Il Venerdì

Magical Mistery Retour: Silvestri in libera uscita

(Agf) 
Voglia di sperimentare, solita ironia, nuova poesia («che è da dimostrare non possa essere politica»). Mentre esce "Acrobati", il suo disco più stravagante, il musicista racconta
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ROMA. In una casa tutta bianca sul litorale romano, Daniele Silvestri parla del suo nuovo disco Acrobati, e dei ragionamenti da cui è nato. Prima, una premessa. A un certo punto della loro storia, quando i giochi erano quasi fatti, i Beatles realizzarono il progetto più anomalo: il doppio album bianco. Si chiusero in sala di registrazione per un tempo indefinito, ciascuno portando con sé i nuovi stimoli, le conoscenze accumulate, il desiderio di sperimentare. Il risultato fu il disco più stravagante della loro produzione, forse il più bello. Certamente il più libero.

Già nel '96 Silvestri fece qualcosa del genere, pubblicando anch'egli un disco doppio, Il dado, che convogliava in un unico contenitore elaborazioni diversissime, i cui fattori unificanti erano la sua voce e la sua irrequietezza. Ora Acrobati torna sul luogo del delitto. Daniele sente di nuovo il bisogno di dare aria alle stanze: una ricerca inizialmente non si sa bene di cosa, con l'urgenza di farla comunque. Acrobati, il bianco dei Beatles e il passaggio giovanile del Dado hanno la stessa ricetta: un gioco di specchi tra l'infinità di elementi che popolano l'immaginario di un artista.

Daniele comincia a parlarne: «La gestazione del disco è stata strana, come se fosse venuto su un po' alla volta, fino alla vera esplosione creativa. Per una volta, ho anticipato i tempi. Sono sempre stato abituato ad arrivare in sala dopo un gran lavoro casalingo di preparazione. Negli anni però ho cominciato a temere il ripetersi di certi meccanismi. Stavolta ho fatto una scelta diversa: ho deciso di non finire nulla, mi sono riempito l'iPhone di embrioni di cose, riff di chitarra o strofe per un testo. Era la primavera dell'anno scorso e m'è capitato d'andare a vedere degli amici che suonavano. Ho ascoltato dei musicisti cresciuti in un modo impressionante: per esempio, un fantastico tastierista di Civitavecchia. Allora ho capito che inconsapevolmente stavo cercando dei nuovi strumentisti che vivessero quel momento di particolare creatività che capita di rado in una carriera. L'idea successiva è stata di metterli insieme. Io ho ancora la mia band, con cui suono da una vita: sono i miei fratelli e sapevo che mi avrebbero permesso una libera uscita. Volevo energie diverse. Così me ne sono andato tre giorni a Lecce, negli studi di Roy Paci. Con una totale verginità di rapporti tra noi e nessuno scopo predefinito: di fare un disco insieme, ancora non se ne parlava».

Galeotto fu il Salento: le sue atmosfere estive accoglievano un drappello di quarantenni con lo spirito dei teenager che festeggiano i «cento giorni». «Avevo tre pezzi abbastanza completi, e poi solo delle immagini in testa, dei versi sparsi. Sono stati momenti magici. Abbiamo cominciato in sordina: tre pezzi il primo giorno, nove il secondo e via così. Alla fine ne abbiamo registrati 28, senza fermarci mai, se non per una sigaretta. Io scrivevo tutto lì. Ne finivamo uno, tiravo fuori l'iPhone e appena trovavamo uno spunto buono, ricominciavamo. Dopo, affrontando la sfida di dare una forma compiuta a quel delirio, ho badato a rispettare ciò che era successo in quei giorni».

Finito il disco, la compagnia non si è sciolta. Per il tour teatrale che comincia ora, Silvestri ha scelto una formazione a otto che mette insieme i suoi musicisti storici e alcuni protagonisti dell'incontro dell'estate scorsa: «Il famoso tastierista di Civitavecchia, per citarne uno. E pensa che, quando abbiamo fatto il gruppo di WhatsApp di noi "che andavamo a Lecce", l'ho chiamato Magical Mistery Band: i Beatles erano proprio dietro l'angolo».

La lingua cantata da Daniele in Acrobati mantiene gli accenti ironici che le appartengono ma, rispetto al passato, appare più distaccata dai temi dell'attualità. È come se una certa passione partecipativa fosse, se non tramontata, circoscritta all'interno di un sistema di valori più privato. «Adesso mi sembra più efficace trasmettere degli umori, delle emozioni. Un periodo della mia carriera è coinciso con delle battaglie che sentivo di dover fare. Oggi mi viene da sorridere, perché quelle stesse battaglie dovrei farle contro la stessa parte che vado a votare. Credo che ora il mio contributo possa essere più poetico, diciamo così. Del resto che la poesia non possa essere politica, ovviamente, è tutto da dimostrare» conclude con soddisfazione, aggiungendo «spero tu sia d'accordo con me». Il che, ovviamente, è confortante.

La guerra del sale è una delle canzoni più divertenti del disco, con la partecipazione di Caparezza e un ritornello Salerò / Salerò che farà sorridere chiunque abbia decenti trascorsi silvestriani. Giocare con le parole, a Daniele continua a piacere: «Qui mi sono preso il lusso di farlo in compagnia del migliore in questo gioco. È un pezzo che fino a un mese fa non stava nell'album. Era solo un abbozzo e mentre lo suonavamo io mi sono messo a dire "sale sale sale", nel senso che la musica doveva salire. Poi ho cominciato a declinare quella parola. Giorni dopo mi sono sentito con Caparezza, annunciandogli che gli mandavo un pezzo che gli sarebbe piaciuto. Lui ha risposto con una mail nella quale faceva acrobazie linguistiche d'ogni genere sul tema del sale. Così è cominciato un ping pong di deliri onomatopeici, che sarebbe diventato la canzone folle che adesso è sul disco».

Un Silvestri col tocco del finisseur, al posto del ragazzo in prima linea di una volta. Meno ardore per le sante cause? Non c'è nemmeno un personaggio che risvegli il suo interesse? «Se ci penso, la prima cosa che mi viene in mente è la facilità con cui ci facciamo prendere in giro. Per educazione e appartenenza, non credo d'aver bisogno di una singola persona per risolvere le difficoltà. Delegare a uno solo le soluzioni per tutti, non è un gran passo avanti per l'umanità. Per esempio: io di Ignazio Marino avevo un'ottima impressione e continuo ad averla, ma è evidente che oggi non bastano le buone intenzioni. Prima di un uomo, credo sia necessaria una parte politica, che contenga delle idee scolpite nella pietra. Questo ben prima di personalizzare, cosa in cui vedo tanto di sbagliato. Nonostante io stesso sia sceso in campo per Pisapia, quando c'è stato il voto a Milano».

Prima di Acrobati è arrivato un altro detour inatteso nel suo percorso: il trio con Niccolò Fabi e Max Gazzè. «Dopo esserci rincorsi per anni, sentivamo di dover rivisitare la partenza in comune che avevamo avuto, nei primi anni 90, sul palchetto del Locale, un minuscolo posto nel cuore di Roma. Sono stati anni fortunati: cambiava una certa percezione di essere musicisti, sono apparse formule cantautorali che non si potevano più chiamare in quel modo, nascevano le posse, succedeva tanta roba. All'epoca noi tre saremmo potuti diventare una band, ma abbiamo imboccato strade diverse. Però potevamo farlo capitare vent'anni dopo. Credo che il pubblico abbia capito che s'è trattato di una storia autentica. Una sera dalla platea ci hanno gridato: "Siete l'Italia che ci manca". Raccontavamo una parte di una generazione che non aveva avuto una propria rappresentanza. Eravamo riconoscibili. E qualcuno deve aver pensato: questi sono la mia storia».

(19 febbraio 2016)