Basta osservare come si cercano e si sfiorano con le mani, come si parlano e si proteggono con gli sguardi, per capire che è una grande storia d'amore. La storia della monella, "Pelusa", e di "Lucho", il lottatore, quello che non si arrende mai. Carmen "Pelusa" Yanez, poetessa. Luis "Lucho" Sepúlveda, scrittore. Quarant'anni fa, adolescenti innamorati a Santiago del Cile, giovani sposi. Un figlio, la felicità, un mondo a colori. Ma all'improvviso tutto si fa buio, orrore. Separati, sequestrati, torturati dal regime di Pinochet. Il mondo che diventa solo bianco e nero. Nessuno sa più nulla dell'altro, inevitabilmente lei lo crede morto, in qualche modo gli sopravvive. E poi esuli per il mondo, lontani dalla propria terra, ognuno percorrendo la sua strada. Si ritroveranno molti anni più tardi in Europa. E torneranno a sfiorarsi, a guardarsi negli occhi. A sposarsi una seconda volta, protagonisti di quella grande storia d'amore che per la prima volta Carmen Yanez, moglie di Luis Sepúlveda, accetta di raccontare.
Parla con voce bassa, gentile. Sorride ai ricordi, ma il più delle volte si asciuga le lacrime, commossa. «Avevo 15 anni, lui 18. Scriveva poesie, faceva teatro. Lo portò a casa mio fratello, che era pittore e suo amico. Un anno dopo ci fidanzammo. I miei genitori erano contrari: "Un poeta? Lascia perdere. Un tipo così non ha futuro". Uscivo con lui di nascosto, i miei vennero a saperlo e mi impedirono di vederlo. Alla fine non ci restò che fuggire, come Romeo e Giulietta. E, subito dopo, era tempo di affrontare "seriamente" la situazione. Avevo appena compiuto 19 anni, ero piccola e magra, sembravo molto più giovane. Ci siamo sposati l'11 settembre del 1971. Undici settembre. Fu il giorno in cui il prete venne a casa dei miei genitori. Perché noi, in chiesa, non ci saremmo mai andati».
Neppure il tempo di cominciare a crescere insieme al piccolo Carlo, ed esattamente due anni dopo – ancora l'11 settembre – le forze armate cilene lanciano l'assalto alla Moneda. È il 1973, l'anno del golpe, della morte di Allende, delle oltre trentamila vittime del regime e dei seicentomila torturati. «Fu la fine di tutte le nostre speranze. Avevamo un sogno collettivo: costruire il socialismo senza violenza. Dopo quel giorno, io e Lucho non potevamo più rimanere insieme. Troppo pericoloso. Lui militava nel partito socialista, faceva parte della guardia di Salvador Allende: temendo attentati, lo misero a controllare l'acquedotto di Santiago. Io stavo con il partito rivoluzionario comunista. Si viveva di ideali: solidarietà, amicizia, uguaglianza. C'era entusiasmo, voglia di cambiare».
«Il Cile era una lacrima di mare e il cielo una conquista del destino» ha scritto la monella. Ma Luis viene catturato. E così il padre e altri familiari di Carmen. «Da un momento all'altro tutto si oscurò. Fu così traumatico che i miei ricordi di allora sono tutti in bianco e nero. Forse perché il tempo e i palazzi di Santiago del Cile sono sempre grigi. Ma credo che anche se ci fosse stato un sole africano, per me sarebbe stato lo stesso: bianco, nero, grigio. I colori della desolazione, della fine. In quei giorni i quotidiani non informavano, le notizie arrivavano clandestinamente: avevano trovato il cadavere di Victor Jara, il musicista amico di Lucho, le mani spezzate. Era morto Pablo Neruda. La gente spariva e non se ne sapeva più nulla. Soffrivamo la fame. Nessuno aveva denaro o lavoro. Nascosta grazie alla generosità di un vicino di casa, mangiavo solo qualche patata bollita».
Nel 1975 anche "Pelusa" finisce nelle mani dei militari. «Mi portarono a Villa Grimaldi». Un brivido, un incubo. Villa Grimaldi, la Casa delle Risa, la cattedrale della tortura. Allora ci finirono dentro 4.500 persone. Oggi è un grande parco, il Parco della Pace. Carmen gli ha dedicato una delle poesie raccolte nell'ultimo libro, Terra di mele, che Guanda ha da poco pubblicato. Scoppia a piangere ricordando le sevizie che le inflissero con la corrente elettrica e le tante amiche perdute, comprese quelle che – complice l'oscurità in cui venivano tenute tutte le prigioniere – non conobbe mai.
«Nella stanza c'era un canestro con tante bende insanguinate e abiti abbandonati. Erano di ragazze che non sarebbero più tornate: non avevano più bisogno dei vestiti». Anche Michelle Bachelet, l'attuale presidente del Cile, finì a Villa Grimaldi. «Nella mia stessa stanza, ma qualche mese prima di me. È una donna sincera, sensibile, una grande lavoratrice. Sarà un buon presidente».
Da Villa Grimaldi all'Europa. Dove Luis Sepúlveda, siamo agli inizi degli anni Ottanta, viveva già da qualche tempo dopo aver girovagato per l'America Latina. "Lucho" era diventato uno scrittore famoso. Ma anche "Pelusa" veniva pubblicata con successo. I due stavano per incontrarsi di nuovo. «Tutta la mia vita è stata una storia di re-incontri. Con Lucho fu un ritrovarsi molto romantico ma anche molto teso. Io andai a vivere in Svezia con i miei due figli: quello avuto da lui, Carlo, e il mio più piccolo, Jorge. Venne a cercarmi, non mi trovò. Mi mandò delle rose rosse. Tornò per incontrare il figlio. Aveva una donna in Germania, voleva sposarla. Era passato troppo tempo, eravamo due persone diverse. Divorziammo, da buoni amici. Dopo qualche tempo, cominciammo a comunicare per telefono. Una chiamata, una seconda e un'altra ancora. Ci sentivamo per parlare di Carlo, ma finiva che si restava a chiacchierare per un'ora e mezzo. Mi mandava tutti i suoi manoscritti, ero la prima a leggerli. Credo lo facesse per impressionarmi. E finalmente nell'89, ci trovammo a Göteborg per un simposio. Fu molto triste. C'erano forse troppe aspettative, in realtà parlammo pochissimo: c'era come un grande vuoto tra di noi. Anche lui era strano, silenzioso. Così, ricominciammo a comunicare per lettera. Lettere bellissime, che custodisco ancora».
Passano altri anni. Una mattina, a casa di Carmen squilla il telefono. «La moglie tedesca. Mi invita in Germania. È sola, mi racconta che Lucho parla solo e sempre di Pelusa. Che ama solo Pelusa. Due giorni dopo arriva lui. E lei si offre di tenermi per una settimana mio figlio Jorge. Così partiamo, io e Luis. Parigi. La città dell'amore».
Sei mesi dopo, la coppia si trasferirà a Gijon, Asturie, dove organizza il salone del libro iberoamericano, giunto quest'anno alla nona edizione. Si sposano per la seconda volta nel 2004. Il 21 agosto. Basta con l'11 settembre. «Basta con il bianco e nero. La vita è a colori».
(9 giugno 2006)
Parla con voce bassa, gentile. Sorride ai ricordi, ma il più delle volte si asciuga le lacrime, commossa. «Avevo 15 anni, lui 18. Scriveva poesie, faceva teatro. Lo portò a casa mio fratello, che era pittore e suo amico. Un anno dopo ci fidanzammo. I miei genitori erano contrari: "Un poeta? Lascia perdere. Un tipo così non ha futuro". Uscivo con lui di nascosto, i miei vennero a saperlo e mi impedirono di vederlo. Alla fine non ci restò che fuggire, come Romeo e Giulietta. E, subito dopo, era tempo di affrontare "seriamente" la situazione. Avevo appena compiuto 19 anni, ero piccola e magra, sembravo molto più giovane. Ci siamo sposati l'11 settembre del 1971. Undici settembre. Fu il giorno in cui il prete venne a casa dei miei genitori. Perché noi, in chiesa, non ci saremmo mai andati».
Neppure il tempo di cominciare a crescere insieme al piccolo Carlo, ed esattamente due anni dopo – ancora l'11 settembre – le forze armate cilene lanciano l'assalto alla Moneda. È il 1973, l'anno del golpe, della morte di Allende, delle oltre trentamila vittime del regime e dei seicentomila torturati. «Fu la fine di tutte le nostre speranze. Avevamo un sogno collettivo: costruire il socialismo senza violenza. Dopo quel giorno, io e Lucho non potevamo più rimanere insieme. Troppo pericoloso. Lui militava nel partito socialista, faceva parte della guardia di Salvador Allende: temendo attentati, lo misero a controllare l'acquedotto di Santiago. Io stavo con il partito rivoluzionario comunista. Si viveva di ideali: solidarietà, amicizia, uguaglianza. C'era entusiasmo, voglia di cambiare».
«Il Cile era una lacrima di mare e il cielo una conquista del destino» ha scritto la monella. Ma Luis viene catturato. E così il padre e altri familiari di Carmen. «Da un momento all'altro tutto si oscurò. Fu così traumatico che i miei ricordi di allora sono tutti in bianco e nero. Forse perché il tempo e i palazzi di Santiago del Cile sono sempre grigi. Ma credo che anche se ci fosse stato un sole africano, per me sarebbe stato lo stesso: bianco, nero, grigio. I colori della desolazione, della fine. In quei giorni i quotidiani non informavano, le notizie arrivavano clandestinamente: avevano trovato il cadavere di Victor Jara, il musicista amico di Lucho, le mani spezzate. Era morto Pablo Neruda. La gente spariva e non se ne sapeva più nulla. Soffrivamo la fame. Nessuno aveva denaro o lavoro. Nascosta grazie alla generosità di un vicino di casa, mangiavo solo qualche patata bollita».
Nel 1975 anche "Pelusa" finisce nelle mani dei militari. «Mi portarono a Villa Grimaldi». Un brivido, un incubo. Villa Grimaldi, la Casa delle Risa, la cattedrale della tortura. Allora ci finirono dentro 4.500 persone. Oggi è un grande parco, il Parco della Pace. Carmen gli ha dedicato una delle poesie raccolte nell'ultimo libro, Terra di mele, che Guanda ha da poco pubblicato. Scoppia a piangere ricordando le sevizie che le inflissero con la corrente elettrica e le tante amiche perdute, comprese quelle che – complice l'oscurità in cui venivano tenute tutte le prigioniere – non conobbe mai.
«Nella stanza c'era un canestro con tante bende insanguinate e abiti abbandonati. Erano di ragazze che non sarebbero più tornate: non avevano più bisogno dei vestiti». Anche Michelle Bachelet, l'attuale presidente del Cile, finì a Villa Grimaldi. «Nella mia stessa stanza, ma qualche mese prima di me. È una donna sincera, sensibile, una grande lavoratrice. Sarà un buon presidente».
Da Villa Grimaldi all'Europa. Dove Luis Sepúlveda, siamo agli inizi degli anni Ottanta, viveva già da qualche tempo dopo aver girovagato per l'America Latina. "Lucho" era diventato uno scrittore famoso. Ma anche "Pelusa" veniva pubblicata con successo. I due stavano per incontrarsi di nuovo. «Tutta la mia vita è stata una storia di re-incontri. Con Lucho fu un ritrovarsi molto romantico ma anche molto teso. Io andai a vivere in Svezia con i miei due figli: quello avuto da lui, Carlo, e il mio più piccolo, Jorge. Venne a cercarmi, non mi trovò. Mi mandò delle rose rosse. Tornò per incontrare il figlio. Aveva una donna in Germania, voleva sposarla. Era passato troppo tempo, eravamo due persone diverse. Divorziammo, da buoni amici. Dopo qualche tempo, cominciammo a comunicare per telefono. Una chiamata, una seconda e un'altra ancora. Ci sentivamo per parlare di Carlo, ma finiva che si restava a chiacchierare per un'ora e mezzo. Mi mandava tutti i suoi manoscritti, ero la prima a leggerli. Credo lo facesse per impressionarmi. E finalmente nell'89, ci trovammo a Göteborg per un simposio. Fu molto triste. C'erano forse troppe aspettative, in realtà parlammo pochissimo: c'era come un grande vuoto tra di noi. Anche lui era strano, silenzioso. Così, ricominciammo a comunicare per lettera. Lettere bellissime, che custodisco ancora».
Passano altri anni. Una mattina, a casa di Carmen squilla il telefono. «La moglie tedesca. Mi invita in Germania. È sola, mi racconta che Lucho parla solo e sempre di Pelusa. Che ama solo Pelusa. Due giorni dopo arriva lui. E lei si offre di tenermi per una settimana mio figlio Jorge. Così partiamo, io e Luis. Parigi. La città dell'amore».
Sei mesi dopo, la coppia si trasferirà a Gijon, Asturie, dove organizza il salone del libro iberoamericano, giunto quest'anno alla nona edizione. Si sposano per la seconda volta nel 2004. Il 21 agosto. Basta con l'11 settembre. «Basta con il bianco e nero. La vita è a colori».
(9 giugno 2006)