagna elettorale strana e sinistra.
In famiglia o al bar si cerca di non parlare di politica per evitare conflitti. Più di 2.500 imprese, fra cui le banche, hanno spostato la loro sede in altre città spagnole. Manuel, giornalista da poco in pensione, se ne andrà da Barcellona prima della fine del mese: per il momento si stabilirà lontano, nel León, all’altra estremità del Nord spagnolo. Victoria, scrittrice, sta organizzandosi per andarsene a Valencia o a Madrid. C’è fatica e sfinimento. Moltissimi barcellonesi sono stufi di vivere in una città in cui, fino a poco tempo fa, mezzo mondo voleva vivere.
Il procés, il processo dalle assonanze kafkiane che doveva condurre la Catalogna all’indipendenza, è stato una grande finzione. Strutture statali, riconoscimento internazionale, impotenza della Spagna, unità del popolo: tutto era falso. Palesemente falso.
Carles Puigdemont, un ex giornalista che non ha mai vinto un’elezione e che per una catena di casualità si è ritrovato prima sindaco di Girona e dopo presidente della Generalitat, ha finito per dichiarare un’indipendenza «sospesa» che nemmeno lui voleva, ma che i suoi alleati più radicali della Coordinadora de unidad popular (Cup), che controllano la piazza, hanno preteso. Ed è arrivato il caos. Un settore della società catalana crede che la Repubblica indipendente abbia già cominciato a esistere, anche se le elezioni sono state convocate da Madrid; un altro settore si è aggrappato al vecchio nazionalismo spagnolo e chiede sempre più repressione. Le bandiere vengono sventolate come insulti. L’assennatezza, il pragmatismo, il più elementare rispetto per la verità e la realtà, sono evaporati da tempo. Chi cerca di fare appello al buon senso, e ammette che gli uni e gli altri possono avere ragione su certe cose, viene screditato come «equidistante»: chi si arrischia a uscire dalla sua trincea si espone al fuoco incrociato. I demoni ancestrali, che da secoli affliggono la Catalogna, sono padroni della situazione.
Lo scrittore Eduardo Mendoza, autore di uno dei romanzi canonici su Barcellona (La città dei prodigi), ha appena pubblicato un opuscolo intitolato ¿Qué está pasando en Cataluña? (Che sta succedendo in Catalogna?). Abbandonando la sua tradizionale ironia, Mendoza fornisce alcune chiavi di lettura per spiegare da dove è nato il malessere che ha condotto alla crisi. Da bravo autore di opere di finzione, dimostra un fiuto molto accurato per scovare finzioni. E tanto Barcellona quanto la Catalogna, che sono due entità opposte, hanno fatto frequentemente ricorso alla menzogna per riscrivere la loro storia.
Fra i segreti che nasconde Barcellona ce n’è uno più oscuro degli altri, e di grande rilevanza. Essendosi unita tardi all’avventura americana (fino alla sconfitta degli Asburgo per mano dei Borboni, nel 1714, aveva il divieto di commerciare con le colonie), l’affare migliore a portata di mano fu quello che gli altri poco a poco stavano rigettando: la tratta degli schiavi. L’alta borghesia barcellonese del XIX secolo, capeggiata da Antonio López, diventò ricca con lo schiavismo. Con quel traffico orrendo fu finanziata la nuova Barcellona, quella dell’Eixample (ampliamento) progettato da Ildefons Cerdá, e con i proventi della schiavitù venne costruita una città magica e illuminata che sembrava germogliata dal fondo del Medioevo: Gaudí, il modernismo, una cattedrale gotica la cui facciata in realtà è stata eretta centocinquant’anni fa, il Rinascimento catalano… Fu un’operazione straordinaria specificamente destinata a occultare la sua origine, l’origine della nuova borghesia, l’origine del denaro che consentì di industrializzare la Catalogna lungo l’asse del fiume Llobregat.
La fantasia barcellonese dovette inevitabilmente essere accompagnata dal recupero delle tradizioni, reali o inventate, della Catalogna ancestrale. E qui cominciarono i problemi. La Catalogna sogna se stessa in ambienti rurali e atavici, puri, estranei alla modernità e pertanto opposti alla grande città: opposti a Barcellona. Il nazionalismo catalano ha sempre rigettato la Barcellona meticcia, industriale, sconvolta nel XX secolo dalle battaglie fra padroni e sindacati, dall’anarchismo violento, dai banditi al soldo degli imprenditori e dal fiume di immigrazione che veniva dal resto della Spagna, sia prima della guerra civile (in cui la borghesia catalana si schierò con Francisco Franco, anche se ora si vuole occultare anche questo) che dopo.
Gli immigrati di lingua spagnola, conviene ricordarlo, si occuparono dei lavori più duri e si videro relegati nei quartieri più insalubri. Quelli che stavano da generazioni a Barcellona e parlavano catalano furono innalzati senza far nulla – semplicemente perché arrivava gente più povera – alla condizione di classe media e alta. La lingua che parlavano, il catalano, acquisì prestigio sociale. E qui sta l’origine di un meccanismo che ha funzionato a pieno ritmo negli ultimi decenni: per essere qualcuno in Catalogna bisogna parlare catalano. L’idioma conferisce rango e nazionalità. Dalla sua ennesima trasformazione, propiziata dalle Olimpiadi del 1992, Barcellona è stata una calamita per il turismo. Aperta, tollerante, bagnata dal mare e dal sole, edonista e felice, si era distaccata dall’industria e, apparentemente, dal suo passato turbolento. Viveva della sua stessa bellezza. Ma questa è la città che fu chiamata “Rosa di Fuoco”. La città che il generale Espartero, reggente di Spagna sotto Isabella II, disse che bisognava prendere a cannonate «almeno una volta ogni cinquant’anni». La città portuale, dura e ribelle che per una ragione o per l’altra non è mai riuscita a sentirsi a proprio agio né con il resto della Catalogna (chiamata con disprezzo «le province») né con il resto della Spagna.
Che cosa succederà a Barcellona? Il futuro immediato appare pessimo. Dopo le elezioni e la pausa natalizia ci si può aspettare che spuntino di nuovo le manifestazioni di massa, sotto la bandiera spagnola o l’estelada (detta anche cubana, perché fu creata dopo l’indipendenza di Cuba per reclamare l’indipendenza della Catalogna), che le migliaia di poliziotti inviati da altre parti della Spagna tornino in strada, che altre persone finiscano in carcere, che gli elicotteri riprendano i loro voli e che la Rosa di Fuoco si infiammi un’altra volta.
Questo conflitto, che durerà anni e il cui esito finale risulta imprevedibile, non sta trasformando soltanto Barcellona. Ha messo fine all’autonomia catalana, almeno come la conoscevamo dalla ricostituzione della Generalitat, nel 1977, e all’insieme del sistema delle autonomie spagnole. Di fatto, ha messo fine anche all’equilibrio costituzionale raggiunto nel 1978. La Spagna diventerà un’altra cosa. E il volto della Spagna futura, intera, divisa o in conflitto permanente, si disegnerà nelle strade di Barcellona.
Enric González è nato a Barcellona nel 1959. Per il quotidiano El País è stato corrispondente da Londra, Parigi, New York, Washington
e Roma. Oggi scrive per El Mundo e per la rivista culturale Jot Down. Tra i suoi libri, Historias de Londres (1999), Historias de Nueva York (2006), Historias del Calcio (2007, in italiano Fuori campo, Aìsara edizioni, 2011), Historias de Roma (2010) e Memorias líquidas (2012)
(traduzione di Fabio Galimberti)
(15 dicembre 2017)