Il Venerdì

I giovani? Pochi, non siamo più nel Sessantotto

(Reuters/Contrasto) 
Parola di Jacques Julliard, veterano degli studi sulla gauche. Che spiega: i giovani sono scettici. A dominare è stato il ceto medio, intellettuale. E la sinistra è lontana dal popolo
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PARIGI. L’estate nuoce assai ai movimenti sociali. Al rientro dalle ferie, le proteste scatenate in Francia dalla legge sulla maggiore flessibilità del lavoro sembravano già in riserva d’ossigeno. Un’impressione che nemmeno gli ultimi scontri di piazza hanno dissipato. Quella dello scorso 15 settembre è stata la 14ª giornata di mobilitazione in sei mesi di turbolenze che hanno ulteriormente teso i nervi di un Paese già abbastanza provato dagli attacchi jihadisti e dalle inviperite dispute su islam, laicità, identità nazionale. Comunque, sulla Loi Travail il premier socialista Valls ha tirato dritto senza guardare in faccia nessuno, o quasi. A luglio – seppur con modifiche – la riforma del lavoro è passata in parlamento d’autorità, cioè tramite ricorso all’articolo 49 comma 3 della Costituzione che per procedura d’urgenza permette l’adozione di nuove norme senza voto in aula.

Valls voleva dribblare eventuali trappole dell’Assemblea. Però – salvo i suoi – ha scontentato tutti: destra e Confindustria considerano la legge troppo soft rispetto alle ambizioni iniziali; opposizione di sinistra e sindacati la demonizzano come l’ennesimo colpo assestato alle tutele dei travailleurs. Fatti i giochi, adesso tutto si sposta sul terreno più tecnico, e perciò meno travolgente in termini di emotività, dei decreti attuativi. Sono 140. «A livello sindacale il conflitto è praticamente finito. Ci saranno code di protesta nelle università? Nessuno può dirlo. I movimenti studenteschi sono sempre imprevedibili. Però ci avviciniamo alla scadenza elettorale delle presidenziali 2017, una fase nella quale di solito le rivendicazioni sociali si smorzano». A parlare è Jacques Julliard, editorialista e veterano degli studi sulla gauche, culminati pochi anni fa nel saggio monumentale: Les gauches françaises 1762-2012. Histoire, politique et imaginaire (Flammarion).

Stando ai sondaggi, la Loi Travail è altamente impopolare tra i francesi. Ma la protesta è stata davvero «popolare»?
«Non direi. L’iniziativa è partita dai sindacati. Ma poi a dominare la scena è stato soprattutto un terziario intellettuale, radicale, di trenta-quarantenni appartenenti al mondo della comunicazione, dello spettacolo... Di operai se ne son visti pochi».

Solo ceto medio arrabbiato? Bobò? E i giovani disoccupati, i precari?
«Una minoranza. Non mi pare sia stato un movimento così giovanile. D’altronde le inchieste dicono che i giovani sono in maggioranza scettici, divisi tra la tentazione del Front National di Marine Le Pen e l’astensionismo.
Non siamo più nel ‘68».

Resta che in Francia lo scontro sociale si radicalizza con più facilità che altrove in Europa. Perché?
«C’è innanzitutto un tasso di sindacalizzazione debole che non favorisce la canalizzazione dei conflitti. E poi manca una cultura del dialogo continuato tra le parti sociali. In altri Paesi si discute e se le negoziazioni falliscono ci si scontra in piazza. In Francia è il contrario: prima lo scontro, poi la trattativa».

E la vecchia tradizione del radicalismo utopistico? Quanto ispira chi oggi occupa le piazze?
«Poco. Quella tradizione è trasmigrata da tempo dalla sinistra operaia a un ceto intellettuale, urbano, medio e piccolo borghese che padroneggia bene le reti di comunicazione e riesce a fare molto rumore. Ma nei fatti i movimenti sociali francesi non ottengono più risultati che quelli di altri Paesi. Casomai meno. Proteste come questa sulla riforma del lavoro non minacciano le basi del capitalismo. Sono passatiste, puramente negative, pessimiste. Sono l’immagine di questo Paese. Che è oggi il più pessimista d’Europa».

Intanto la gauche, lei ripete nei suoi editoriali, volta le spalle al popolo. Quale popolo?
«Quello che non necessariamente si riconosce nelle battaglie categoriali, settoriali per le donne, gli omosessuali, i migranti. Che non le ritiene centrali. Certo, si tratta di battaglie di civiltà, ma se monopolizzano l’azione politica producono la frattura alla quale stiamo assistendo tra neoborghesia e ceti popolari, terziario e secondario. In Francia c’è persino chi a gauche teorizza che siccome il popolo non è più progressista tanto vale mollarlo e dedicarsi ad altre cause, quelle dei “micropopoli”».

Però il popolo non è più il Quarto Stato. A chi dovrebbe guardare la gauche se non alle condizioni dei lavoratori immigrati?
«È vero, ma nel caso degli immigrati non siamo più alle sole rivendicazioni sociali. Si aprono questioni religiose, etniche, comunitarie... Siamo alla rimessa in discussione della laicità. Concetto che in Francia apparteneva tradizionalmente alla sinistra, ma che ora è passato nelle mani della destra. La gauche è ancora potente nei mezzi di comunicazione, però su questi temi la destra sta conquistando un’egemonia culturale».

Quanto peserà lo scontro sul lavoro alle prossime elezioni?
«Non molto credo. Le violenze hanno sicuramente accresciuto il senso di insicurezza e non hanno fatto guadagnare simpatie al movimento. Però le preoccupazioni sono altre. Il terrorismo per primo. E al governo socialista si rimprovera soprattutto di non aver migliorato i dati dell’occupazione».

(30 settembre 2016)