Il Venerdì

"Suffragette": grazie, bisnonne, del voto ricevuto

Carey Mulligan, protagonista di "Suffragette" nel ruolo di Maud 
Il film racconta l'epopea delle inglesi in lotta per i diritti politici. Una storia così rimossa che anche Sarah Gavron, la regista, dice: «Fino a dieci anni fa non ne sapevo un bel niente»
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Si intuisce dall'appellativo. The Honourable Sarah Gavron, regista di Suffragette, viene da una famiglia molto su. E laburista: suo padre Robert, pari del Regno, era un editore miliardario, filantropo, grande supporter di Tony Blair. E sua madre Nicky aveva uno scranno a sinistra nella London Assembly. A tavola si parlava di politica, diritti e compagnia bella, ma lei fino a 35 anni non ha saputo niente delle donne che nel suo Paese avevano lottato, anche violentemente, per ottenere il diritto di voto: le suffragette, appunto. «Non un cenno a casa, né una riga a scuola o all'università. Che io sappia, a Londra non c'è neanche un vicolo intitolato alla leader del movimento Emmeline Pankhurst, solo una targa vicino al Parlamento: dovrei organizzare una campagna d'opinione. Aggiungerei che all'epoca in cui finivo gli studi, femminista era un insulto».

Dieci anni dopo, Gavron è molto più ferrata sulla materia. E il suo film – che in Italia esce il 3 marzo per la Festa della donna, ma soprattutto per il sessantesimo anniversario del primo voto femminile: le amministrative del 10 marzo 1946 – potrà rinfrescare la memoria o illuminare le menti di chi considera il voto una perdita di tempo.

«Ho fatto alcune presentazioni del film nelle scuole e nelle università: anche se nel Regno Unito il femminismo è in ripresa, con collettivi in ogni liceo o facoltà e una grande capacità di connettersi e fare class action attraverso la rete, le ragazze erano sbalordite, non sapevano quanto hanno penato le loro antenate per ottenere un diritto che oggi si dà per scontato. Mi hanno garantito che d'ora in poi non diserteranno un'elezione».

Suffragette è in qualche modo un romanzo di formazione. Agli albori del 900, Maud, interpretata da Carey Mulligan (diventata famosa con An Education, altro film sul passaggio alla consapevolezza), lavora in una terrificante lavanderia industriale, vapori mefitici, orari impossibili, il padrone che le tocca il sedere. Un giorno assiste per strada a un'azione delle suffragette che, stufe di chiedere da decenni «fatti e non parole», sono passate alle maniere forti e spaccano le vetrine. Fra le manifestanti c'è una sua collega: scocca la presa di coscienza.

Più che una scintilla è una miccia lunga, Maud ci mette un po' a riconoscere quanto lei e tante altre se la passano male. All'epoca, prendere posizione non era tanto semplice per le suffragette che, malevolmente battezzate così dalla stampa, si erano appropriate del dispregiativo operando un audace slittamento semantico. Erano pestate dai poliziotti, incarcerate, alimentate forzatamente se facevano lo sciopero della fame. Tornate in libertà erano costantemente sotto controllo: con loro la polizia utilizzò per la prima volta le fotocamere negli appostamenti. Voyeurismo del potere? E sul posto di lavoro o in famiglia avevano tutti contro. Il marito di Maud, operaio nella stessa lavanderia, si vergogna quando viene arrestata. E s'incazza. Ma non apre bocca se il padrone molesta sua moglie.

«Nel film non esprimiamo giudizi su questo marito, osserviamo i fatti anche dalla sua prospettiva» dice Gavron. «Gli abusi sessuali sul lavoro erano e restano un problema complicato. Non si potevano denunciare, si tendeva a far finta di non vedere, a non creare problemi. Succede anche oggi, basta pensare al caso di Jimmy Savile». Baronetto, insignito dell'Ordine di san Gregorio Magno da Wojtyla, Savile era un anchor man, un beniamino del pubblico noto per l'estrosità quanto per le opere benefiche, ma dopo la sua morte nel 2011 è venuto fuori che era un pedofilo, e non solo: negli ospedali che frequentava nella sua sfrenata attività caritatevole avrebbe abusato di centinaia di vittime dai 5 ai 75 anni. E anche dei morti.

Cercando su Wikipedia Emmeline Pankhurst, personaggio più che romanzesco, alla voce "media" si trova solo il film di Sarah Gavron. A pensarci, l'unico ricordo cinematografico delle suffragette che riemerge risale a Mary Poppins: la magica nannie bada ai bambini mentre la madre – non proprio un'eroina – va ai cortei di protesta. Perché questo silenzio? «È semplice, perché il cinema lo fanno gli uomini» risponde Gavron, che ha affidato il ruolo di Pankhurst, praticamente un cameo, a una figura dotata di analoga autorevolezza, sul fronte spettacolo: Meryl Streep. Che ha donato una sua epigrafe al film: «Ogni figlia dovrebbe conoscere questa storia /ogni figlio dovrebbe scriversela sul cuore». Ma questo è un film di donne. Nel suo lungometraggio d'esordio, Brick Lane (2007) Sarah Gavron aveva lavorato con la sceneggiatrice Abi Morgan e le produttrici Alison Owen e Faye Ward; si erano trovate bene e tutte d'accordo su un punto: incredibile che nessuno abbia mai raccontato al cinema l'avventurosissima storia di Pankrhurst & Co. Però non volevano fare un biopic, né un filmone storico; per un po' si sono concentrate su una ricca borghese attiva nel movimento, che poi nel film è rimasta, ma defilata. E alla fine è emersa Maud: «Volevo descrivere il percorso umano e politico di un'operaia che al lavoro, in casa, nel suo Paese vive una condizione di inferiorità e poi cambia, pagando comunque prezzi altissimi».

Ma perché nel Regno che ha avuto sovrane passate alla storia e pure la prima premier d'Europa, Margaret Thatcher (è sempre di Abi Morgan la sceneggiatura del biopic sulla statista The Iron Lady ), le donne hanno dovuto lottare decenni per ottenere il voto, conquistato nel 1918? Gavron dice che le regine, salvo rare occasioni, non avevano influenza politica e che la rigida divisione sociale non favoriva l'alleanza delle donne: «Le nobili e le borghesi non concepivano una questione femminile, infine il movimento delle suffragette ha mescolato le classi: operaie e benestanti unite dallo stesso obiettivo. Alla Thatcher, comunque, non importavano i diritti delle donne, si preoccupava solo che i mariti fossero in grado di passar loro una carta di credito capace di tenerle buone. Questo dimostra che più delle parlamentari o delle governanti contano le elettrici: il vero potere è quello della scheda, perché il politici devono rendere conto a chi li vota. Tutte le riforme in nostro favore sono partite da quel momento, pensiamo anche al diritto di famiglia. Infatti minorenni e detenuti, che non hanno diritti elettorali, non contano niente».

Nella lavorazione di un film di donne si sono viste cose che voi uomini non potreste immaginarvi. Helena Bonham Carter, che interpreta un'agguerrita farmacista-femminista e che nella vita reale è la bisnipote di Lord Asquith – primo ministro per niente tenero con le suffragette al tempo dei fatti raccontati – si è andata a scusare per conto del bisnonno con Helen Pankhurst, discendente di Emmeline: «Mi dispiace moltissimo!». L'erede ha accettato le scuse, dichiarando in sovrappiù che l'antenata avrebbe adorato il film e l'interpretazione di Meryl Streep.

Nel pressbook , la scenografa Alice Normington informa: «Per gli universi femminili abbiamo adottato una scala cromatica di viola e verde pastello (...) Sarah e io abbiamo fatto riflessioni concettuali in merito, giungendo alla conclusione che sono i colori dei lividi, e stiamo parlando di donne maltrattate e ferite. Dunque una tavolozza di colori lividi è diventata il nostro tema». Chiedo alla regista se pensa che il pubblico afferri queste riflessioni concettuali sulle sfumature ecchimotiche: «Credo che, consciamente o inconsciamente, vengano percepite».

(26 febbraio 2016)