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La classe operaia è in paradiso

I colleghi degli operai morti nell'incidente di Br5andizzo (30 Agosto 2023) Ansa

 (ansa)
CIRCO MASSIMO. Due mesi dopo la strage di Brandizzo, ecco il film di Albanese a ricordarci cinque milioni di persone cui i partiti hanno voltato le spalle
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“Erano i miei ragazzi. Io li vedo ancora lì, su su quel binario. Ogni giorno. E non riesco a togliermi quella scena dalla mente. Oggi non resisto più al suono di un treno che passa…”. È un pugno nello stomaco, la dolorosa intervista di Repubblica a Andrea Gibin, il caposquadra dei cinque operai sterminati da un treno nella tragica notte di Brandizzo.

Sono passati solo due mesi, e sembra già un secolo da quel disastro indicibile, che ha annientato la vita di Kevin Laganà, Michael Zanera, Giuseppe Sorvillo, Giuseppe Lombardo, e Giuseppe Aversa. Gibin è un sopravvissuto, e si porta dietro la colpa di non essere morto con i suoi compagni. Passa notti insonni, vaga per Borgo Vercelli, sol…

“Erano i miei ragazzi. Io li vedo ancora lì, su su quel binario. Ogni giorno. E non riesco a togliermi quella scena dalla mente. Oggi non resisto più al suono di un treno che passa…”. È un pugno nello stomaco, la dolorosa intervista di Repubblica a Andrea Gibin, il caposquadra dei cinque operai sterminati da un treno nella tragica notte di Brandizzo.

Sono passati solo due mesi, e sembra già un secolo da quel disastro indicibile, che ha annientato la vita di Kevin Laganà, Michael Zanera, Giuseppe Sorvillo, Giuseppe Lombardo, e Giuseppe Aversa. Gibin è un sopravvissuto, e si porta dietro la colpa di non essere morto con i suoi compagni. Passa notti insonni, vaga per Borgo Vercelli, solo col suo cane, va dallo psicologo. È indagato, aspetta il processo per conoscere il suo destino, che lo lega e lo legherà per sempre a quei suoi “ragazzi” perduti, traditi, dimenticati.

Antonio Albanese: "Racconto il mondo operaio che sostiene il nostro Paese ma da decenni è abbandonato"

Come gli operai che racconta Antonio Albanese, nel suo magnifico Cento domeniche, il film che esce nei cinema fra tre settimane. La storia di un altro tradimento, che non ti toglie la vita ma te la rovina. Un ex metalmeccanico che, per pagare le nozze della figlia, va in banca ma scopre che i suoi risparmi sono stati investiti in fondi azionari. E se vuole riavere i soldi che gli servono per quel matrimonio deve prenderli in prestito, versandoci sopra gli interessi. Albanese dice che voleva raccontare un mondo che gli sembra caduto nell’oblìo, fatto di persone oneste che lavorano sodo e mandano avanti questo Paese. Dice che a questa “classe operaia”, fatta da cinque milioni di persone in carne e ossa, i partiti hanno voltato le spalle da anni. E la stessa cosa hanno fatto gli intellettuali e i media, spesso in mano a un potere economico che il lavoro lo svilisce, lo frammenta e lo smaterializza. E lo gestisce come la Signora Thatcher trattava la società: non esiste la categoria generale, esistono solo gli individui. Dunque, salari bassi per i dipendenti e i collaboratori (che per non perdere il posto accettano tutto), e bonus legati agli obiettivi per i manager (che per ottenerli tagliano il costo dei lavoratori).
Ha ragione, Antonio. Prendiamocela anche noi, questa colpa. Di lavoro si muore. Oppure – almeno in Italia, dove negli ultimi dieci anni le retribuzioni sono diminuite di 488 euro, mentre in Germania sono aumentate di 13.747 euro e in Francia di 13.125 – di lavoro si sopravvive.
Non ho niente contro la modernità, l’innovazione tecnologica, la rivoluzione digitale. Ma mi colpisce che ormai da qui non fuggono più solo gli ingegneri, scappano via anche i camerieri. E mi fa impressione pensare che, da quando il 27 ottobre 2022 ha comprato Twitter e l’ha ribattezzata X, il signor Elon Musk – seduto su un patrimonio personale da 195 miliardi di dollari – ha licenziato 36 dipendenti al giorno. Un articolo di fondo non salva il mondo, lo so bene. Ma io sto con Andrea Gibin.

Sul Venerdì del 3 novembre 2023

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