LECCE. Se gli dai del piacione un po' si risente. «Perché piacione ha un'accezione negativa» dice. Meglio allora beggione, neologismo salentino che vorrebbe indicare un moderno yuppie, frequentatore di locali alla moda e giri giusti. «È un modo di dire ironico» spiega «per indicare qualcuno che si atteggia perché vuole piacere». E a lui non dispiace. Tempo fa, sulla sua pagina Wikipedia, accanto al nome e alla data di nascita (Paolo Perrone, 16 dicembre 1967) una «manina» aveva aggiunto: «È un politico italiano, beggione, sindaco di Lecce dal 2007». Il suo staff fece rimuovere quel termine, ma la definizione gli è rimasta addosso, adatta più che mai adesso che il Sole 24 ore lo ha eletto, nella sua tradizionale classifica, il primo cittadino più amato d'Italia, con un consenso del 62,5 per cento.
Lecce è una città che ha sempre chiamato i suoi sindaci per nome. Con l'aggiunta dell'articolo determinativo davanti. Come al Nord. Prima, per dieci anni, c'è stata l'Adriana (Poli Bortone, punto di riferimento di Alleanza nazionale sul territorio, già ministro, unica donna, nel primo governo Berlusconi). Oggi c'è lu Paulu, Perrone appunto, figlio di un ex deputato della Dc, emanazione politica di Raffaele Fitto, che alla vigilia della fine del suo secondo mandato sembra non aver mai interrotto quella «luna di miele» con la città che, solitamente, dura lo spazio di una manovra di bilancio. Ha scalato la classifica di un consenso che ha resistito per nove anni anche di fronte ai problemi (sempre sul Sole, per qualità della vita, Lecce è ultima) e ai mancati risultati, come la corsa per la capitale europea della cultura, vinta alla fine da Matera.
Nonostante tutto questo lui continua a piacere, alternando agli atti amministrativi un mix di comparsate cinematografiche (Mine vaganti, il film di Ferzan Ozpeteck girato in Salento), cammeo in video di film-maker locali in cui si ironizza sulla sua capacità di seduttore (con occhiale a specchio e impermeabile, incanta due turiste), intrusioni nella cronaca rosa (la sua compagna è un'ex del Grande Fratello).
Perrone, come si diventa il sindaco più amato d'Italia?
«Con serietà, promettendo cose e realizzandone la gran parte. Si dice la verità, si spiegano le scelte impopolari. E l'opinione pubblica spesso capisce».
Solitamente è il sindaco appena eletto a piacere. Come spiega questo risultato che arriva a un anno dalla fine del suo secondo mandato?
«Vuol dire che abbiamo fatto abbastanza bene, nonostante un mortificante paradosso: aumentano i bisogni, diminuiscono le risorse per fronteggiarli».
L'altro paradosso è proprio sui dati del sondaggio che la premia: lei è il sindaco più amato di una città dove la qualità della vita resta bassa.
«Quella, però, era una classifica provinciale. È il Salento a condizionare il risultato, per due parametri: occupazione e l'ambiente. Questo territorio ha subito un freno sul versante del lavoro, con la crisi del tessile. E, specie nell'area di Maglie e Galatina, c'è stato un aumento della mortalità per tumori».
Ma in questi anni c'è stato un boom di turisti e riconoscimenti.
«Perché, nonostante i problemi di una piccola città del Sud, siamo riusciti a costruire identità e a valorizzare le nostre risorse, dalla pizzica all'enogastronomia, dal mare all'architettura».
I leccesi sembrano perdonarle tutto, anche la sconfitta nella corsa per la capitale europea della cultura.
«Siamo riusciti ad arrivare in finale superando città molto più blasonate ed eravamo l'unico Comune di centrodestra con Regione e governo di colore opposto».
Sta di fatto che il legame con Lecce non si è spezzato. Come se lo spiega?
«Perché di fondo c'è una grande conoscenza reciproca. Tranne il periodo dell'Università in Bocconi, a Milano, io sono nato e cresciuto qui. I miei voti li prendo sia in periferia sia in centro. La gente mi chiama per nome. E per me è importante. Com'è importante vivere la città, anche di notte, nei suoi aspetti ludici, frequentando locali e stadio. E io ne approfitto: unisco l'utile al dilettevole».
Nel 2007, per le elezioni, si fece fotografare in mutande. Nel 2012, per la rielezione, c'era questo slogan: «Alto, brizzolato, slanciato, tennista. Cucino, lavo, stiro. Se vuoi conoscermi sono sempre in Comune. Astenersi perditempo. Si accettano anche comuniste». Non sarà piacione, ma le piace dare quest'immagine di sé.
«La campagna con le mutande nasceva per internet. Quando finì sui giornali mia madre e le sue amiche non la presero tanto bene. Ma io amo scherzare. Era un modo per avvicinare i miei concittadini alla politica».
Se potesse, si ricandiderebbe?
«Se la legge lo consentisse, credo che i partiti mi costringerebbero a ripresentarmi. Ma penso sia arrivato anche per me il momento di fare altre esperienze».
In Parlamento? Con Fitto o con i Fratelli d'Italia, come si vocifera?
«Mi piacerebbe continuare. A Roma mi hanno visto passeggiare con Ignazio La Russa e hanno pensato a un avvicinamento a Fratelli d'Italia. Oggi il mio obiettivo è fare in modo che la mia maggioranza sostenga il futuro candidato sindaco di Lecce. Che non sarò più io».
(4 marzo 2016)
Lecce è una città che ha sempre chiamato i suoi sindaci per nome. Con l'aggiunta dell'articolo determinativo davanti. Come al Nord. Prima, per dieci anni, c'è stata l'Adriana (Poli Bortone, punto di riferimento di Alleanza nazionale sul territorio, già ministro, unica donna, nel primo governo Berlusconi). Oggi c'è lu Paulu, Perrone appunto, figlio di un ex deputato della Dc, emanazione politica di Raffaele Fitto, che alla vigilia della fine del suo secondo mandato sembra non aver mai interrotto quella «luna di miele» con la città che, solitamente, dura lo spazio di una manovra di bilancio. Ha scalato la classifica di un consenso che ha resistito per nove anni anche di fronte ai problemi (sempre sul Sole, per qualità della vita, Lecce è ultima) e ai mancati risultati, come la corsa per la capitale europea della cultura, vinta alla fine da Matera.
Nonostante tutto questo lui continua a piacere, alternando agli atti amministrativi un mix di comparsate cinematografiche (Mine vaganti, il film di Ferzan Ozpeteck girato in Salento), cammeo in video di film-maker locali in cui si ironizza sulla sua capacità di seduttore (con occhiale a specchio e impermeabile, incanta due turiste), intrusioni nella cronaca rosa (la sua compagna è un'ex del Grande Fratello).
Perrone, come si diventa il sindaco più amato d'Italia?
«Con serietà, promettendo cose e realizzandone la gran parte. Si dice la verità, si spiegano le scelte impopolari. E l'opinione pubblica spesso capisce».
Solitamente è il sindaco appena eletto a piacere. Come spiega questo risultato che arriva a un anno dalla fine del suo secondo mandato?
«Vuol dire che abbiamo fatto abbastanza bene, nonostante un mortificante paradosso: aumentano i bisogni, diminuiscono le risorse per fronteggiarli».
L'altro paradosso è proprio sui dati del sondaggio che la premia: lei è il sindaco più amato di una città dove la qualità della vita resta bassa.
«Quella, però, era una classifica provinciale. È il Salento a condizionare il risultato, per due parametri: occupazione e l'ambiente. Questo territorio ha subito un freno sul versante del lavoro, con la crisi del tessile. E, specie nell'area di Maglie e Galatina, c'è stato un aumento della mortalità per tumori».
Ma in questi anni c'è stato un boom di turisti e riconoscimenti.
«Perché, nonostante i problemi di una piccola città del Sud, siamo riusciti a costruire identità e a valorizzare le nostre risorse, dalla pizzica all'enogastronomia, dal mare all'architettura».
I leccesi sembrano perdonarle tutto, anche la sconfitta nella corsa per la capitale europea della cultura.
«Siamo riusciti ad arrivare in finale superando città molto più blasonate ed eravamo l'unico Comune di centrodestra con Regione e governo di colore opposto».
Sta di fatto che il legame con Lecce non si è spezzato. Come se lo spiega?
«Perché di fondo c'è una grande conoscenza reciproca. Tranne il periodo dell'Università in Bocconi, a Milano, io sono nato e cresciuto qui. I miei voti li prendo sia in periferia sia in centro. La gente mi chiama per nome. E per me è importante. Com'è importante vivere la città, anche di notte, nei suoi aspetti ludici, frequentando locali e stadio. E io ne approfitto: unisco l'utile al dilettevole».
Nel 2007, per le elezioni, si fece fotografare in mutande. Nel 2012, per la rielezione, c'era questo slogan: «Alto, brizzolato, slanciato, tennista. Cucino, lavo, stiro. Se vuoi conoscermi sono sempre in Comune. Astenersi perditempo. Si accettano anche comuniste». Non sarà piacione, ma le piace dare quest'immagine di sé.
«La campagna con le mutande nasceva per internet. Quando finì sui giornali mia madre e le sue amiche non la presero tanto bene. Ma io amo scherzare. Era un modo per avvicinare i miei concittadini alla politica».
Se potesse, si ricandiderebbe?
«Se la legge lo consentisse, credo che i partiti mi costringerebbero a ripresentarmi. Ma penso sia arrivato anche per me il momento di fare altre esperienze».
In Parlamento? Con Fitto o con i Fratelli d'Italia, come si vocifera?
«Mi piacerebbe continuare. A Roma mi hanno visto passeggiare con Ignazio La Russa e hanno pensato a un avvicinamento a Fratelli d'Italia. Oggi il mio obiettivo è fare in modo che la mia maggioranza sostenga il futuro candidato sindaco di Lecce. Che non sarò più io».
(4 marzo 2016)