Il Venerdì

Brexit? Mio nonno Winston voterebbe no

Sir Nicholas Winston Soames all'inaugurazioone del busto del nonno Winston Churchill al Campidoglio di Washington, nel 2013 (Gary Cameron/Reuters/Contrasto) 
Aveva 17 anni quando Churchill morì. Ma sul fatto che si sarebbe battuto contro l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, non ha alcun dubbio. Ci ha spiegato perché
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LONDRA. La somiglianza fisica è lampante. Non è difficile, vedendo sir Arthur Nicholas Winston Soames nei corridoi del parlamento di Westminster, immaginare suo nonno, Winston Churchill, aggirarsi nel medesimo palazzo mentre su Londra cadevano le bombe del nazismo. «Dopo avere sconfitto Hitler, settant’anni fa mio nonno fu il primo a parlare degli Stati Uniti d’Europa» dice Soames. «Non ho dubbi che, se fosse vivo oggi, voterebbe per far restare la Gran Bretagna nell’Unione Europea». Il 68enne deputato conservatore aveva 17 anni quando Churchill morì, nel 1965, ma ne conserva il ricordo e ne difende appassionatamente la memoria da chi cerca di appropriarsene. Il nome del più popolare uomo politico britannico di tutti i tempi è tornato d’attualità in vista del referendum del 23 giugno, quando il Regno Unito dovrà decidere, possibilmente una volta per tutte, su un amletico dilemma: essere o non essere europeo, ovvero uscire dalla Ue (Brexit, acronimo di Britain exit, è il termine che identifica la campagna degli euroscettici) o rimanerci.

È stato l’ex sindaco della capitale Boris Johnson, uno dei leader del fronte del Brexit, a tirare in ballo Churchill, sul quale ha pubblicato di recente un’apprezzata biografia, per esortare i suoi compatrioti al divorzio dall’Unione. Criticando l’intervento nella campagna referendaria di Barack Obama, che ha caldamente consigliato agli inglesi di restare in Europa, Johnson lo ha definito un «mezzo kenyota» per le sue origini africane, ipotizzando che il presidente americano abbia rimosso un busto del primo ministro britannico dall’ufficio ovale della Casa Bianca per i suoi sentimenti «anti-imperialistici», contrari al colonialismo nella terra dei suoi avi e dunque in sostanza anti-churchilliano. Che in Inghilterra equivale a dire anti-inglese. 


«Fesserie» commenta Soames, che di Churchill, oltre all’aspetto, ha le battute spicce e poco inclini alla diplomazia. «Mio nonno ha cominciato la sua carriera politica sotto la regina Vittoria e l’ha conclusa sotto la regina Elisabetta. È vero che era attaccato all’Impero britannico, ma era troppo intelligente per non capire che i tempi cambiano. E comunque c’erano per lui due linee rosse non oltrepassabili: non sarebbe mai diventato isolazionista e non si sarebbe mai messo contro il presidente degli Stati Uniti. Con le sue ultime parole, prima di morire, fu proprio questo il testamento spirituale che ci lasciò: “Restate attaccati all’America”. Non avrebbe certo giudicato un’interferenza le parole di Obama. E del resto fu lui il primo a credere all’idea di un’Europa unita. Ritirarsi da una grande alleanza, starcene per conto nostro, gli sarebbe sembrata una scelta profondamente anti-britannica».

Sir Nicholas, come lo chiamano tutti, è figlio di Mary Spencer-Churchill, la più giovane dei cinque figli di Winston Churchill, andata in sposa al barone Christopher Soames e scomparsa nel 2014. Da bambino aveva un rapporto stretto con il nonno, che gli ha lasciato una serie di aneddoti fenomenali. Come questo: «Nel ’53, quando avevo cinque anni, non mi rendevo conto di quanto fosse importante il nonno. Un giorno, mentre gli facevo visita con i miei, qualcuno me lo spiegò. Allora marciai verso la sua camera, superai valletti e segretari, e me lo trovai davanti seduto sul letto. Nonno, gli domandai con l’ingenuità dell’infanzia, è vero che sei l’uomo più importante del mondo? Sì, lo sono, rispose lui, e adesso sloggia». 

Il nipotino non era ancora nato quando, nel settembre 1946, Churchill fece un profetico discorso. Pochi mesi prima, nel marzo del ‘46, ne aveva pronunciato un altro, passato alla storia e considerato la data d’inizio della guerra fredda tra Usa e Urss, affermando che l’Unione Sovietica, alleato di America e Gran Bretagna contro il nazismo nella guerra conclusa appena l’anno precedente, aveva steso la «cortina di ferro» della tirannia e del comunismo attraverso l’Europa «da Stettino a Trieste». Ma l’orazione successiva, per quanto meno nota, non è stata meno importante: sottolineando la necessità di un’alleanza fra Londra, Parigi e Berlino, disse Churchill, «dobbiamo costruire un qualche tipo di Stati Uniti d’Europa». Soltanto gli Stati Uniti d’Europa, aggiunse, avrebbero potuto trasformare quel «continente potente e turbolento», restituendo gioia e speranze a centinaia di milioni di persone. Il Mercato Comune Europeo, poi la Comunità Economica Europea, infine l’Unione Europea, affondano le radici in quel discorso, dal quale non a caso il politologo Anthony Giddens, l’ideatore della Terza Via, la svolta riformista della sinistra britannica ed europea, ha tratto il titolo per il suo saggio pro Ue (Potente e turbolenta) di un paio d’anni or sono.

L’europeismo del nonno è ora diventato la bandiera di Soames, che dopo scuole a Eton, laurea a Cambridge, servizio militare con un reggimento britannico nella Germania ovest della Cortina di ferro e una breve esperienza di lavoro come broker nella City, ha seguito le orme di Winston iscrivendosi al partito conservatore e vincendo un seggio da deputato, che occupa da 33 anni, durante i quali è stato anche ministro della Difesa nel governo di John Major. «Mio nonno ha sempre amato l’Europa» afferma sir Nicholas. «Ha mandato i soldati britannici a morire e combattere per salvare il continente dal nazismo, ha sostenuto la Guerra fredda per salvarlo dalle grinfie del comunismo. All’inizio fu De Gaulle a dire no al nostro ingresso nell’Europa unita, ma oggi Winston sarebbe il primo a dire yes, e se necessario anche oui, alla nostra permanenza nella Ue. La Gran Bretagna, direbbe oggi, non arretra e non si ritira, la Gran Bretagna avanza e guida. Sarebbe il primo ad invitarci a restare in Europa, per difenderla dalla nuova minaccia del terrorismo, per migliorarla, per diventarne il leader». 

Nei sondaggi, i sì alla Ue prevalgono, sia pure di poco. Ma i sondaggi hanno sbagliato spesso, negli ultimi anni, a Londra e dintorni, per esempio non prevedendo la netta vittoria dei Tories di David Cameron alle elezioni del 2015. Gli unici a prevederla furono i bookmaker e adesso gli stessi allibratori pronosticano con le quotazioni delle scommesse una larga affermazione di Remain (Rimanere), il fronte che si batte per restare in Europa. Un fronte ampio, che comprende circa metà del partito conservatore, con il premier Cameron in testa, il partito laburista, i liberaldemocratici, i nazionalisti scozzesi, oltre alla Banca d’Inghilterra, alla Confindustria britannica, al Financial Times, i cosiddetti «poteri forti».

Nicholas Soames è fiducioso che andrà a finire così: «Il nostro popolo non ha perso la testa. Siamo in groppa a tre magnifici destrieri, la Ue, la Nato e il Commonwealth, perché dovremmo rinunciare a uno dei cavalli?». E con la questione del busto di Churchill, come la mettiamo? È vero o no che Obama l’ha fatto togliere dal suo studio? «Fesserie» ripete con piglio churchilliano. «Quel busto era stato prestato a Bush da un museo ed è stato rimandato al destinatario prima che alla Casa Bianca arrivasse Obama. Il quale, peraltro, tiene un busto di mio nonno nel suo studio privato. Ma bisogna guardare ai fatti, non ai busti, per stabilire se uno è o non è un degno erede di Churchill». Parola di nipote dell’uomo più importante del mondo.

(17 giugno 2016)