✕

L'ultimo fognatore di Napoli

Un fognatore avanza nelle fogne (Riccardo Siano) 
Un tombino davanti al Museo Archeologico ed eccoci nel sottosuolo: 1.200 chilometri di canali da monitorare nella più fragile tra le città. Chi fa questo lavoro? Seguiteci
5 minuti di lettura

NAPOLI. Questa storia comincia ad un incrocio: quello tra via Santa Teresa degli Scalzi e via Salvator Rosa. Di fronte c'è il Museo Archeologico Nazionale. È lo snodo che conduce verso tre zone nevralgiche della città. In alto si va verso Capodimonte e la collina del Vomero. In basso verso piazza Dante e poi fino al lungomare. L'appuntamento è qui. Il cellulare squilla mentre ammiro i grandi manifesti della mostra all'Archeologico: i Gladiatori, mi pare di buon auspicio per quello che mi aspetta. "Dottore, Habemus cloaca...Lei dov'è?". La voce è di Mauro De Pascale, capo della comunicazione dell'Abc (Acqua Bene Comune), la società che gestisce la rete fognaria cittadina. Oggi è il giorno X. Dopo quattro mesi di trattative scendiamo nelle fogne di Napoli per scoprire l'altra faccia della città sotterranea. Non quella dei pacchetti turistici fatti di cave, rifugi di guerra, cimiteri... ma il…

NAPOLI. Questa storia comincia ad un incrocio: quello tra via Santa Teresa degli Scalzi e via Salvator Rosa. Di fronte c'è il Museo Archeologico Nazionale. È lo snodo che conduce verso tre zone nevralgiche della città. In alto si va verso Capodimonte e la collina del Vomero. In basso verso piazza Dante e poi fino al lungomare. L'appuntamento è qui. Il cellulare squilla mentre ammiro i grandi manifesti della mostra all'Archeologico: i Gladiatori, mi pare di buon auspicio per quello che mi aspetta. "Dottore, Habemus cloaca...Lei dov'è?". La voce è di Mauro De Pascale, capo della comunicazione dell'Abc (Acqua Bene Comune), la società che gestisce la rete fognaria cittadina. Oggi è il giorno X. Dopo quattro mesi di trattative scendiamo nelle fogne di Napoli per scoprire l'altra faccia della città sotterranea. Non quella dei pacchetti turistici fatti di cave, rifugi di guerra, cimiteri... ma il lato sporco e cattivo che custodisce i segreti della fragilità del territorio. Voragini, crolli, talvolta vittime. E dei suoi controllori che vigilano su una città che ha sempre scavato dentro se stessa: i fognatori.
"De Pascale, sono proprio davanti al museo... Con il fotografo".

"Sì, ora la vedo... Attraversi".  Mi volto. C'è un gruppetto di persone che si sbraccia all'interno di uno spazio recintato. Un furgoncino, alcuni operai alle prese con un verricello proprio sopra un tombino. Scoprirò dopo che quello in cui mi calerò è il chiusino d'accesso al partitore, la vasca di confluenza che riceve le acque provenienti dalla collettrice Salvator Rosa e da quelli promiscui del  Fognone di Santa Teresa degli Scalzi. La spavalderia che mi ha accompagnato durante i quattro mesi di attesa per le liberatorie e altre pratiche burocratiche lascia lo spazio alla consapevolezza: non c'è nulla fare, ormai non posso più tirarmi indietro.

Il prologo

C'è una data. Una foto. E un geologo. È il  27 gennaio 2021. Ero venuto a Napoli per vedere la situazione a un mese dal crollo del parcheggio dell'Ospedale del Mare di Napoli, periferia Est della città. Solo per un caso non aveva provocato vittime. Mi aveva colpito un'immagine di quel disastro ripresa dal drone. A quella associavo le carte e le mappe del dissesto idrogeologico di Napoli mostratemi dal geologo Lucio Amato. Alla fine sapevo quasi tutto del tufo giallo napoletano, la tipica roccia del territorio. Ne conoscevo la storia (antichissima), lo spessore (una decina di metri), le sue direttrici e i gradi di sedimentazione. E mentre annotavo dati, date e memorizzavo cartine, scoprivo che la parola che più di altre mi aveva colpito era fognatore.  Amato continuava a ripeterla: "Svolgono un lavoro decisivo di controllo e salvaguardia del sottosuolo. Capaci solo con un'occhiata di individuare le criticità che potrebbero produrre crolli e voragini. Ma sono in via di estinzione. Ne saranno rimasti una ventina".
Non ho più avuto nessun dubbio. Dovevo vederli all'opera.

L’ingegnere Edmondo Albano mostra il percorso (Riccardo Siano) 

Ripartiamo dell'Abc

Manca poco alla discesa. Edmondo Albano è il giovane ingegnere dell'Abc responsabile delle fogne. Mi spiega cosa faremo, mentre produce una formidabile sequela di informazioni  tecniche ricordandomi il primato conquistato da Napoli nel 2004, quando fu presentato il primo catasto fognario d'Italia. Ascolto con dedizione. Tuta, stivali, maschere, guanti e occhiali di protezione. Modello Covid-19. Più torcia d'ordinanza. Il cambio d'abito avviene nel piccolo cantiere con pubblico non pagante che si ferma a curiosare. Motorini che prima sfrecciano e poi si fermano, mamme con carrozzina che aspettano al semaforo e i commercianti della zona che già si lamentano pensando che quel cantiere è dovuto al solito guasto che rischia di bloccare l'erogazione dell'acqua per ore.

Non c'è più tempo da perdere e bisogna rispettare gli orari: le 9.30 sono l'ideale (mai alle 8 del mattino quando la concentrazione delle gente nei bagni di casa è all'apice). È questa l'ora in cui la sinfonia prodotta all'unisono da centinaia di migliaia di scarichi (cessi, lavandini, lavatrici...) diventa un Allegro ma non troppo.

Il percorso si snoda sotto il Museo Archeologico, prosegue lungo via Foria e fino a piazza Cavour. Un tratto con notevoli pendenze su cui vigila il mio Indiana Jones della saittella (tombino). Si chiama Gennaro Sessa e ha 62 anni, trenta dei quali passati sottoterra, "nei manufatti", come chiamano le fogne, quasi una forma di rispetto lessicale, certo meno greve dei suoi sinonimi. Non rivendica nessun titolo ma lo considerano "l'ultimo fognatore". Per esperienza ed età. Dallo sguardo si intuisce che ha visto tutto. Sopra e sotto Napoli. Con Domenico "Mimmo" Blasio, l'altro accompagnatore, ha curato i dettagli della visita distribuendo consigli e rassicurandoci, mostrandomi anche la bombola d'ossigeno a portata di mano: in caso di svenimento. Anzi, di mancamento come dicono loro. Sono appena risaliti: hanno misurato la presenza dei gas saturi e sono pronti a guidarci.

Il nostro inviato con la tuta protettiva (Riccardo Siano)
  

Va giù Riccardo Siano, il fotografo con attrezzatura al seguito. Poi tocca a me. Si scende aggrappandosi ai maniglioni del tombino. Un piede dopo l'altro.  Gli ultimi metri sono i più complicati. La tensione rende il passo sempre più incerto e non si ha la percezione di quanto si stia scendendo. Quando tocco terra siamo a 9-10 metri sotto il livello stradale. Qui le nostre miserie interiori producono il rumore a tratti assordante delle acque di scolo come fossero cascate. Si cammina in fila indiana ai bordi dei canaletti levigati e resi scivolosi da secoli di liquami mentre dalle volte borboniche filtra altra acqua. 

Gennaro non mi perde mai di vista mentre Mimmo tiene a bada Riccardo: l'attrezzatura fotografica è pesante e rende i movimenti lenti e complessi. "Una volta questo lavoro si tramandava in famiglia" urla Gennaro per superare i decibel prodotti dall'acqua degli scarichi. "Ora è diverso. Fognatore è sì un lavoro di mmerda (due emme) ma appartiene alla nostra storia. Oggi è difficile trovare chi vuole ancora farlo. Siamo rimasti una ventina, mentre la rete fognaria è sempre la stessa con i suoi 1.200 chilometri di manufatti in muratura di tufo dalla fine dell'Ottocento. Le aree di competenza sono divise tra squadre di pronto intervento: abbiamo a che fare con crolli, voragini e operazioni di messa in sicurezza soprattutto dopo i colpi delle bande del buco che lasciano macerie. Utilizzano come porte d'accesso un basso, un'officina, un negozio. A noi tocca ripulire dai detriti che bloccano o deviano i corsi d'acqua". Gennaro conosce direzioni, snodi, calcola tragitti e individua i punti da cui i rapinatori entrano o escono. Un'attività, dice, che il lockdown ha accentuato."Nun ce facimm'mancà niente".

Continuiamo a scendere mentre Gennaro illumina le volte degli alvei. "Qui sopra, c'è il civico... La tabaccheria di.... Dall'altra parte corrisponde il numero dell'ufficio postale... All'altezza di quell'arco c'è l'ingresso di Palazzo... palazzo storico. In fondo, dovete fidarvi di quello che dico, c'è il deposito di via...Quando usciamo verificate. Davanti all'edicola c'è un tombino. Poi un altro ma di forma rettangolare. Ci passano cavi elettrici, telefonia, fibre ottiche".

La misurazione dei gas (Riccardo Siano) 

Tra gas e liquami

Il tour prosegue. Avanziamo lungo i cunicoli. La profondità è adesso di 18-20 metri. Davanti c'è Mimmo che invita il fotografo alla prudenza. Ha l'impressione sia diventato un tantino audace. Scatta foto appoggiandosi a muri umidi e scivolosi e questo non va bene. "Riccà, se cadete addò ve vengo a piglià? A Mergellina?". Nelle tute si suda. Gli occhiali di protezione si appannano e i muscoli delle gambe cominciano a venir meno.
Gennaro mi sopravanza voltandosi in continuazione. Chiede se tutto procede e punta la torcia sul mio viso per esserne sicuro. Nelle curve del percorso mi tiene per un braccio e mostra dove mettere i piedi. L'acqua nasconde scalini e camminamenti fatti di gradinate rese invisibili dalle acque reflue che sbattono forte sugli stivali di protezione. Non si capisce cosa calpesti, "Qua ci stanno topi e blatte ma meno rispetto ad altre zone" rassicura.

Ogni tanto si ferma per brevi spiegazioni rese quasi incomprensibili dal frastuono e ne approfitta per puntare fasci di luce in alcuni punti chiave del tragitto per controllare che tutto sia in ordine. "Qui sotto non basta tutta la fantasia per immaginare quello che troviamo. Molte cose arrivano da allacci abusivi. Il guaio è che basta poco per bloccare il percorso dell'acqua. Quando succede, aumenta la pressione che la spinge verso l'alto creando fuoriuscite. Se questo accade durante un nubifragio... allora sono problemi".   In lontananza vedo le torce di Riccardo e Mimmo.  Siamo pronti a risalire. Il tempo si è esaurito come dimostra l'attenzione che hanno avuto nel misurare quasi ossessivamente la soglia delle esalazioni di gas.

Maledette voragini

Siamo finalmente ai piedi dell'arrampicata. In alto si vede la luce del sole che filtra dal tombino. Le attrezzature saranno le ultime a risalire. Torno su per primo con Gennaro che ha appena finito di imbracarmi. "Meglio così. A scendere è una cosa, a risalire un'altra". Dice qualcosa via radio a chi sta in superficie. Poi emette un paio di fischi. È il segnale.  Lui è sempre dietro di me. Mi tiene le gambe per evitare che colpiscano i maniglioni e mantiene in assetto la postura del corpo.

Fuori. Finito. Il sorriso malizioso di chi è rimasto su è da interpretare. Come pure quel "Bravo!" a mezza voce con un accenno di applauso. Ci si riveste, si beve acqua e si aspetta qualche minuto respirando lentamente. C'è il sole. E poi, diamine, ci sono i Gladiatori che mi guardano.

P.S. Dopo circa quaranta minuti sono in motorino con Riccardo in via Filangieri, dall'altra parte della città. Strada chic, zona Chiaia. Capannello di gente attorno a un tombino. E chi c'è là? Gennaro Sessa, questa volta in abiti civili. "La squadra ha risposto a una richiesta dei carabinieri. Ci hanno segnalato attività riconducibili alla banda del buco. Guardate le foto. L'obiettivo era una gioielleria... Ci sono gli astucci degli orologi lasciati in giro e attrezzi da lavoro. Ora ci tocca richiudere tutto". Spero che la giornata sia finita. Non per Gennaro, le sue sembrano non finire mai. Arriva un'altra notizia via radio: una voragine alla Sanità.

Sul Venerdì del 28 maggio 20121