Il Venerdì

Don DeLillo: la catastrofe di domani è già iniziata

Incontro con lo scrittore per parlare del suo "Zero K", che uscirà a marzo negli Stati Uniti. Il romanzo, atteso da qualche anno e appena concluso, dove torna su una delle sue ossessioni: la trasformazione antropologica, irrimediabile, provocata dalla tecnologia

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LISBONA. Per critici e lettori Don DeLillo ha le stigmate del profeta. Credono sia capace di antivedere, di leggere il futuro. Le sue opere hanno affrontato, in anni non sospetti e sempre in una chiave apocalittica, temi profondi, grandi: il terrorismo come prodotto di una civiltà che ha creato la sua punizione, l’idea di una umanità strangolata dalla tecnologia, il problema dei rifiuti e il nostro bisogno bulimico di essere pieni di cose, il mondo della finanza popolato di belve puerili. Persino la copertina di Underworld (del 1997), che lo scrittore pretese fosse uguale per tutte le edizioni del mondo, è stata vista come una spaventosa premonizione: al centro ci sono le Torri gemelle, di lato volteggia un’aquila americana che sembra uno degli aerei dell’11 settembre 2001 e ai piedi è situata una croce, come ad indicare un cimitero.
È da un po’ che siamo uno di fronte all’altro, seduti a un tavolo nel centro di una sala semivuota, quando scartando una domanda sulle rappresentazioni del potere, fa questa affermazione: «Il potere oggi va inteso in un senso letterale, cioè il potere della guerra, delle armi, dei carri armati, delle bombe, perché si manifesta ovunque e in ogni forma, che sia quella dei terroristi o degli eserciti. È ciò che sta accadendo da un lato all’altro lato del mondo e anche se a differenti livelli, le persone sono in guerra. C’è la sensazione che siamo all’inizio di una terza guerra mondiale, che ci siamo già entrati. Ci appare strana perché è nuova ed è globale, e anche se non sono state usate le armi più devastanti esiste la possibilità che questo un giorno avvenga».

Questa intervista è stata realizzata tre giorni prima dei tragici fatti di Parigi, a Sintra, in Portogallo, dove DeLillo era ospite al Film Festival di Estoril e Lisbona. Con lui, con i suoi romanzi sembra sempre di trovarsi dinanzi ad una distopia del presente, non bisogna pensare a qualcosa nel futuro che andrà a finire male, in realtà è già il presente che è andato male. DeLillo è un profeta solo in un senso biblico, è un veggente dell’oggi che ti avverte di quello che ti sta accadendo, non di quello che ti accadrà, e se a noi appare futuro è perché ce ne accorgiamo in ritardo: «Sì» continua, «credo che la minaccia del terrorismo stia trasformando la nostra esistenza. Ogni volta che passiamo i controlli di sicurezza nei varchi dell’aeroporto, ad esempio, ce ne accorgiamo. Quando passeggio per le strade di New York vedo davanti a certi edifici delle alte barriere: sono una protezione contro attentatori suicidi che potrebbero sfondare l’ingresso con una macchina. Tutte queste cose ci ricordano se siamo o meno coscienti che il pericolo è praticamente globale».

Prima di cominciare mi aveva detto in italiano, «sono afaticato», con una f sola: «No, non lo parlo, anche se vorrei. Mia madre e mio padre, dal momento che erano italiani (di Montagano, provincia di Campobasso), comunicavano fra di loro in dialetto. Saprei ripetere tutti gli insulti e le parolacce che si scambiavano». La sua veste ufficiale qui al festival è quella di giurato della sezione cortometraggi: «Non so se la mia passione per il cinema sia particolarmente profonda; è iniziata quando avevo poco più di vent’anni, all’inizio dei Sessanta, e non è mai passata. Ma non è più di quello che dovrebbe essere, cioè una cosa piacevole».

Ogni volta che incontriamo delle feste nei suoi romanzi sono una più agghiacciante dell’altra per la loro vuotezza e inconsistenza, e in Americana a un certo punto si dice che i party sono noiosi, proprio come nei film di Antonioni: «Il suo lavoro ha avuto un grande impatto su di me. Antonioni ha dato vita ad opere intimamente appaganti e mi sembra che nei suoi film il ritmo e il tempo siano sempre diversi perché è un tipo di cinema che è l’equivalente visuale della musica».
Da buon italoamericano del Bronx Don DeLillo ha ricevuto una educazione cattolica, il che spiega anche l’odio per la ricchezza e per i rituali della borghesia, e quella sua dimensione moralista che lo accomuna ad Antonioni: «Non è un legame di cui ero cosciente. Il mese prossimo al Guggenheim Museum di New York (l’evento si è celebrato il 15 dicembre scorso), parlerò di Deserto rosso. Non sono un esperto, mi creda, ma dirò del piacere dello spettatore che va al cinema, e delle immagini di questo film, dei colori, delle tonalità, delle armonie che Antonioni crea intorno alla presenza fisica di Monica Vitti».

DeLillo sta per compiere settantanove anni (è nato nel 1936 a New York), appare stanco e ogni tanto si scusa di essere laconico: è notorio che sia schivo, riservato – poche ore dopo, uscendo da un ingresso secondario del teatro dove ha letto stralci del nuovo romanzo, Zero K, camminerà rasente i muri, cercando il buio, quasi spaventandosi per l’arrivo di una sola lettrice in cerca di un autografo. «Non mi piace parlare di politica, sono molto esitante. Penso che Obama sia stato un buon presidente e che abbia contribuito ad un cambio psicologico nella società americana. Ha rotto una barriera e ha giustificato la fede del popolo che ha votato per lui».

Con scrittori più giovani di lui, da Foster Wallace a Franzen ha sempre tenuto una corrispondenza fittissima, e lo stesso avviene, confida, con le nuove leve: «È incoraggiante che ci siano molti giovani autori americani bravi: alcuni pensano che il romanzo americano sia un fenomeno culturale in via di estinzione, ma non è vero». E il Grande romanzo americano così agognato dalla sua generazione? «Era solo una invenzione britannica», risponde.
Il discorso poi vira sul fatto che i protagonisti dei suoi libri più recenti siano artisti: «Questo è vero e non ho una motivazione particolare. È difficile spiegare come un personaggio prenda vita, diventa un processo che va avanti giorno dopo giorno e che avviene nella mia mente. Il personaggio si sviluppa in una forma fisica quasi completa e questa forma si evolve partendo dalla pura descrizione di come è fatto. Stiamo trattando di un autista di limousine? Di un multimilionario? O di un giovane studente? Le caratteristiche di ognuno si precisano fino a quando non sento di conoscere i mio personaggio».

Racconta di aver appena concluso Zero K, romanzo atteso da qualche anno, che uscirà a marzo negli Stati Uniti; «Al centro c’è il conflitto tra un padre, un uomo molto ricco, e il figlio trentenne, che è anche il narratore della storia. Un elemento importante è la tecnologia, l’idea della necessità, o del desiderio dell’uomo per la tecnologia. La nostra vita è immersa nella tecnologia, dai semplici gadget in casa fino alla vastità di internet; ne siamo assorbiti, ci troviamo in una nuvola tecnologica, in una specie di grande bolla. Tutto ciò che la tecnologia è capace di fare diventa qualcosa di cui abbiamo bisogno, che dobbiamo avere, anche senza che ci sia una vera necessità. È sempre la tecnologia che determina come viene usata, non l’essere umano. Se un certo apparecchio o un sistema funziona siamo forzati ad utilizzarlo e questo ha una precedenza rispetto al nostro modo comune di vivere e pensare».

DeLillo ritorna dunque su una delle sue ossessioni, la trasformazione antropologica, irrimediabile, provocata dalla stessa tecnologia: «Sta cambiando la nostra capacità di vedere, e anche di ascoltare e di pensare. Come sarà tra vent’anni? Differente o simile a oggi? Siamo arrivati al punto in cui la tecnologia che usiamo non può essere superata più di tanto oppure in futuro lo sarà ancor di più e in tantissimi modi? Mi chiedo quanto verrà non tanto trasformato ma formato dalla forza della tecnologia un bambino che oggi ha cinque anni».

Il suo è sempre un orizzonte apocalittico, cioè disperato, e la civiltà che raffigura è colta come dopo il suo tramonto.  Forse dovremmo aggiungerlo ad Ezechiele, a Geremia, ha qualcosa del predicatore biblico per il quale il mondo non va e tutto è dominato da una assoluta inautenticità della vita: al posto dei faraoni, di Sodoma e Gomorra, di Babilonia c’è l’America lussuriosa, kitsch, in cui il supermercato o il centro commerciale sono i templi moderni. Siamo una umanità in sovrappeso, dice DeLillo, e i rifiuti sono un segno della nostra isteria: «Nel romanzo Underworld ho cercato di rispondere alla questione dei rifiuti, a tutti i livelli: inizia con una partita di baseball, dove delle persone sono sedute sugli spalti e stracciano il segnapunti gettandolo sul terreno di gioco: è una carta innocente, rifiutata; alla fine tratto dei rifiuti nucleari nascosti sotto terra in Siberia, e questa è l’evoluzione del rifiuto, diventa più ampio, pericoloso, e invade il nostro spazio. In Nevada ci sono rifiuti dell’industria nucleare sotterrati nel deserto, che succederà se queste scorie dovessero uscire fuori? È così dappertutto, intorno a noi, come possiamo metterlo da parte, farlo sparire, come possiamo nasconderlo a noi stessi?».

Il baseball stesso lo interpreta in una chiave mitopoietica, perché in realtà è la rappresentazione allegorica della spietatezza darwiniana della vita sociale, in cui cercare di fregarsi la palla a vicenda. È un po’ la filosofia dell’America? «Sì, ma è troppo facile trovare metafore in qualsiasi sport. La cosa interessante del baseball è che il suo linguaggio è intraducibile; avrei difficoltà a spiegarle anche un singolo termine perché dovrei indagare l’essenza della natura del gioco. Che è esoterico perché coinvolge forza, resistenza e una varietà di abilità fisiche. E lo è lo anche nel suo linguaggio e nel modo in cui il linguaggio si applica intorno a questi elementi». DeLillo è il romanziere vate dell’America, un Mosè postmoderno che parla del suo popolo durante il diluvio, nel gorgo del diluvio: «Non c’è nessuna profezia, sono d’accordo con lei. Se le cose le ho viste così è più il frutto di una serie di coincidenze. Certamente non cerco di esplorare il futuro».

(31 dicembre 2015)