Il Venerdì

William Klein: cronache ribelli delle mie città visibili

William Klein (Giuseppe Fantasia) 
Mentre una grande retrospettiva ne ripercorre la carriera, nella sua casa parigina il fotografo americano apre gli archivi della memoria. E poi ci saluta così: «Siate sempre liberi»
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PARIGI: «Se non ci fosse stato Giorgio Strehler, probabilmente non starei qui a raccontare la mia storia». Inizia così questa conversazione con William Klein, uno degli artisti più poliedrici della sua generazione. Classe 1928, newyorchese di nascita e parigino d’adozione, nella sua carriera è stato fotografo, pittore, grafico, scrittore e cineasta, non proprio in quest’ordine, ma sicuramente un personaggio rivoluzionario, innovatore e controcorrente. Lo incontriamo nella sua luminosa casa nel sesto arrondissement con vista sul Palais e sul Jardin du Luxembourg, ricca di libri, quadri (quasi tutti della moglie Jeanne, scomparsa nel 2005) e oggetti di ogni tipo.

«Agli inizi degli anni Cinquanta, a 18 anni, decisi di lasciare l’America e di trasferirmi a Parigi, dove cominciai a lavorare come pittore da Fernand Léger, ma quella sorta di ambiente scolastico non faceva per me» racconta. «Lavoravo a casa e il venerdì gli mostravo i miei lavori. Lui mi incoraggiava e mi dava consigli: quello più utile fu di andare a Milano per collaborare con gli architetti, come facevano i pittori del Quattrocento». È lì, al Piccolo Teatro, che conobbe il grande regista italiano che apprezzò a tal punto i suoi lavori, da permettergli di esporli nel corridoio dello Stabile, una vetrina importante che gli diede la prima visibilità. Gino Ghiringhelli, storico proprietario della galleria Il Milione, gli organizzò la sua prima mostra nel 1952, cui seguì la collaborazione con l’architetto Angelo Mangiarotti che gli commissionò dei murales in bianco e nero per dei pannelli girevoli. 


Sono quasi vent’anni che il fotografo non torna a Milano e la città ha deciso di omaggiarlo con la retrospettiva William Klein: il mondo a modo suo allestita al Palazzo della Ragione Fotografia in piazza dei Mercanti fino all’11 settembre. Curata da Alessandra Mauro, la mostra – una delle più complete insieme a quella parigina al Centre Pompidou nel 2005 – raccoglie oltre 150 opere originali, alcune delle quali di grande formato, tutte provenienti dall’archivio personale di Klein. 

«Sono molto contento di ritrovare Milano, è stata la città dove ho avuto molta fortuna e dove ho fatto incontri straordinari» spiega. Come Giangiacomo Feltrinelli, conosciuto prima che diventasse un editore. «Ci mise in contatto un amico italiano che viveva a Parigi, perché mi disse che poteva essere la persona più adatta per spiegarmi come muovermi in quella città a me sconosciuta». Con Jeanne, che allora non era ancora sua moglie, si ritrovarono in un grande attico in piazza San Babila, «una casa inimmaginabile per due ragazzi come noi. Chiesi a Giangi se ci viveva con i genitori, ma lui mi rispose che era sua. Non sapevo che la sua famiglia fosse molto ricca e proprietaria anche di una società leader nel settore del legname. Giangi era comunista, io no» aggiunge Klein. «Ero un oppositore, certo, ma non amavo l’idea del partito». 

Nel 1954, l’anno in cui Feltrinelli fondò la sua casa editrice, Klein tornò per otto mesi a New York per realizzare un libro che fosse una sorta di diario fotografico del suo ritorno in città, «con un occhio americano e uno europeo. Mi sentii un etnografo perché trattai i newyorkesi come un esploratore avrebbe trattato uno zulu, cercando lo scatto più crudo» dice. Con la sua Leica, fotografò una New York brutta e squallida, ma in ogni caso vitale e piena di energia. «Trovai una città difficile in cui l’angoscia era dappertutto e questo si capisce guardando quelle foto che molti editori rifiutarono perché ritenute troppo dure». In ogni caso, il libro venne pubblicato con un sottotitolo, Trance Witness Revels, parole che per lui riassumevano ciò che aveva da dire sulla fotografia. «Chance witness è chi capita per caso su una tragedia; Revels è un gioco di parole con reveals, rivelare, ma anche gozzovigliare».

Oggi Klein ha rapporti minimi con gli Stati Uniti: «Preferisco la maniera di vivere europea» confida, «in ogni caso può essere una bella cosa che diventi presidente Hillary Clinton, perché è una donna preparata, che ha esperienza. Mi innervosisco a pensare che possa farcela Trump, un uomo ricco ed egoista che gioca sulle corde della superiorità americana».
Continuano i suoi ricordi, come quando, giovanissimo, incontrò Fellini a Parigi. Voleva regalargli il suo libro dedicato a New York, ma lui gli rispose che lo aveva già sul suo comodino e poco dopo, era il 1956, lo invitò ad andare a trovarlo a Roma. Anche lì Feltrinelli che gli mise a disposizione un appartamento in via Archimede, ai Parioli, nella stessa via dove abitava Fellini prima di traferirsi definitivamente in via Margutta. Il regista gli propose di diventare un suo assistente, «ma da burlone quale era, ne aveva già cinque». Klein riuscì comunque a lavorare con lui al casting di Le notti di Cabiria, documentando un intero esercito di prostitute e protettori oltre a trarre ispirazione per il suo libro dedicato alla città, con prefazione scritta da Pasolini. 

Sempre a Roma, anni dopo, quando iniziò a lavorare per Vogue, scattò una delle più belle foto di moda mai realizzate. «Quando mi mostrarono gli abiti mi fu subito chiaro che le modelle avrebbero attraversato Piazza di Spagna sulle strisce pedonali e io, per appiattire la prospettiva, progettai di salire sulla scalinata e usare un teleobiettivo. Le ragazze passeggiarono avanti e indietro fino a catturare l’attenzione dei passanti, soprattutto uomini, che credevano che fossero delle prostitute. Dato che cercavano in tutti i modi di toccarle, fummo costretti ad annullare l’intero servizio, ma quella foto è rimasta». E ora può essere ammirata nella mostra milanese, assieme a quelle tratte dai libri su Tokyo e su Mosca, città, quest’ultima, dove inaspettatamente provò «una specie di malinconia vagamente disperata», non lontana dal sentimento che ebbe, in gioventù, leggendo i romanzi russi. 

Al momento di salutarci, ci soffermiamo a guardare, sparsi tra i libri, i tanti dvd dei film da lui realizzati, da quelli pop alle saghe dei «superneri» (oltre che nei film, fu il primo a proporre una modella nera in copertina), dai documentari politici al visionario Le Messie ispirato al Messiah di Händel, oltre alle pellicole sperimentali come Qui êtes-vous Polly Maggoo?, del 1966, uno dei suoi preferiti. «Già va via?» chiede Klein, «allora non dimentichi una cosa: sia sempre libero» dice con un gran sorriso, fissandoci con i suoi grandi occhi celesti. Una frase intensa e che, detta da lui, un eterno ribelle che ha voluto e vuole continuare a vedere il mondo a modo suo, fa ancora più effetto. 

(24 giugno 2016)